Da settimane il Donbass, la regione dell’Ucraina dove due autoproclamate repubbliche filorusse sono state teatro di aspri combattimenti negli scorsi anni, è tornato a infiammarsi. Ma la linea di contatto tra le truppe ucraine e le milizie ribelli armate da Mosca non è l’unico fronte caldo.

Rapporti non confermati che ci provengono dal confine tra Ucraina e Bielorussia ci mostrano movimenti di mezzi militari e truppe del governo di Minsk. Julian Röpcke, giornalista del quotidiano tedesco Bild, ha mostrato su Twitter immagini e un filmato di mezzi blindati e camion bielorussi in marcia a circa 20 chilometri a nord dall’oblast di Rivne, una regione dell’Ucraina occidentale confinante con la Bielorussia.

I veicoli militari, tra cui spiccano i trasporti truppe corazzati (Apc nell’acronimo inglese) tipo Btr-80, hanno la particolarità di avere dipinta una striscia bianca, che rappresenta, molto probabilmente, un sistema di identificazione “amico o nemico” visivo. Questo particolare accorgimento viene usato nelle operazioni militari dai veicoli terrestri affinché possano essere immediatamente distinti da quelli nemici dagli assetti aerei durante il combattimento.

Attualmente non siamo a conoscenza di nessun tipo di esercitazione militare dell’esercito bielorusso in corso, o programmata entro breve tempo, che possa giustificare un tale spostamento di mezzi e l’utilizzo di un simile accorgimento di identificazione aerea.

La situazione ai contorni dell’Ucraina sembra quindi precipitare: da giorni nelle repubbliche ribelli sono ripresi i bombardamenti a colpi di mortaio, sono stati segnalati movimenti di truppe e mezzi corazzati ucraini, mentre, sul fronte opposto, la Russia sembra che stia mobilitando le sue forze militari spostandole al confine col Donbass.

Anzi, sempre da fonti online, sembra che i russi si stiano preparando per penetrare nella regione di Lugansk: le colonne di mezzi sono state viste a soli 25 chilometri dal confine. Più a sud, nella zona del Mar d’Azov, altri convogli militari sono in movimento sulle coste russe, mentre in Crimea è ancora in atto un gigantesco spostamento di mezzi dell’esercito di ogni tipo a seguito di un’esercitazione tenutasi il mese scorso.

Come già riferito da Emanuel Pietrobon recentemente, il nervosismo è palpabile. Pochi giorni fa l’Eucom, il comando delle forze armate americane in Europa, è stato messo in stato di allarme: il generale Tod D. Wolters, capo del comando, ha alzato il livello di allerta per la seconda volta in pochi giorni dopo che le truppe russe non hanno lasciato la regione di confine con l’Ucraina. Gli strateghi americani si aspettavano, infatti, che i russi lasciassero l’area dopo la conclusione dell’esercitazione, il 23 marzo scorso, ma le forze militari sono ancora lì. Si tratta, in particolare, del livello di prontezza “Watchcom” che prevede l’aumento dell’attività di intelligence ed il dispiegamento di truppe, che, come vedremo a breve, sono già “in loco”.

Da parte di Kiev, l’approvazione di un documento strategico nel quale si definisce Mosca un “avversario militare”, e la reiterata la volontà di entrare nell’Alleanza Atlantica irrita oltremodo Mosca. Se aggiungiamo che viene ribadito l’obiettivo di liberare la Crimea dall’occupazione russa si capisce perché il Cremlino faccia “fatica” a ritirare le proprie forze dal confine.

Proprio da Mosca fanno sapere che la Russia ha diritto di spostare le truppe all’interno del suo territorio a sua discrezione, e che questo non costituisce una minaccia e nessuno si dovrebbe preoccupare. Però contemporaneamente Dmitry Peskov, portavoce del presidente Putin, riferisce che “la realtà sulla linea di contatto nel Donbass è spaventosa, le provocazioni dei militari ucraini non sono singole, ma multiple”, pur affermando che l’atteggiamento della Russia a riguardo è “assolutamente costruttivo”. Dall’altro lato della barricata, Kiev si lega sempre di più agli Stati Uniti: il ministero della Difesa ucraino ha affermato che il segretario della Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha promesso di fornire supporto all’Ucraina in caso di aggravamento della situazione nel Donbass. In particolare ha sottolineato che “in caso di escalation dell’aggressione russa, gli Stati Uniti non lasceranno sola l’Ucraina”.

Tornando a quello che sembra essere il “fronte bielorusso”, le forze armate di Minsk sono state mobilitate sin dalla fine dello scorso marzo, quando una colonna corazzata era entrata in una città situata al confine con Polonia e Lituania. Allora avevamo ipotizzato che quel provvedimento potesse essere stato preso per fungere da deterrente in caso di sommosse in occasione della ricorrenza della “Giornata della Libertà”, una festa non ufficiale sfruttata dall’opposizione per contestare il governo di Lukashenko. Ora, sebbene fonti della Nato sostengano che in Polonia non ci sia nessun tipo di allerta, sembra che quell’azione vada letta in un quadro più ampio, alla luce di quanto sta accadendo ai confini con l’Ucraina.

Le notizie da quel Paese ci giungono in modo frammentario e pertanto non è possibile sapere se ci siano altri movimenti di truppe e mezzi “sospetti”. Quello che sappiamo, però, è che molto di recente Minsk e Mosca hanno ritrovato una linea comune di intenti, anche grazie alle sommosse eterodirette in Bielorussia che hanno spinto Lukashenko a rivedere la sua “infatuazione” per la Nato. I due Paesi hanno infatti stretto ulteriormente i loro legami militari: la Federazione Russa e la Bielorussia hanno rivisto la loro politica militare congiunta in modo radicale e sono state gettate le basi per una di nuovo tipo, più coordinata.

A far da contorno a questa situazione in Europa Orientale c’è l’esercitazione Nato Defender Europe 2021 che sta avendo luogo in questi giorni (e andrà avanti sino a giugno) e vede la presenza di 28mila uomini provenienti da 16 nazioni. Quest’anno le imponenti manovre sono centrate nel settore balcanico e orientale dell’Alleanza, con particolare riguardo alla linea che va dal Mare Adriatico sino al Mar Nero. Non una casualità.

A colpire, al di là delle manovre militari e del dispiegamento di mezzi non usuale, sono i toni diplomatici: se è vero che lo spostamento di truppe e mezzi all’interno di un Paese è un diritto dello stesso, è anche vero che qualsiasi movimento di truppe lungo un confine tra due nazioni “avversarie” rappresenti un evento da tenere attentamente sotto osservazione. Ciò vale per entrambe le parti in causa, chiaramente, ma come Mosca si preoccupa per l’invio di mezzi corazzati ucraini verso il Donbass (che pure è ancora una regione dell’Ucraina) così dal fronte opposto ci si preoccupa per i movimenti e le esercitazioni che la Russia effettua a ridosso dei propri confini occidentali.

Sembra quasi che le due parti, la Russia e la Nato, “non si parlino più” e affidino lo scambio di messaggi ai movimenti delle rispettive forze armate: una situazione potenzialmente esplosiva, soprattutto quando questi movimenti avvengono addirittura “sul confine”, in quanto basta l’errore di un singolo uomo a generare una sequenza di eventi potenzialmente catastrofica.