(Damasco) Indipendentemente da come si voglia giudicare il conflitto che ha devastato la Siria a partire dal marzo del 2011 – guerra civile o guerra per procura, mossa da alcuni Paesi della regione o perfino da potenze internazionali – e indipendentemente dai motivi che ne hanno determinato lo scoppio, la situazione dei rifugiati siriani è uno dei peggiori disastri umanitari dalla Seconda guerra mondiale in poi.

Stando alle stime dell’Onu, al culmine della crisi dei profughi, oltre 13,2 milioni di persone, tra cui circa 6 milioni di bambini, sono stati sfollati sia dentro che fuori il Paese dalla furia del conflitto. Terrore e distruzione hanno dominato più del 75% dei territori siriani, spesso raggiungendo proporzioni apocalittiche, prima che la situazione cominciasse a cambiare nel 2018, grazie all’esercito siriano e all’aiuto di Russia e Iran.

Come in tutte le guerre, i civili in generale e i bambini in particolare sono i più colpiti. Aiuti di ogni genere e forma diventano una questione di vita o di morte per gran parte della popolazione, specialmente nelle aree dilaniate dalle azioni belliche, e gli interventi umanitari devono protrarsi ben oltre il tacere delle armi. Il brutale conflitto scatenato nel 2011 ha avuto un effetto devastante sull’economia, sulle infrastrutture e sull’intera società del Paese.

Da quando gli scontri militari si sono conclusi nella gran parte dei territori siriani, specialmente intorno alla capitale, Damasco, e in vaste aree della regione meridionale, molte persone sono rientrate o stanno seriamente pensando di tornare a casa, in particolare dal Libano e dalla Giordania. Il governo siriano ha offerto loro garanzie di sicurezza, aiuti d’emergenza, finanziamenti per il reinsediamento e per la ristrutturazione delle abitazioni danneggiate. Tuttavia, molti dei circa “5.7 milioni di rifugiati registrati, tra cui oltre 2,5 milioni di bambini siriani che vivono attualmente in Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia”, sono ancora riluttanti, o esitano a prendere una decisione così importante.

L’immenso numero di case, scuole, ospedali e altre strutture essenziali distrutte in otto anni di guerra rende estremamente difficile il rimpatrio in completa sicurezza di milioni di siriani, nonostante alcuni progressi siano stati raggiunti negli ultimi mesi per incoraggiare il ritorno di quanti erano fuggiti nel vicino Libano e in Giordania. I profughi che si sono stabiliti in Turchia devono affrontare ulteriori difficoltà, in quanto la guerra non è ancora finita lungo ampi tratti dei confini turco-siriani, soprattutto nel governatorato di Idlib, rimasto fuori dal controllo dello Stato siriano negli ultimi sei anni.

Anni di guerra hanno negato ai bambini l’accesso ai servizi più essenziali. Secondo uno studio internazionale condotto un anno fa, “l’immunizzazione nazionale è passata dal 90% del 2010 al 70% del 2017. Circa 14,6 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, oltre 1,75 milioni di minori siriani non frequentano la scuola e 1,35 milioni rischiano di dovervi rinunciare per sempre. Più di 3 milioni di bambini hanno bisogno di supporto nutrizionale, inclusi 20mila piccoli che soffrono di gravissima malnutrizione”.

La situazione nella maggior parte dei campi profughi è difficile, ma durante un inverno rigido può diventare perfino disastrosa. Ad Al Rukban, un campo isolato e difficilmente raggiungibile, presumibilmente sotto la protezione dei soldati statunitensi, la situazione è estremamente grave. La maggior parte degli sfollati, situati a circa 300 chilometri da Damasco, sono donne e bambini che vivono in condizioni disperate. La mancanza di cure mediche urgenti, la scarsità di cibo e altre necessità quotidiane hanno trasformato campi come Al Rukban in orrende prigioni. Immagini di bambini che camminano a piedi nudi in gelide pozzanghere o di persone costrette a vendere i propri averi in cambio di cibo e acqua sono i promemoria delle tragiche sofferenze dei rifugiati. Le forze statunitensi presenti nell’area hanno impedito alla maggior parte dei convogli umanitari del governo e dell’Onu di entrare nel campo di Al Rukban per ragioni sconosciute, rendendo così una situazione stagnante ancora più intollerabile.

“I mesi invernali sono stati incredibilmente duri per donne e bambini ad Al Rukban. La loro salute si è indebolita per la cattiva alimentazione e le condizioni di vita estremamente dure”, ha affermato il rappresentante dell’Unicef in Siria, Fran Equiza. “Senza accesso a strutture mediche adeguate e senza personale medico qualificato, anche la minima complicanza durante il parto può diventare fatale per le madri o i neonati”.

Gli sforzi per porre fine, o almeno mitigare le sofferenze di milioni di rifugiati, sia all’interno della Siria che nei Paesi limitrofi, rimangono ostaggio della penuria di risorse e della mancanza di volontà nel fornire aiuto di alcune delle parti in causa. Questa vasta tragedia umana senza precedenti merita uno sforzo collettivo ben coordinato, una strategia chiara, una forte volontà nazionale e internazionale, unitamente a risorse, mezzi e finanziamenti adeguati.

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