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Mobilitazione parziale a partire da oggi, 21 settembre: ecco cosa vuole Vladimir Putin, annunciandolo nel tanto atteso discorso alla nazione che ha tenuto tutti con il fiato sospeso dalla scorsa notte. Una mossa non draconiana come la mobilitazione generale, ma comunque grave e che allontana sempre più la prospettiva della pace.

Cosa intende Putin per mobilitazione parziale

Putin ha aperto il suo discorso dichiarando come sia necessario garantire la difesa del popolo e della sovranità territoriale della Russia: la leva, dunque, riguarderà solo i riservisti e innanzitutto coloro che hanno già svolto servizio nelle forze armate e che hanno quindi preparazione ed esperienza. Prima di essere inviati al fronte i militari svolgeranno ulteriore addestramento.

Inoltre, lo status giuridico dei volontari e dei miliziani del Donbass dovrebbe essere equiparato a quello del personale militare russo. A questo proposito sarebbero già state date istruzioni al governo e al ministero della Difesa di determinare in pieno e il prima possibile lo status giuridico dei volontari, nonché dei combattenti delle unità delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk. Dovrebbe essere lo stesso di quello del personale militare regolare dell’esercito russo, compreso il materiale, la sicurezza medica, le garanzie sociali.

Il nervosismo di Putin

Una mossa che tradisce senza dubbio nervosismo, di fronte anche alla riscossa ucraina degli ultimi giorni. Secondo Putin, la decisione si giustifica con il nuovo atteggiamento dell’Ucraina, che avrebbe abbandonato apertamente i piani per risolvere il conflitto nel Donbass in via pacifica annunciando l’intenzione di ottenere delle armi nucleari. Il timore adesso è quello di un attacco diretto alla Crimea. Secondo la visione del numero uno del Cremlino, sarebbe stato installato un regime di repressione in tutta l’Ucraina dopo il colpo di Stato armato del 2013 e la politica del terrore ora starebbe diventando sempre più estesa. “Gli abitanti delle zone liberate, tuttavia, non vogliono rinunciare alla liberazione e questo vale anche per le regioni di Kherson e Zaporizhzhia”, ha detto Putin. Non a caso, infatti, l’annuncio della mobilitazione parziale giunge nelle stesse ore della “conferma” da parte di Mosca dei referendum nelle zone “liberate”.

Il lato più inquietante del discorso però giunge nuovamente sull’utilizzo delle armi nucleari. Nella visione del conflitto, Putin continua a sostenere che la politica aggressiva dell’Occidente ha superato ogni limite: a chi minaccia con armi nucleari è bene ricordare che anche la Russia è dotata di tali armamenti, ha tuonato nel mezzo del suo annuncio. Parole che ripetono i consueti refrain con sfumature quasi millenariste e continui riferimenti alla fine miserabile dell’Unione Sovietica e alla presunta volontà occidentale di distruggere la Russia, frammentando il mondo ex-sovietico in una granola di nazioni in guerra fra loro.

In che fase della guerra stiamo entrando?

Se nelle ultime ore si erano rincorse flebili speranze sulla presunta volontà di Putin di fermare il conflitto, la mobilitazione, anche se parziale, infrange qualsiasi speranza. Putin è quanto mai con le spalle al muro e nelle ultime settimane la sua operazione subisce attacchi da più parti. E non solo sul campo, per via dello sfondamento da parte delle forze ucraine. A questo si aggiunge la palese constatazione che Kiev, dopo i primissimi giorni di resistenza a febbraio, adesso combatte e contrattacca grazie al sostegno militare dell’Occidente. La Nato non è in guerra, formalmente, ma è come se lo fosse.

A questo si aggiungono una serie di bastonate diplomatiche. Il vertice della Sco, che immaginava una sua passerella tra nazioni “sorelle”, si è invece rivelato lo show della potenza di Xi Jinping e di Pechino. A Samarcanda, Putin ha stretto molte mani e avanzato proposte, ma ha raccolto gelo e nessun sostegno incondizionato. Perfino il presidente turco Erdogan, si era illuso sulle sue “sensazioni” circa la volontà russa di porre fine alla guerra. A New York, riuniti al Palazzo di Vetro, in queste ore, ci sono i grandi del mondo: al ministro degli Esteri Lavrov è stato concesso, dopo vari tira e molla, il visto per parteciparvi, ma si sta rivelando un vero elefante nella stanza. Perfino il funerale della defunta regina Elisabetta II è stata ragione di esclusione della Russia da un grande momento della storia. L'”Onu” riunita a Westminster è stato forse solo uno degli ultimi schiaffi morali ad un leader sempre più isolato anche in casa propria. A Mosca, gli oppositori della guerra e i falchi, paradossalmente si ritrovano, mutatis mutandis, sulla stessa linea: vogliono la fine dell’era Putin.

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