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Guerra /

L’avanzata russa in Ucraina, nonostante l’avvento del nuovo comandante, il generale Alexander Dvornikov veterano di Siria, stenta a ottenere rapidamente i risultati prefissati. La campagna, lo ricordiamo, ha visto lo spostamento delle operazioni nell’est del Paese invaso per completare la conquista del Donbass e, probabilmente, per occupare un ampio settore che va dal fiume Dnepr alla Federazione Russa a ovest degli oblast di Luhansk e Donetsk.

Come vi avevamo anticipato, sembra che nei piani di Mosca ci sia una “grand strategy” che punti ad arrivare alla città di Dnipro: tutta la regione è sottoposta a intensi bombardamenti, fattisi più accurati e capillari rispetto alla prima fase del conflitto, con una particolare attenzione agli snodi ferroviari e ad altre infrastrutture strategiche.

Possiamo ipotizzare che, se e quando l’avanzata da Kharkiv verso sud avrà completato l’aggiramento delle posizioni dell’esercito ucraino nel Donbass, che ha avuto modo di trincerarsi lì dal 2014, vedremo un’azione da sud verso Zaporizhzhia e poi verso Dnipro per chiudere una tenaglia che permetterà alla Russia di rompere il fronte avversario e assicurare un ampio perimetro di sicurezza intorno alla regione contesa sin dal 2014.

Riteniamo che i russi non se ne andranno dalla fascia meridionale conquistata nella prima fase del conflitto: gli oblast di Kherson, Zaporizhzhia e Donestsk, almeno quelle parti di essi che controllano, permettono di avere continuità territoriale tra la penisola di Crimea e la Federazione. A riprova di questa possibilità che i russi stanno dimostrando la volontà di consolidare quest’ultimo obiettivo strategico con un processo di “russificazione” della provincia di Kherson, che riteniamo farà da apripista per lo stesso modus operandi anche in quella di Zaporizhzhia e di Donetsk.



Sebbene ufficialmente il Cremlino aveva fatto sapere che non stava valutando la possibilità di formare una struttura che si occupi della creazione o della riforma degli enti locali negli insediamenti liberati dell’Ucraina, si sta procedendo verso la lenta sostituzione della sovranità ucraina su quei territori. Il 17 marzo, il governatore della Crimea ed esponente del partito di governo Russia Unita, Sergey Aksyonov, aveva affermato che i residenti della regione di Kherson dovrebbero ricevere pensioni e stipendi in rubli. Qualcosa che Mosca si appresta ufficialmente a fare a partire dal primo maggio prossimo venturo. Questo processo potrebbe essere propedeutico, una volta terminato il conflitto, al rilascio di passaporti russi agli abitanti di quelle regioni, così come già avvenuto in passato nelle repubbliche separatiste del Donbass: un modo per “russificare” la regione sfruttando la massa di profughi che la Federazione ha accolto.

Nonostante la lentezza dell’avanzata nell’est, l’apporto del generale Dvornikov lo si può notare proprio nella ripresa dei bombardamenti, che stanno anche colpendo le retrovie ucraine per cercare di fermare il flusso di rifornimenti provenienti da occidente, nella fascia costiera del Mar Nero, dove Mykolaiv e Odessa sono tornate al centro di un intensa campagna di attacchi missilistici.

Questa attività sembra rilanciare la possibilità che Mosca intenda occupare tutta la costa ucraina, arrivando oltre Odessa e ricongiungendosi con la Transnistria, regione secessionista filorussa della Moldavia. Lo schwerpunkt, come già avvenuto nel recente passato, sarà proprio Mykolaiv, che finché reggerà non permetterà alle forze russe di muovere verso la vitale città portuale.

Questa possibilità è stata apertamente ammessa dal Cremlino, e anche per questo dobbiamo considerare che possa essere solo una diversione per inchiodare le truppe ucraine a difesa di quella regione geografica e così trovare meno resistenza nell’avanzata nel Donbass. Non è però da escludere che Mosca possa, una volta liquidata l’ultima resistenza a Mariupol e rotto il fronte nell’est ucraino, muovere in tal senso.

