Il conflitto scatenato da Israele contro Hamas dopo l’attacco senza precedenti del 7 ottobre ha reso evidente l’importanza del controllo del mondo di sotto nelle guerre del XXI secolo, specie in un contesto di operazioni militari eseguite in ambienti urbani. Lo sapevano bene i miliziani di Al Qaeda e i talebani in Afghanistan e i Vietcong nel sudest asiatico che usavano le gallerie per sfuggire a chi dava loro la caccia. L’organizzazione che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza non è l’unica oggi a detenere il monopolio in questo campo. In maniera inaspettata infatti gli islamisti sunniti del territorio palestinese avrebbero siglato un’intesa con i narcos messicani per trasferire a questi ultimi know how e tecnologie per sfruttare il sottosuolo a loro vantaggio. 

Ismael “el Mayo” Zambada Garcia, signore del cartello di Sinaloa per molti considerato l’erede del chapo Guzman e una taglia sulla sua testa da 15 milioni di dollari. Sarebbe stato lui a stabilire una decina di anni fa un’alleanza di ferro con i fedayn. In base all’accordo Hamas avrebbe aiutato i “cugini” oltreoceano a costruire reti sotterranee in aree di confine per permettere il trasferimento di droga negli Stati Uniti nonché per beffare le agenzie antidroga americane e messicane. Inoltre, i cunicoli sarebbero utilizzati anche per sfuggire ai gruppi rivali.  

Il movimento islamista ha una notevole esperienza nella costruzione dei tunnel – la cosiddetta metro di Gaza ha un’estensione stimata di 500 chilometri – e almeno dal 2001 li ha adoperati per contrabbandare beni dall’Egitto e per lanciare attacchi in territorio israeliano. Lo Stato ebraico monitora da sempre questa minaccia e l’unità militare Samur dell’Idf dal 2004 è specializzata nel rintracciare e distruggere le reti sotterranee del nemico spesso attraverso l’impiego di robot. Una strategia ampiamente usata nell’operazione di terra in corso a Gaza che ha portato nei giorni scorsi all’individuazione del più grande tunnel mai scoperto sino ad ora dalle forze dello Stato ebraico.  

Le prime notizie sull’intesa segreta tra Hamas e “el Mayo” sono trapelate nel 2018 quando Dany Tirza, un ex colonnello dell’esercito israeliano, ha dichiarato in un’intervista che gli islamisti di Gaza “si procurano denaro sostenendo gruppi criminali messicani per la costruzione di tunnel che vanno da Tijuana a San Diego per il traffico di droga”. Lo stesso anno gli agenti del Mossad hanno ricostruito i movimenti di tre miliziani che dopo esser passati da Madrid hanno incontrato a Tijuana in Messico dei luogotenenti di Zambada.

In cambio del trasferimento ai narcos delle loro competenze anche nella costruzione di bombe artigianali gli islamisti avrebbero ottenuto armi e attrezzature americane oltre a carichi di droga e all’addestramento da parte dei “chimici” messicani per la produzione e il commercio del captagon. In questi traffici sarebbero stati coinvolti anche gli sciiti di Hezbollah. Il captagon è noto come la “droga della jihad” ed è stata rinvenuta su alcuni terroristi uccisi dopo l’attacco del 7 ottobre. Le pillole di anfetamine sono ormai particolarmente diffuse in Medio Oriente e la vicina Siria gestisce un’importante fetta di questo mercato tanto da aver guadagnato il titolo di ultimo narco-Stato del mondo.

L’accordo tra Hamas e il cartello di Sinaloa è solo l’ultima di una lunga serie di collaborazioni tra le organizzazioni terroristiche e spietati gruppi criminali spesso protette da collusioni e da elementi deviati interni a governi di nazioni fragili e non solo. Gli eventi a Gaza e le continue esplosioni di violenza a pochi passi dal confine con gli Stati Uniti ricordano però ogni giorno ai decisori politici i rischi in cui si incorre ignorando tali minacce internazionali.