Raid e trattative, la diplomazia nel Golfo continua anche con le armi. Dopo che la giornata di lunedì 2 novembre aveva segnalato aperture incoraggianti sul fronte del dialogo Usa-Iran a seguito di un confronto giunto al limite sul piano politico per evitare una nuova fase della Terza guerra del Golfo, la notte ha segnato elementi contraddittori che mostrano quanto delicata resti la situazione.
Raid e mediazioni, Usa e Iran al confronto
Nella notte sono stati segnalati raid statunitensi, definiti “difensivi” da funzionari che hanno parlato alle fonti di stampa Usa, sull’isola di Qeshm, una delle architravi con cui Teheran si proietta sullo Stretto di Hormuz, contro infrastrutture balistiche dei Guardiani della Rivoluzione della Repubblica Islamica (Irgc). All’Associated Press delle fonti in condizioni di anonimato hanno indicato il bersaglio in delle batterie superficie-aria utilizzate contro asset Usa. Segnali, questi, di una tensione che rimane alta e di un confronto che a ogni livello appare in corso proprio mentre il binario della mediazione sembra tornare più solido e, quantomeno, non destinato al deragliamento.
Dopo settimane in cui si parlava della prospettiva che gli Usa potessero riprendere a breve gli attacchi all’Iran, in cui Teheran si è dichiarata pronta a combattere regionalizzando il conflitto su larga scala in caso di offensiva nemica, in cui da Israele sono giunte notizie riguardanti un Benjamin Netanyahu desideroso di rilanciare gli attacchi a Teheran per consolidarsi al potere dopo aver perso la maggioranza al voto israeliano, la giornata di lunedì ha prodotto sviluppi interessanti.
Donald Trump ha gettato acqua sul fuoco sulla possibile imminente ripresa dei raid contro l’Iran, dalla Repubblica Islamica è arrivata la notizia che il governo civile, guidato dal presidente Masoud Pezeshkian e rappresentato attivamente dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha avuto dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei mandato per trattare con gli Usa; J.D. Vance, vicepresidente Usa, si è detto “ottimista” sulla possibilità di un accordo dopo nuovi colloqui indiretti.
Vance, lo ricordiamo, aveva scritto una lettera a Moshen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, la ghiandola pineale degli apparati strategici iraniani, col fine di capire i margini per una trattativa. Nei giorni scorsi, inoltre, da Tel Aviv diverse figure prominenti della politica israeliana, come il capo dei Democratici Yair Golan, avevano in precedenza messo in dubbio che Netanyahu fosse la figura ideale per guidare un terzo tempo della sfida all’Iran e il dialogo per sostituire il premier con Gadi Eisenkot in seno all’opposizione prosegue (Davide Malacaria ha scritto un paper sul voto israeliano che parla anche del meccanismo di formazione del governo: qui potete scaricarla gratuitamente).
Russia e Cina, diplomazia globale attorno all’Iran
Inoltre, degli elementi si vanno agglomerando circa il coinvolgimento di attori globali nella mediazione. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ricevuto a sorpresa a Pechino Ali Bagheri-Kani, vice segretario di Rezaei, nello stesso giorno in cui a Pechino si trovava il Sultano dell’Oman Haitam bin Tariq in visita al presidente Xi Jinping. Pechino è parte interessata al negoziato Iran-Oman per un meccanismo per lo Stretto di Hormuz del dopoguerra e in passato abbiamo notato in delle analisi che c’erano gli elementi per far presumenre una facilitazione diplomatica della Repubblica Popolare, stretta partner dell’Iran sempre più attenta anche a stringere i legami con Mascate.
