Il topos della crisi dell’Occidente ha una lunga storia, da decenni pensatori del calibro di Oswald Spengler o Arnold Toynbee si interrogano sul ruolo dell’Occidente e sul suo stato di salute. Difficile trovare una definizione univoca di cosa sia e cosa rappresenti l’Occidente che è comunemente inteso come Europa e Stati Uniti (da alcuni anche con Israele e il Sud America). Samuel Huntington nel suo Lo scontro delle civiltà cerca di definirne non solo l’estensione ma anche il carattere.
L’Occidente rappresenta una serie di principi che nascono da una commistione dei valori tradizionali a quelli nati con la rivoluzione francese trovando il proprio culmine nel concetto di democrazia liberale. La democrazia liberale è stata considerata fino a qualche anno fa la migliore forma di governo possibile, prima che entrasse in crisi dimostrando i propri limiti. Senza dubbio non esiste un modello perfetto ma pensare di poter esportare il governo europeo e americano in paesi con una storia e tradizioni del tutto diverse dalle nostre, non solo è un’illusione effimera ma è profondamente sbagliato. Questo è il primo errore dell’Occidente, il secondo è leggere il mondo con i nostri occhi e pensare che tutti ragionino con i nostri stessi criteri. È avvenuto con l’Afghanistan, sta accadendo con la Cina ed è sintomatico di una presunzione che provoca conseguenze nefaste.
Ciò che sta succedendo in Afghanistan è infatti solo la punta dell’iceberg di una gestione fallimentare della politica estera nell’ultimo decennio iniziata con le primavere arabe nel 2011 e con la scellerata decisione di Barack Obama e Nicolas Sarkozy di attaccare la Libia, seguita nel 2015 dalla guerra in Siria. Decisioni che portano a interrogarci se esista ancora un “modello occidentale”, forse sì ma non esiste più un modello occidentale vincente poiché molte delle recenti posizioni assunte si sono rilevate fallimentari.
Il quesito successivo è presto detto: esiste ancora l’Occidente per come lo abbiamo concepito fino ad oggi? La “supremazia occidentale” e il tentativo di costruire un mondo unipolare è fallita e l’Afghanistan ne è l’ulteriore conferma, così come è emblematica la rapida ascesa cinese e l’incapacità di offrire una risposta convincente.
L’epilogo della crisi afghana rappresenta la difficoltà degli Stati Uniti di continuare ad esercitare un ruolo egemonico di grande potenza a livello globale. A un giornalista che l’8 luglio 2021 chiedeva a Joe Biden se l’Afghanistan potesse rappresentare un nuovo Vietnam per gli Stati Uniti, il presidente democratico americano rispondeva con queste parole: “Non ci sono possibilità che vedrete persone prelevate (da un elicottero) dal tetto di un’ambasciata degli Stati Uniti d’America in Afghanistan”.
Le debolezze dell’Europa
A fronte del disimpegno americano, i paesi europei sono incapaci di far sentire la propria voce in autonomia e di definire una propria politica estera anche in frangenti in cui sarebbe quanto mai necessaria una posizione autorevole.
Oggi l’Unione europea non è un interlocutore sufficientemente credibile non solo perché non è dotata di un proprio esercito ma perché non è in grado di individuare obiettivi comuni strategici e manca dell’autorevolezza necessaria per giocare un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale. Dopo anni di moniti sul rispetto dei diritti umani, procedure di infrazione a paesi membri, politiche per il rispetto delle minoranze, assistiamo ai video strazianti e terribili di persone che precipitano da un aereo per cercare la fuga dall’Afghanistan a causa delle disastrosa gestione della crisi da parte dei paesi occidentali.
Le immagini dei talebani che si fanno fotografare nel palazzo presidenziale di Kabul, rappresentano la sconfitta dell’Occidente che non solo in vent’anni di conflitto non ha ottenuto quasi nulla (salvo purtroppo un drammatico prezzo in termini di vite umane) ma subisce un duro colpo alla propria credibilità.
I paesi europei negli ultimi decenni hanno permesso che entrassero milioni di immigrati irregolari nei propri confini eppure non sono stati in grado di assicurare la protezione ai cittadini afgani che hanno collaborato con le ambasciate e i militari occidentali e che ora rischiano di essere giustiziati. La credibilità si ottiene innanzitutto con l’affidabilità che è mancata non solo in questo contesto ma in numerosi altri scenari.
Partendo dal presupposto che gli Stati Uniti rappresentano un alleato strategico per l’Europa, è arrivato il momento per l’Ue di portare avanti una politica estera che tenga in considerazione in primis i propri interessi, la crisi afgana avrà infatti delle conseguenze innanzitutto per l’Europa con migliaia di profughi che nelle prossime settimane e mesi si riverseranno ai confini dei paesi Ue per scappare dall’Afghanistan. La mancanza di una politica estera europea condivisa porta a una serie di errori strategici, dal Mediterraneo ai Balcani (in cui Turchia e Cina hanno sempre più influenza), al rapporto con la Russia con cui si continua a negare ogni forma di dialogo spingendola tra le braccia della Cina.
Una mancanza che, alla luce della profonda crisi del blocco occidentale, rischia di diventare non solo una debolezza ma un de profundis per ambire a un ruolo da protagonista a livello internazionale nella consapevolezza che in politica estera ogni spazio lasciato vuoto viene subito riempito.