Lo strano destino del generale Haftar, che da grande voleva diventare il nuovo Gheddafi

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Oggi il generale passa le giornate all’interno del suo quartier generale di Al Rajma, non lontano da Bengasi. Qui, nel perimetro di una vecchia base militare, ha allestito i suoi uffici, la sua residenza e il suo fortino dove riceve, spesso con protocolli riecheggianti visite di Stato, gli ospiti stranieri. Haftar ha eletto questo posto come sede delle sue attività e del suo micro cosmo politico e militare, perno di tutte le vicende che riguardano la Libia orientale.

Ma probabilmente non erano questi i progetti pianificati dal generale dieci anni fa quando, non troppo a sorpresa, lanciò la cosiddetta Operazione Dignità nella Cirenaica. Un’azione presentata dallo stesso Haftar come di liberazione, volta a estirpare dalla stessa Bengasi e dalle altre grandi città dell’Est libico la presenza delle cellule islamiste. Un intento quest’ultimo riuscito, ma il generale voleva altro. Voleva, in particolare, emulare il suo vecchio amico poi diventato arci nemico: come Gheddafi, Haftar per lungo tempo ha sognato di soggiornare sine die a Tripoli e da lì comandare l’intero Paese. E, da questo punto di vista, si può dire che l’operazione è stata un fallimento.

I tentativi falliti di unificare la Libia

Per più di venti anni il generale ha avuto un conto in sospeso con Gheddafi. Dopo essere stato il consigliere militare di sua fiducia, la sconfitta maturata a inizio anni Novanta dall’esercito libico in Ciad ha fatto incrinare irrimediabilmente i rapporti tra i due. E in Libia spesso non esistono mezze misure: o si è grandi amici oppure, al contrario, si diventa grandi nemici. Haftar e Gheddafi sono diventati nemici giurati. Il generale però si è armato di pazienza e, dalla sua casa in Virginia (a pochi passi dalla sede della Cia), ha atteso che qualcosa a Tripoli potesse cambiare. La storia gli ha dato parziale ragione: nel 2011, sull’onda delle primavere arabe, in Libia è scoppiato il caos e Gheddafi è stato preso di mira prima da gruppi di manifestanti e poi dalla Nato. Per Haftar è arrivata l’occasione aspettata lungamente da oltre oceano e, nel giro di pochi anni, ha messo assieme un suo esercito per prendere il potere.

I suoi calcoli non erano sbagliati: con la Libia nel caos, si sarebbe potuto presentare a livello interno ed estero come l’unico in grado di riportare l’ordine e di combattere l’avanzate dell’Isis e degli islamisti. Calcoli esatti, ma eseguiti malamente: sulle tempistiche infatti Haftar ha sempre avuto torto. Nel 2014 ha minacciato un golpe se il governo di transizione non convocava nuove elezioni, ma era già tardi per poter prendere Tripoli senza sparare un colpo.

A maggio dello stesso anno, ha avviato l’Operazione Dignità destinata alla Cirenaica. Qui, seppur al prezzo di tempo e vittime (tante), le cose sono andate meglio: il generale ha effettivamente preso il controllo dell’intero Est della Libia. Nel 2018, corteggiato da Francia, Italia e Russia, ha forse pensato di avere ormai le chiavi del Paese in tasca. L’anno dopo, nonostante accordi mediati dai suoi stessi alleati, ha provato l’azzardo lanciando le sue truppe all’assalto di Tripoli. Ma, anche in questo caso, la tempistica è stata sbagliata: la sua è stata percepita come un’aggressione dagli stessi tripolini, non come una liberazione.

Da allora, Haftar si è rintanato in quel di Bengasi. Ha preferito coltivare il suo orticello cirenaico, senza far dimenticare con le buone o con le cattive (vedi, ad esempio, il sequestro di pescatori italiani e l’avvio della rotta dell’immigrazione con base a Bengasi) di essere ancora vivo e presente. Ma ha comunque fallito: l’idea di essere il nuovo rais libico non è andata in porto. Oggi, a 81 anni, probabilmente Haftar pensa a una successione. Agli ambiziosi figli però, già a capo di vari potentati locali, non potrà lasciare l’intera Libia. Un epilogo, dal suo punto di vista, non così positivo.

Cosa rimane dell’operazione Dignità

Qualcosa però, a proposito di eredità, rimane. Almeno partendo dal punto di vista della storia e non soltanto di quello della sua famiglia. Con l’operazione Dignità molti gruppi islamisti sono stati allontanati e oggi la Cirenaica, rispetto alla frammentata regione della Tripolitania, si presenta quasi del tutto unificata. Inoltre, con quell’azione militare Haftar ha consolidato la sua area di influenza e questo assume connotati importanti anche sotto il profilo della politica estera.

L’Est della Libia infatti è una terra contesa tra i russi, molto vicini al generale e presenti qui con gli ex Wagner dal 2016, e gli Usa. Washington, in particolare, vorrebbe far pesare il fatto che Haftar è anche cittadino statunitense per ricordare al generale di non rimanere per lungo tempo agganciato agli interessi di Mosca. Una guerra nella guerra, quella che si sta combattendo tra Casa Bianca e Cremlino, figlia diretta delle operazioni dell’esercito di Haftar in tutta la Cirenaica. Guerra che, probabilmente, sarà destinata a rimanere per lungo tempo una costante nella quotidianità libica.