Questa possibilità però, al momento, è lontana sia perché la Russia non ha ancora sufficienti forze per metterla in atto, sia perché le sue truppe avrebbero il “fianco scoperto” strette tra il cuore dell’Ucraina, dove l’esercito di Kiev si sposta agevolmente stante l’assenza della superiorità aerea russa, e il mare.

Proprio sul mare è accaduto qualcosa che, in quest’ottica, ha contribuito ad allontanare la messa in atto di quest’ipotesi: l’affondamento dell’incrociatore Moskva. L’unità, ammiraglia della Flotta del Mar Nero, era infatti un importantissimo centro di comando, controllo e comunicazione (C3) e grazie alla sua dotazione di missili antiaerei imbarcati S-300F forniva un importante ombrello protettivo per le operazioni navali e terrestri nel sudovest dell’Ucraina. Senza più questo assetto, la Flotta è rimasta azzoppata non tanto nella sua capacità di fuoco terrestre o antinave, quanto negli ambiti già indicati, che sono fondamentali per un’operazione bellica così rischiosa come il tentativo di ricongiungimento con la Transnistria.



Le tre fregate classe Grigorovich, le più moderne che la Russia ha nel Mar Nero (e in tutta la flotta), hanno sistemi elettronici di livello inferiore rispetto a quelli della Moskva e soprattutto montano la versione navalizzata del sistema antiaereo Buk, ovvero il missile 9M317M/ME, che ha un raggio di ingaggio ben inferiore rispetto agli S-300F. Per utilizzarli al meglio dovrebbero essere tenute molto sottocosta, e l’esperienza fatta proprio col Moskva lo sconsiglia, tanto che gli ultimi lanci di missili da crociera Kalibr da parte dei sottomarini classe Kilo presenti nel Mar Nero, sono avvenuti a debita distanza dal litorale ancora occupato dagli ucraini.

Queste considerazioni vanno tenute presente anche al netto della strategia anfibia russa, che non prevede operazioni su vasta scala paragonabili a quelle occidentali (soprattutto statunitensi) ma solo da effettuare in concomitanza con l’avanzata terrestre o come diversione. Del resto la stessa consistenza delle unità navali anfibie presenti nel Mar Nero (sei classe Ropucha e due Alligator) riflette proprio questa dottrina.

Ecco perché, in questo momento, un’operazione diretta verso la Transnistria è poco credibile, nonostante i proclami della propaganda russa – e i timori della stampa occidentale. Nella regione secessionista, poi, la Russia ha a disposizione solo tre battaglioni di fanteria meccanizzata per un totale di circa 2100 uomini, se consideriamo l’attuale assetto dei “gruppi tattici” (o BTG) russi. Un contingente esiguo, isolato dalla madrepatria dall’inizio del conflitto, che viene tenuto sulla difensiva anche per proteggere il più grande deposito di munizioni d’Europa oltre che la stessa Transnistria come entità a sé.

Risulta quindi inverosimile, in questo momento, che il Cremlino possa decidere di impiegare quelle forze in un attacco verso Odessa da ovest, anche se il fronte ucraino dovesse improvvisamente cedere a Mykolaiv: il terreno è comunque favorevole ai difensori che potrebbero richiamare forze dalla regione di Kiev – se non lo stanno già facendo – e addirittura passare all’offensiva penetrando nella regione da nord.

Riassumendo, in questo momento un’espansione del conflitto che possa vedere coinvolta direttamente la Transnistria è poco probabile stante l’attuale schieramento di forze russe, ma non è da escludere che se Mosca in futuro dovesse impiegare più uomini e mezzi – stimiamo raddoppiarli – potrebbe effettuare un deciso attacco che le permetterebbe, dopo una lunga campagna, di raggiungere la provincia separatista della Moldavia.

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