La linea di confine tra Colombia e Venezuela nello stato di Apure è da settimane teatro di violenti scontri tra forze armate venezuelane e gruppi guerriglieri di estrema sinistra colombiani che da sempre trovano però rifugio in territorio venezuelano.

Tutto avrebbe avuto inizio lo scorso 21 marzo quando le forze armate di Caracas si sono dirette a La Victoria, cittadina situata sul fiume Cutufi e confinante con il dipartimento colombiano di Arauca, per attaccare un accampamento del “Frente 10”, gruppo dissidente delle Farc colombiane che ha rifiutato l’accordo di pace del 2016 tra la leadership e il governo di Bogotà e che è attualmente alleato del Frente Primero di Gentil Duarte.

A fianco alla Fuerza Armada Bolivariana erano presenti anche le famigerate Fuerzas de Acciones Especiales (FAES) della Polizia Nazionale, già indicate in più occasioni dall’Onu e da un ex generale venezuelano come squadrone della morte al soldo di Maduro. L’ex generale venezuelano Carlos Penaloza Zambrano aveva definito le Faes una “gestapo chavista“, “assassini vestiti di nero e dal volto coperto onde evitare di essere riconosciuti dalle vittime” e “gentaglia di strada assoldata dal regime per uccidere e violare i diritti umani dei cittadini”. Ma non è tutto, perché esattamente un anno fa tre membri delle Faes venivano arrestati a Bogotà con l’accusa di aver spiato e organizzato attentati contro oppositori venezuelani in esilio in Colombia.

Gli scontri armati nella zona di La Victoria hanno causato la distruzione di sei accampamenti del “Frente 10”, l’arresto di 32 guerriglieri, l’uccisione di un leader noto come “el Nando”, ma anche la morte di due ufficiali dell’esercito venezuelano (un maggiore e un tenente). Nel frattempo circa 5mila profughi sono fuggiti dall’altra parte del fiume, nella città colombiana di Arauquita e alcuni di loro denunciano di essere stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni di La Victoria dopo essere stati rapinati da uomini vestiti con tenute nere e il volto coperto (il colore delle Faes).

Contro chi sta combattendo l’esercito venezuelano?

Inizialmente la situazione lungo il confine appariva ben poco chiara; in molti si sono infatti chiesti per quale motivo il regime di Maduro dovrebbe attaccare la guerriglia colombiana di estrema sinistra che ha invece sempre trovato rifugio sicuro in territorio venezuelano.

Il comunicato rilasciato dal ministro della Difesa venezuelano, generale Vladimir Padrino, fa riferimento ad azioni mirate contro “irregolari” senza mai nominare le Farc o alcun altro gruppo; in aggiunta, Padrino ha dichiarato che “l’esercito venezuelano risponderà duramente nei confronti di quei gruppi armati violenti che destabilizzano l’area e occupano il territorio con l’intento di trafficare droga”.

In poche parole, il regime di Maduro ora cerca di mostrarsi come paladino della lotta al traffico di droga. Peccato che è oramai noto come sia proprio il Cartel de los Soles, legato al regime di Maduro, a fare affari col narcotraffico assieme alle Farc e all’Eln, come già emerso in numerose inchieste. InsideOver aveva tra l’altro pubblicato uno speciale lo scorso aprile proprio sul narco-Stato Venezuela.

Cosa sta dunque succedendo al confine? Secondo i media colombiani, Maduro starebbe invece attaccando una fazione dissidente delle Farc non controllata da Jesus Santrich e Ivan Marquez (ora indicato come a capo della Segunda Marquetalia), alleati di Caracas. Non a caso alcune settimane fa si vociferava che Marquez fosse stato trasferito dalle autorità venezuelane verso l’interno del Paese nel timore di azioni da parte dei militari colombiani.

Una tesi sostenuta anche dalla venezuelana Rocio San Miguel, avvocatessa specializzata in diritti umani, presidente della Ong “Control Ciudadano” ed esperta in questioni militari. Secondo la San Miguel infatti, la dissidenza delle Farc e l’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale colombiano) nel 2017 avevano stretto un accordo per condividere il territorio lungo la frontiera; l’accordo si sarebbe però rotto in seguito alle attività illecite nelle quali sarebbe coinvolta la dissidenza Farc, attività non condivisa dall’Eln.

In realtà, il coinvolgimento dell’Eln nel traffico di stupefacenti, in particolare nel controllo delle rotte di frontiera utilizzate dal narcotraffico, è ben noto ed ha anche causato scontri armati con i paramilitari del Clan del Golfo e le bande note come “Rastrojos”.

La San Miguel, ma anche testimonianze in loco, sostengono che l’esercito venezuelano interviene esclusivamente contro la dissidenza Farc e non attacca mai i guerriglieri dell’Eln. E’ dunque plausibile che il regime di Maduro stia in realtà cercando di rimuovere la concorrenza, tutelando così i gruppi storici coi quali Caracas fa affari e stringe accordi.

