Il dilemma delle elezioni: perché l’Ucraina non può (o non vuole) andare al voto

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Tra l’ottobre di quest’anno e la primavera prossima, l’Ucraina avrebbe dovuto affrontare ben due tornate elettorali: quella per le elezioni parlamentari, per il rinnovo della Verchovna Rada, e quelle presidenziali. Il conflitto, tuttavia, ha spazzato via qualsiasi tipo di riflessione politica sul futuro delle istituzioni del Paese, raccogliendo tutte le forze in campo in un unico sforzo, volto a resistere all’aggressione. Ma se all’indomani dell’invasione russa sembrava impossibile sperare in un ritorno alla normalità, una serie di condizioni createsi nelle ultime settimane ha fatto sì che si potesse tornare a parlare di elezioni in Ucraina come di una reale possibilità.

A parlare è innanzitutto la situazione sul campo che, sebbene non lasci posto ad una controffensiva da manuale, certamente corrisponde a un grave pantano per le forze russe. Il tutto aggravato dai malumori interni al Cremlino, di cui il tentato golpe di Evgeny Prigozhin è solo la punta dell’icerberg. Ma è anche e soprattutto lo spirito creatosi in occasione vertice Nato di Vilnius a far ben sperare per il futuro prossimo dell’Ucraina, sebbene la vittoria militare e il tavolo dei negoziati siano entrambi abbastanza lontani.

L’Ucraina frena, l’Europa incalza

Sulla possibilità di tenere queste elezioni analisti e giuristi si dividono, creando anche scompiglio fra le istituzioni europee e quelle di Kiev. Lo scorso maggio, infatti, Oleksij Danilov, il segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale aveva risposto a numerosi commentatori europei che sembravano spingere verso l’idea dell’Ucraina al voto. La proposta era stata rispedita al mittente, ribadendo che le elezioni restano impossibili fintanto che vige la legge marziale.

La querelle aveva coinvolto l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (la cosiddetta “pace”), decisamente pro-elezioni, alla quale Danilov aveva risposto seccamente, invitando i suoi membri a occuparsi d’altro, come ad esempio “non permettere alla Federazione russa di intromettersi nei loro affari”, ribadendo che Kiev si occuperà della faccenda in conformità alle sue leggi e alla sua Costituzione. Il messaggio piccato era destinato in particolare al presidente della Pace, l’olandese Tiny Kox, che dalle colonne della European Pravda aveva sottolineato come Kiev potesse andare al voto anche sotto legge marziale, invitando le istituzioni ucraine a trovare una soluzione a questo cavillo, che tale non è, poiché le libere elezioni sono previste sia dallo Statuto che dalle convenzioni legate al Consiglio d’Europa (di cui l’Ucraina è membro dal 1995). Il voto online, aveva aggiunto Kox, sarebbe una possibilità per ovviare alle difficoltà logistiche di un’elezione in tempo di guerra.

Il riferimento costituzionale che viene invocato da Danilov e tutti i detrattori delle elezioni senza se e senza ma è quello previsto dagli articoli che vanno dal 30 al 34 (Inviolabilità del domicilio, Segretezza della corrispondenza, Diritto alla Privacy, Libertà di Movimento e di Pensiero), il 38 (Diritti politici e libere elezioni), il 39 (Libertà di riunione), quelli che vanno dal 41 al 44 (Proprietà privata, Libertà di Impresa, Diritto al Lavoro e di Sciopero), e il numero 53 (Diritto all’istruzione) della Costituzione dell’Ucraina. L’articolo 38, in via principale, e tutti gli altri, in via collaterale, sono fondamentali per garantire libere elezioni, ma al momento risultano sospesi per via del Decreto del Presidente n.64 del 24 febbraio 2022, che promulga la legge marziale. L’unica altra soluzione sarebbe quella di modificare la Costituzione, ma l’escamotage giuridico sembra davvero una risoluzione kafkiana all’interno di una cornice che resta drammatica.

Una sequela di problemi pratici

In molti si affrettano a tracciare un parallelo con le elezioni del 2014, che si tennero nonostante le vicende in Crimea e Donbass. Le due situazioni, tuttavia, non sono affatto paragonabili all’invasione armata scatenata da Vladimir Putin quasi un anno e mezzo fa: nove anni fa, infatti, la partecipazione elettorale in parti ben contingentate del Paese risultò quasi azzerata di fronte agli sconvolgimenti dei mesi precedenti; in questo caso, invece, siamo di fronte ad un Paese intero toccato dalla guerra, ove la logistica di un’elezione, oltre che di una campagna elettorale che sia degna, risulta impossibile. Senza dimenticare che il 17% del Paese si trova sotto occupazione russa.

