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La seconda guerra del Karabakh è terminata la sera dello scorso 9 novembre, quando Ilham Aliyev, Vladimir Putin e Nikol Pashinyan hanno firmato una dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco che ha posto fine alle ostilità e determinato la vittoria dell’Azerbaigian. A partire da quella sera, facilitato dall’arrivo nella regione contesa degli operatori della pace russi a scopo di stabilizzazione e con il supporto delle nazioni alleate, l’Azerbaigian ha dato il via ad un rapido, e tuttora in corso, processo di ricostruzione e normalizzazione.

Normalizzazione, però, non implica pacificazione tout court, perché il dialogo tra Baku ed Erevan continua a soffrire di limitazioni, complicazioni e deficienze, sullo sfondo degli ostacoli in materia di collaborazione nello sminamento e nella realizzazione delle reti infrastrutturali transnazionali.

La questione mine

Il 5 aprile, in occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine e l’azione contro le mine, la prestigiosa università Ada di Baku ha allestito e ospitato un evento per discutere di uno dei temi più urgenti e sentiti dell’agenda politica azerbaigiana: lo sminamento dei distretti liberati dell’Azerbaigian.

Il dibattito è stato arricchito dalla partecipazione di Hikmat Hajiyev, assistente della presidenza e capo del dipartimento politica estera dell’amministrazione presidenziale, il cui intervento è stato elaborato in maniera tale da coscientizzare i presenti sulla gravità della questione sminamento. Hajiyev ha voluto ricordare alla platea che “le mine impiantate dall’Armenia costituiscono una seria minaccia per la sicurezza, la salute e la vita della popolazione civile [nei territori liberati]” e che “decine di civili azerbaigiani, compresi i militari, sono diventati vittime di mine e altre dozzine sono state gravemente ferite“. I numeri parlano chiaro: oltre 17mila esplosivi neutralizzati da dicembre a metà marzo dagli operatori della pace russi, nelle cui file si sono registrati morti e feriti, e 20 morti e 85 feriti da metà novembre a inizio aprile tra gli azerbaigiani, sia militari sia civili

La situazione è effettivamente ed oggettivamente grave: vivere nei distretti liberati continua ad essere estremamente rischioso, nonostante la guerra sia finita, perché gli abitanti sono costretti a fare i conti con un ambiente che non conoscono e nel quale ogni passo potrebbe essere l’ultimo, dato che le autorità armene si rifiutano di consegnare le mappe dei territori che sono stati riempiti di mine prima e durante il conflitto. E le mine presenti nei territori liberati dell’Azerbaigian sono tante, perché si stima che Erevan abbia speso 350 milioni di dollari in minamento del territorio.

Hajiyev, inoltre, ha evidenziato come la questione mina sia avendo un “impatto negativo sulla costruzione della pace e della fiducia tra i due Paesi e ostacoli la stabilità e la riconciliazione nella regione”, senza trascurare il peso esercitato sulla realizzazione degli obiettivi dell’Azerbaigian nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”.

La situazione nei territori liberati dell’Azerbaigian

L’Azerbaigian riuscirà a completare l’opera di sminamento dei distretti liberati, anche perché supportato attivamente dagli specialisti provenienti da Russia e Turchia, ma è assiomatico che la reticenza ostile mostrata dalle autorità armene in questo e altri dossier non potrà che complicare il difficile ritorno alla pace e alla stabilità nel Caucaso meridionale.

La ricostruzione dei territori liberati dell’Azerbaigian, comunque, sta procedendo a passo spedito, anche in assenza del beneplacito e del contributo armeno, come dimostrano l’avvio dei cantieri della linea ferroviaria Horadiz–Agbend, una tratta lunga cento chilometri da inquadrare nel più ampio contesto del corridoio di Zangezur, i piani d’azione formulati nell’ambito del Gruppo di lavoro russo-azerbagiano-armeno, tra i quali un possibile collegamento su rotaia diretto tra Erevan e Mosca, e l’entrata nella regione di una galassia di privati appartenenti agli alleati-chiave di Baku, da Ankara a Roma, passando per i membri del Consiglio turco e dell’area Visegrad.

Innumerevoli e variegati sono i progetti che potrebbero riscrivere profondamente il volto di quel paragrafo di Karabakh in cui l’Azerbaigian ha ripristinato la sua sovranità, trasformato abilmente dalla presidenza Aliyev in un cantiere a cielo aperto e in una terra promessa per chiunque voglia investirvi. La Turchia, ad esempio, vorrebbe quivi costruire un parco tecnologico, mentre l’Azerbaigian vorrebbe ridisegnarne il panorama urbano ed elevare la qualità della vita dei residenti a mezzo della costruzione di città intelligenti (smart city) e sfruttare l’alto potenziale solare – una capacità totale stimata di 7.214 megawatt – per costellare l’area di impianti fotovoltaici.