Dialoghi attivi per provare a spingere il vento in poppa del negoziato dopo settimane in cui l’inevitabile corsa al conflitto sembrava difficile da frenare. Rezaei, a sua volta, ha avuto una conversazione col presidente russo Vladimir Putin, a testimonianza dei rapporti che restano solidi tra l’apparato securitario di Teheran e Mosca. Nelle scorse settimane Putin si era detto pronto a offrire una sponda al negoziato iraniano-americano ricevendo al Cremlino l’inviato di Trump, Steve Witkoff. Tutti questi elementi mostrano la presenza di una spinta strategica verso una risoluzione negoziata del conflitto che per l’Iran parte dalla prospettiva della definizione di uno status chiaro su Hormuz e per gli Usa ha l’intento di spuntare concessioni migliorative rispetot al Memorandum di Islamabad di giugno.
Il bivio tra diplomazia e conflitto
Il bivio tra la pace e la guerra non è ancora risolto definitivamente. Si segnalano diverse dinamiche politiche importanti: negli Usa, la presenza di un doppio binario che influenza il processo decisionale del presidente Trump, in un contesto in cui l’ala che fa riferimento a Vance, a lungo critica dell’avventura militare in Medio Oriente, sta riprendendo vigore proprio mentre il rischio di un precipitare del confronto alle estreme conseguenze era più palese; parimenti, lo sdoganamento di raid e operazioni militari lascia pensare a una tensione che ancora non è sopita e dovrà essere ridimensionata nel quadro di un caos generalizzato.
Invece, nella Repubblica Islamica il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale è diventato, sostanzialmente, il vero e proprio apparato sovrano in senso schmittiano, che decide nello statao d’emergenza, e in seno ad esso si elaborano linee di risposta militare in caos di attacco (descritte da Rezaei nelle scorse settimane), di diplomazia internazionale (la visita a Pechino del vice del segretario lo conferma) e di confronto con gli avversari. La delega di Khamenei a Pezeshkian arriva in quanto il capo dello Stato è presidente del suddetto Consiglio. Resta da capire se quella in corso sia una trattativa frenetica per evitare l’escalation, come quelle febbrili che precedettero i raid di febbraio, o se ci sia qualcosa di più solido. La spinta degli attori globali lascia pensare a finestre d’opportunità più ampie, e del resto anche la recente visita dei funzionari del Patto della Mecca a Teheran lo conferma. C’è una parte di mondo che non vuole una nuova guerra. Ma i raid della notte mostrano che nessun finale è già scritto. Serviranno alta politica, alta diplomazia e tanta pazienza per capire quale sarà la via maestra del confronto. Soprattutto, sapere cosa Usa, Iran e, sullo sfondo, Israele ritengono essere l’ottimo della sicurezza regionale. La marcia verso il sentiero di guerra non è inevitabile, ma è lungi dall’essere scongiurata. E capire cosa vogliano tutti gli attori in gioco è ancora difficile da determinare.
Fonti
- “Vance Reaches Out to Iranian Hard-Liner in Bid to Restart Peace Talks”, Wall Street Journalet , 28 ottobre 2026 – https://www.wsj.com/world/middle-east/vance-reaches-out-to-iranian-hard-liner-in-bid-to-restart-peace-talks-2c8a2ab8
- U.S. Strikes Iran’s Qeshm Island as Trump Talks Down War Risks, Wall Street Journal, 2 novembre 2026 – https://www.wsj.com/world/middle-east/u-s-strikes-irans-qeshm-island-as-trump-talks-down-war-risks-79d73d3d
- “Iran war live: US carries out ‘defensive’ strikes in Strait of Hormuz”, Al Jazeera, 3 novembre 2026 – https://www.aljazeera.com/news/liveblog/2026/11/3/iran-war-live-vance-sees-progress-in-talks-tehran-says-ball-in-us-court?update=5113903
- Bagheri Kani visits Beijing for talks with Chinese officials – IRNA, 3 novembre 2026 – https://en.irna.ir/news/86310245/Bagheri-Kani-visits-Beijing-for-talks-with-Chinese-officials
- “China calls for Mideast dialogue in talks with Iran, Saudi, Oman”, Hong Kong Free Press, 3 novembre 2026 – https://hongkongfp.com/2026/11/03/china-calls-for-mideast-dialogue-in-talks-with-iran-saudi-oman/
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