L’Afghanistan è la “tomba degli imperi”. Ma nei prossimi anni, la ritirata precipitosa dall’Afghanistan può diventare anche la tomba politica del presidente Biden. In due frasi, nel suo discorso del 16 agosto, all’indomani della caduta di Kabul, il presidente statunitense ha spiegato i motivi del ritiro. “This is not in our national security interest. It is not what the American people want”: (la Guerra in Afghanistan, ndr) non è nel nostro interesse di sicurezza nazionale. E non è quel che il popolo americano vuole. La prima affermazione è già smentita dalla storia, la seconda sta per essere smentita dai sondaggi.

“Non è nel nostro interesse di sicurezza nazionale”: per 20 anni gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra che non rientrava nell’interesse di sicurezza nazionale? Cinque amministrazioni (due Bush, due Obama e una Trump) hanno sbagliato tutto? È anche difficile pensarlo, nel momento in cui lo stesso Barack Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva definito il conflitto in Afghanistan “guerra per necessità”. Tutte le amministrazioni da Obama in avanti avevano in mente di ritirarsi. Nessuno, però, avrebbe voluto far passare la ritirata come una sconfitta. Il rischio di Biden è proprio quello di far percepire l’uscita dal Paese asiatico come la fuga di un esercito sconfitto.

Biden, nel suo breve discorso, afferma che non vi fosse l’interesse a combattere al posto di un esercito regolare afgano che non ha dimostrato alcuna volontà di difendere il suo stesso popolo. Eppure la politica pro-ritiro si basava sulla convinzione opposta: che l’esercito afgano fosse in grado di difendersi da solo. Altrimenti nessuno avrebbe dato un ordine di ritirata: a nessuno piacerebbe passare per sconfitto e assistere alla presa di una capitale alleata da parte di un nemico ventennale. L’amministrazione era convinta, fino al giorno prima che Kabul cadesse, che l’Afghanistan potesse essere pacificato dopo il ritiro e questo nonostante le analisi dei militari fossero chiaramente disilluse e neppure il Capo dello Stato Maggiore Congiunto, Mark Milley fosse ottimista in merito. Sono contraddizioni che in politica si pagano. Specialmente se l’Afghanistan tornerà a costituire una preoccupazione per la sicurezza nazionale americana.

Se l’intelligence americana ha sottovalutato la forza dei talebani, tanto che la loro avanzata rapidissima ha colto l’amministrazione completamente di sorpresa, è possibile che ora sottovaluti anche il ritorno di una minaccia terroristica in Afghanistan.

Il pericolo delle armi lasciate in Afghanistan

Qualunque gruppo irregolare, dopo lo scioglimento di fatto dell’esercito regolare (352mila uomini armati ed equipaggiati dagli Stati Uniti), troverebbe oggi, in tutte le province afgane, armi a volontà, di tutti i tipi, anche sofisticate. I combattenti talebani si filmano, trionfanti, a bordo degli elicotteri abbandonati a Herat. Mostrano con orgoglio le montagne di armi e mezzi sequestrati. Nella sola base di Sultan Khil, nella provincia di Wardak, i guerriglieri hanno messo le mani su 70 fucili di precisione, 900 armi da fuoco individuali, 30 Humvees, 20 pickup e 15 veicoli corazzati.

I guerriglieri hanno catturato container carichi di telefoni satellitari, granate e mortai, ancora con la scritta “Proprietà del governo statunitense”. Nell’aeroporto di Kunduz, i Talebani hanno preso droni, veicoli corazzati (Mrap), Humvee ed elicotteri, intatti e funzionanti. Depositi simili ci sono in tutto il Paese. Ha fatto scandalo, all’aeroporto Kabul, il video di una montagna di armi leggere abbandonata all’aeroporto, alla mercé del primo che passa a prenderle.

Il Pentagono non ha alcun piano per recuperare tutto il materiale bellico lasciato sul territorio, fornito all’esercito regolare e finito nelle mani dei Talebani. Non solo questo arsenale può essere usato dai nuovi padroni dell’Afghanistan, ma il rischio ancora peggiore è che venga disperso, venduto, catturato o ceduto a terroristi di altre sigle, come Al Qaeda e Stato Islamico, per cominciare. È dunque solo una questione di tempo, prima che l’Afghanistan torni a costituire una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti (e nostra).

Rimanere in Afghanistan, “non è quel che il popolo americano vuole” come ha affermato Biden. Ma il popolo americano non voleva neppure assistere ad una ritirata precipitosa che sa di sconfitta. Non voleva vedere Kabul conquistata dai talebani, né le scene di fuga disperata dei suoi abitanti. Il sostegno alla politica di Biden di ritiro dall’Afghanistan ha perso 20 punti percentuali in appena quattro mesi, secondo il sondaggio Morning Consult commissionato dalla rivista Politico.

Il consenso era del 69% alla fine di aprile, mentre oggi è del 49%. Solo il 38% dei Democratici (e prevedibilmente appena il 14% dei Repubblicani) ritiene che il ritiro stia andando bene. Il 48% ritiene che gli Usa non debbano ritirarsi nel caso l’Afghanistan torni a diventare una base terroristica. E questo è solo l’inizio (il sondaggio è avvenuto dal 13 al 16 agosto). Nel caso il pericolo torni a manifestarsi dall’Asia centrale, l’Afghanistan diverrebbe realmente la tomba politica di Biden, non solo degli imperi.