Quale road map per la pace a Gaza? La fase 2 del cessate il fuoco siglato nell’ottobre 2025 da Israele e Hamas con la mediazione di Usa, Egitto e Qatar fatica a prendere piede e nel frattempo la questione si sta concentrando su un dato critico: la concretizzazione di due passaggi-chiave per l’attuazione del memorandum di Sharm-el-Sheikh, e cioè il disarmo dei miliziani di Hamas e il ritiro dell’Israel Defense Force (Idf) dalla Linea Gialla che segna il limite del controllo di Tel Aviv nella Striscia. In parallelo a ciò, resta ancora incerta la prospettiva della futura operatività della Forza di Stabilizzazione Internazionale (Isf) chiamata a dover garantire il cessate il fuoco sotto la supervisione del Board of Peace promosso dal presidente Usa Donald Trump.
L’Alto Rappresentante del Board of Peace, il politico bulgaro Nikolay Mladenov, ha incontrato a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella giornata di lunedì 3 agosto dopo che dall’esecutivo dello Stato Ebraico erano emerse diverse voci critiche sulla prospettiva iniziale dell’accordo di disarmo di Hamas annunciato da Trump la settimana scorsa. Al termine dell’incontro, si è stabilito che il Board of Peace ritiene prioritario il processo di disarmo di Hamas rispetto alla necessità di Israele di ritirarsi oltre la Linea Gialla che delimita le zone occupate nella Striscia. Non sono stati stabiliti limiti temporali, ma si è affermato un principio politico sul timing e le necessità previste dal Board.
Il Times of Israel ha richiamato un tweet dello stesso Mladenov di settimana scorsa in cui, commentando il piano annunciato da Trump, aveva affermato che “il ritiro deve procedere di pari passo con il disarmo” mentre il governo civile di Gaza doveva essere dotato degli strumenti necessari per operare. La testata israeliana ha commentato che “l’apparente cambio di rotta sembrava rientrare negli sforzi del Board of Peace per ottenere l’adesione di Israele al suo piano di disarmo, dopo che i funzionari di Gerusalemme avevano insistito sul fatto che nessun ritiro sarebbe avvenuto prima del completo disarmo di Hamas”.
La versione precedente del piano era stata accolta dallo scetticismo israeliano. Quella attuale andrà testata alla prova del giudizio che ne darà Hamas, che ha sua volta ha fatto intendere che si disarmerà quando Israele fermerà gli attacchi e inizierà il ritiro. Un tiro alla fune politico è in atto, ma il processo andrà osservato nella sua evoluzione. Da un lato, il processo di pace siglato a ottobre resta l’unica prospettiva credibile per una stabilizzazione della situazione a Gaza. Dall’altro, l’onda lunga della guerra scatenata da Hamas il 7 ottobre 2023 con gli attacchi in Israele e segnata dalla violenta rappresaglia dell’Idf nella Striscia ha reso altamente difficile la ricomposizione di un quadro diplomatico ordinario, rendendo necessario uno sforzo notevole da parte dei mediatori.
In tal senso, è da sottolineare che il processo sta venendo discusso a livello generale e di quadro complessivo, mentre bisognerà capire il timing del processo e in che misura Hamas sarà disposta a consegnare le armi al comitato tecnocratico e all’Isf, trasferendo di fatto la sovranità sulla Striscia, così come quanto ampia sarà la presenza internazionale nell’Isf stessa. Nelle scorse settimane il Marocco è diventato il primo Stato arabo a garantire personale alla forza di pace, a cui anche l’Indonesia, l’Albania e il Kosovo hanno dichiarato di essere pronte a fornire truppe. In tal senso, l’impegno degli Stati della regione può essere una dinamo capace di rendere operativo il processo di pace: dovranno essere al tempo stesso ponderate le richieste di sicurezza nel processo di disarmo avanzate da Israele, la nuova fase della governance di Gaza, la ricostruzione della Striscia e il funzionamento dei meccanismi di mediazione internazionali.
Paesi come Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania possono giocare un ruolo strutturale nel consolidare questo processo e monitorare le prospettive di adesione di entrambe le parti. Il piano è delicato e complesso. Ma vale la pena osservarne l’evoluzione: gli scenari critici per la pacificazione di Gaza avranno tempi lunghi di applicazione. E bisognerà capire che sintesi si farà di fronte alle richieste divergenti di Israele e Hamas.