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Il successo della controffensiva ucraina delle scorse settimane che ha portato l’esercito di Kiev a liberare la maggior parte della regione di Kharkiv, al punto che in quell’area la linea del fronte è tornata a coincidere coi confini nazionali, ha provocato un piccolo terremoto nella nomenklatura e nei media russi.

Il 7 settembre, il consiglio dei deputati comunali di Smolninsky ha deciso di chiedere alla Duma di Stato di intentare un’accusa di tradimento contro il presidente Vladimir Putin per rimuoverlo dall’incarico: secondo quanto riportato, le motivazioni di tale decisione sono state che i “giovani normodotati” cittadini russi stanno morendo in Ucraina a causa della guerra lanciata dal presidente, l’economia russa sta soffrendo, la Nato si sta espandendo a est e l’Ucraina riceve nuove armi. Il giorno successivo, il consiglio del distretto municipale di Mosca Lomonosovsky ha fatto appello al presidente russo chiedendo le sue dimissioni facendo notare che, a partire dal secondo mandato di Putin, “tutto è andato storto”.

Si è innescata una piccola reazione a catena – molto piccola se pensiamo che i deputati dei consigli comunali non hanno il peso della Duma, saldamente in mano al partito del presidente Putin – che ha portato ad altri simili provvedimenti: al 19 settembre, in totale, erano 70 i deputati di 18 distretti municipali tra Mosca, San Pietroburgo e Kolpino ad avere richiesto le dimissioni del leader russo.

Anche a livello mediatico, la narrazione è cambiata rispetto ai precedenti mesi di guerra: ora in alcuni canali televisivi russi si comincia apertamente a parlare di sconfitta e della necessità di giungere a trattative di pace – un fatto del tutto eccezionale dato lo stretto controllo che stanno subendo gli organi di informazione dall’inizio del conflitto – ma al di là di queste sporadiche voci solitarie che si levano, la maggior parte dei commentatori politici e degli esperti militari, per risolvere la questione ucraina, sino al discorso di mercoledì del presidente Putin ha spinto per un maggiore coinvolgimento delle forze armate: in altre parole si chiedeva la mobilitazione generale, che sarebbe possibile solo con una formale dichiarazione di guerra, stante la legislazione vigente in Russia. Questa narrazione, determinata dal peso della sconfitta tattica in Ucraina, è supportata ideologicamente da una convinzione instillata dal Cremlino stesso e ripresa con vigore in questi ultimi giorni: il telegiornale della maggiore Tv di Stato, Rossiya24, ha spiegato che il problema della Russia in Ucraina è che “l’Occidente sta conducendo una guerra in Ucraina… una guerra contro la Russia. L’obiettivo generale è il collasso della Russia”.

Questa versione del conflitto, che generalmente non sta facendo presa sulla popolazione sia perché fondamentalmente risulta disinteressata sia perché si affida alla propaganda di Mosca, è però la stessa degli esperti militari e dei politici della Duma.

Tra gli ex militari c’è anche chi va oltre, e parla apertamente di rimozione fisica del presidente Putin: Igor Girkin, ultranazionalista ed ex colonnello dell’Fsb – i servizi di sicurezza interni russi –, prevede la “fine sanguinosa di Putin” affermando che saranno i suoi “cortigiani” a eliminarlo e aggiungendo che “quello che servirà per finirlo è lo scoppio dell’inflazione o qualche altra sconfitta militare”.

Intanto il Cremlino sembra che stia correndo ai ripari per cercare di aumentare il numero di personale impiegabile in battaglia senza dover essere costretto a dichiarare la mobilitazione generale: la possibile annessione alla Federazione Russa delle province separatiste del Donbass, così come dei territori occupati dall’esercito russo a Kherson e Zaporizhzhia – previo referendum – permetterebbe di impiegare nel conflitto forze appena reclutate aggirando i limiti della legislazione russa sull’utilizzo dei coscritti in guerra, oltre a determinare un importante cambio giuridico in caso di attacchi ucraini, che diventerebbero portati direttamente contro la Federazione Russa e quindi aprendo la strada a scenari bellici più elevati di un semplice conflitto regionale.

Più di qualcuno all’interno della politica russa, però, sembra spingere per la mobilitazione generale – e quindi per la dichiarazione formale di guerra – e la stessa visione è condivisa anche da alcuni ambienti militari, che cercano di ovviare alle gravi carenze logistiche dell’esercito con l’afflusso di nuove truppe, in modo da cercare di attenuare il divario numerico con l’esercito dell’Ucraina, che da mesi ha indetto la mobilitazione di tutta la popolazione maschile di età compresa tra i 18 e i 60 anni.

Il Cremlino, con la decisione di indire la mobilitazione parziale che coinvolge circa 300mila riservisti, ha optato per una soluzione intermedia venendo quindi parzialmente incontro alle richieste dei militari.

Siamo convinti che in Occidente più di qualcuno auspichi la deposizione del presidente Putin, oltre alla fine delle ostilità col ritiro russo dall’Ucraina invasa, ma a questo punto occorre chiedersi se davvero il successore dell’attuale leader del Cremlino possa essere una figura che porrà termine alla guerra cedendo i territori ucraini occupati dal 2014 a oggi.

Dai segnali che abbiamo poco sopra esposto, sembra che non andrebbe in questo modo. È molto probabile che la nomenklatura russa e i militari – se davvero dovessero deporre il presidente Putin – pongano al potere un vero e proprio “falco” che, per risollevare le sorti del conflitto e “salvare la faccia” della Russia agli occhi del mondo, passerebbe a decisioni più incisive e possibilmente più tendenti a generare un allargamento del conflitto – non necessariamente coinvolgendo direttamente la Nato.

Cerchiamo di spiegarci meglio. Un’“anomalia” di questa guerra che non viene quasi mai riportata, ad esempio, è la situazione della Bielorussia: Minsk ha ospitato le truppe russe che hanno invaso l’Ucraina nei primi giorni di conflitto – diventando così a tutti gli effetti una nazione belligerante – ma si è sempre rifiutata di parteciparvi attivamente, pur stringendo ulteriormente i suoi legami militari con Mosca e diventandone, di fatto, un Paese satellite (la recente possibilità di schierare armi nucleari russe sul territorio bielorusso ne è la prova).

Una nuova direzione politica al Cremlino, più interventista, potrebbe pertanto spingere la Bielorussia in guerra e sfruttare così un fronte che è rimasto quiescente – e meno difeso – dalla ritirata russa di aprile sino a oggi: in questo modo la Russia costringerebbe l’esercito ucraino a suddividersi, fattore che insieme alla mobilitazione generale le permetterebbe di avere più possibilità di uscire vittoriosa dal conflitto.

Non bisogna quindi sottovalutare la possibilità che, qualora Putin dovesse venire estromesso dalla presidenza con la forza, ci si troverebbe ad avere a che fare con esponenti della “linea dura” sostenuti da una frangia importante di militari e politici.

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