Come sarebbe possibile inoltre, condurre una campagna elettorale fra le macerie, mentre il Paese è ancora sotto gli attacchi aerei russi? Ma al di là della logistica, mancante delle più banali infrastrutture per allestire comizi, seggi elettorali, commissioni di controllo, chi potrebbe mai garantire la legittimità di questo processo elettorale? Degli osservatori internazionali, forse, ma questo vorrebbe dire mettere milioni di persone tra elettori, candidati e garanti sotto lo scacco degli attacchi militari russi: ogni seggio, ogni scuola, ogni caserma, ogni fila per il voto, ogni riunione o comizio sarebbero bersagli fin troppo facili per le aggressioni di Mosca, sebbene tutto questo rappresenterebbe un potentissimo messaggio politico.

Le difficoltà degli elettori

Vi è poi un problema pratico di partecipazione: cosa accadrebbe se, a causa della paura di finire sotto le macerie, milioni di ucraini disertassero le urne? Si verificherebbe un flop che vanificherebbe gli sforzi politici, economici ed emotivi di questa corsa. Senza dimenticare che la guerra ha prodotto 8 milioni di rifugiati: oltre la metà di questi sono maggiorenni e hanno diritto di voto, e per loro rientrare sarebbe impegnativo se non impossibile. Ammesso che lo desiderino.

A questi si aggiungono 6 milioni di sfollati interni, con relative vite da ricostruire e nuovi registri elettorali da riempire. Per non dimenticare poi le migliaia di uomini che sono al fronte: la guerra non si fermerebbe di certo davanti ai seggi. E qualora qualcuno si facesse ammaliare dalla proposta di Kox di tenere il voto online, appare chiaro quanto questa proposta appaia impraticabile (basterebbe Starlink per un Paese al voto?), rischiosa (come la mettiamo con la cyberwar?) e con un bassissimo gradiente di legittimazione.

Il futuro politico di Zelensky

Vi è poi il fattore Volodymyr Zelensky. Ad oggi, non è dato sapere quale sarà il futuro politico dell’uomo che suo malgrado si è trovato a fare la storia. Il presidente ucraino ha ribadito più volte con enfasi che le elezioni non possono tenersi sotto legge marziale, ma resta possibilista sulla prossima primavera, sperando in un lento ritorno alla normalità che possa sospendere la legge marziale e quindi permettere le libere elezioni. Un concetto ribadito con fermezza anche dallo speaker del parlamento ucraino Ruslan Stefanchuk.

Le prossime elezioni saranno certamente un referendum sull’operato di Zelensky e, qualora dovessero svolgersi nella stessa tornata, le elezioni presidenziali potrebbero trainare quelle parlamentari, traslando sul partito Sluha narodu (che detiene la maggioranza con 254 membri) la popolarità del presidente. Il partito, fondato dallo stesso Zelensky e da Ivan Bakanov (ex direttore dello Sbu) starebbe, infatti vivendo, una crisi di popolarità, fisiologica in tempi di guerra, strappatagli dal partito di Serhiy Prytula. Anch’egli con un background da presentatore e attore, con la sua fondazione, da circa un anno, si batte per raccogliere fondi per le Forze armate dell’Ucraina.

Blindare il Parlamento dalle interferenze russe

Nel maggio scorso, mentre in patria infuri ancora la battaglia, diversi funzionari ucraini si sono recati in quel di Bruxelles per discutere fattivamente dell’organizzazione delle prossime elezioni. Due questioni scottanti sono state al centro della discussione: il ripristino della vita democratica del Paese, compresa l’ipotesi del voto a distanza per i rifugiati, ma soprattutto come blindare il futuro politico di Kiev dalle interferenze russe: nel maggio dell’anno scorso il presidente ucraino aveva già messo al bando gli 11 partiti filo russi accusati di turbare l’unità nazionale, tra cui l’OPZZh (Opposition Platform-For Life), un tempo secondo partito della Nazione e più grande partito filorusso nel Paese.

Sono stati privati della cittadinanza anche alcuni deputati, tra i quali Viktor Medvedchuk, oligarca, un tempo faccendiere di Putin in quel di Kiev. Inoltre, ancor più complesso sarà ottenere una convergenza delle forze politiche ucraine sui tempi e sui modi in cui si svolgerà questo primo test: difficile, ma non impossibile, sarà poi ripristinare la fiducia di milioni di cittadini, devastati emotivamente e materialmente dal conflitto.