Gli effetti delle sanzioni e la popolazione allo stremo

Nel frattempo a Washington l’amministrazione Biden, che a inizio marzo ha rilasciato un “briefing” per illustrare le nuove linee sul Venezuela, pondera se rimuovere le sanzioni economiche o meno, anche se l’impressione è quella di un cambio di rotta con la precedente amministrazione Trump e dunque di una parziale rimozione. Secondo quanto dichiarato dai funzionari di Biden, gli Stati Uniti non hanno alcuna fretta di rimuovere tali misure, ma riconoscono che negli ultimi quattro anni le sanzioni unilaterali non hanno prodotto alcun effetto; la nuova amministrazione insiste poi sul fatto che in nessuna parte del mondo sanzioni unilaterali hanno portato a una transizione democratica senza un approccio coordinato e multilaterale che coinvolga la comunità internazionale.

Secondo la Casa Bianca, Caracas ha facilmente aggirato le sanzioni economiche e l’embargo sull’esportazione del petrolio tramite flussi e traffici illeciti con i quali il regime di Maduro continua ad arricchirsi e tutto ciò a discapito della popolazione che è invece allo stremo.

Il senatore democratico Chris Murphy, membro del Foreign Relations Committee del Senato, ha inviato una lettera al Segretario di Stato Anthony Blinken invitando l’amministrazione Biden a riaprire all’approvvigionamento di diesel in quanto d’importanza vitale per la popolazione venezuelana, visto che le riserve del Paese rischiano di crollare già da inizio aprile. Secondo quanto affermato da Murphy, non solo tale embargo non produce alcun effetto su Maduro, ma colpisce invece pesantemente il settore del trasporto pubblico e l’approvvigionamento di beni di prima necessità, medicinali e dunque la situazione umanitaria del Paese.

Il Bolivar, la moneta nazionale venezuelana, è oramai sostanzialmente priva di valore e i dollari coi quali il regime si fa pagare il petrolio venduto aggirando le sanzioni non arrivano certo alla popolazione. Ulteriore prova del disastro economico è l’emissione all’inizio di marzo di tre nuove banconote da 200mila, 500mila e un milione di Bolivar che non sono sufficienti nemmeno per comprare un pacco di riso o una Coca-Cola.

Un contatto venezuelano di InsideOver ha illustrato la drammatica situazione: “lavoro da fare ce ne sarebbe anche, ma per pochi spiccioli al mese? Lavori tanto per un misero stipendio. Si fa quel che si può, tanta gente mangia una volta al giorno anche se ha tre lavori”.

È paradossale come un Paese potenzialmente ricco, con enormi riserve di petrolio e minerali, sia stato ridotto allo stremo da una gestione devastante che ha generato una situazione ben lontana dal paradiso socialista  promesso.

Il caso del consolato venezuelano a Milano

Molti ricorderanno come nel giugno del 2020 fosse emersa una controversa questione legata a una presunta valigetta contenente 3,5 milioni di euro e inviata nel 2010 dal regime di Caracas al Movimento 5 Stelle tramite mediazione del consolato venezuelano e in particolare del console Gian Carlo Di Martino.

Secondo la ricostruzione del giornale spagnolo Abc, che aveva lanciato la notizia, la somma di denaro era stata autorizzata dall’allora Ministro degli Esteri, Maduro, durante la presidenza Chavez e prelevati dai fondi riservati amministrati dall’allora Ministro degli Interni Tarek al Aissami. Il denaro sarebbe poi stato inserito all’interno di una valigetta diplomatica ed inviato al Console venezuelano a Milano, Gian Carlo Di Martino ed è proprio presso la sede diplomatica del capoluogo lombardo che un funzionario militare avrebbe trovato la valigetta, chiedendo poi informazioni all’allora capo della Direccion General de Contrainteligencia Militar-Dgcim (l’intelligence militare), Hugo Armando Carvajal Barrios. Al funzionario sarebbe stato ordinato di lasciar stare la vicenda che sarebbe altrimenti potuta diventare un problema diplomatico tra Italia e Venezuela. La faccenda sarebbe stata registrata in un documento pubblicato dalla Abc che ne assicurò l’autenticità, mentre il M5S e Di Martino lo indicarono come un falso e una montatura. In un video di smentita, il console ringraziava il Movimento 5 Stelle e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver riconosciuto Maduro come legittimo presidente del Venezuela.

Ora è nuovamente il console Gian Carlo Di Martino ad attirare l’attenzione, stavolta in un video di qualche anno fà (quando ancora ricopriva il ruolo di sindaco di Maracaibo) nel quale viene immortalato mentre aiuta i guerriglieri dell’Ejercito de Liberacion NacionalEln, gruppo già citato a inizio pezzo. Una conferma non soltanto della presenza della guerriglia di estrema sinistra in territorio venezuelano, ma anche di consolidati rapporti tra Eln e regime di Caracas.

L’Eln aveva rivendicato l’attentato del gennaio 2019 all’accademia di polizia “General Santander” di Bogotà, nel quale persero la vita 20 persone e rimasero ferite più di 70 ed è inserito nella “black list” delle organizzazioni terroristiche da Unione Europea, Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada; quest’ultima ne definisce chiaramente il profilo e le attività del gruppo sul proprio sito governativo dedicato alla pubblica sicurezza: “Le attività dell’ELN includono sequestri di persona, dirottamenti, attentati esplosivi, estorsioni e guerriglia. Principali obiettivi dell’Eln sono l’industria petrolifera colombiana, eventi ed esponenti politici”. Insomma, una faccenda sulla quale è bene che le autorità italiane facciano chiarezza.