Dall’11 settembre 2001 ad oggi, le guerre e le operazioni anti terrorismo che hanno visto gli Stati Uniti impegnarsi militarmente in diverse parti del mondo, tra cui il Medio Oriente, l’Asia centrale e il sud-est asiatico, hanno portato le casse del Tesoro americano ad accumulare un debito esorbitante, destinato a pesare ancora per diversi anni sui bilanci federali di Washington.

Sebbene sia difficile calcolare in maniera efficace e precisa il prezzo di una guerra, non solo perché spesso i costi “umani” vanno ben oltre i semplici bilanci e molte operazioni top secret non compaiono neppure tra le voci di spesa, di recente uno studio pubblicato dal Watson Institute for International and Public Affairs, ha provato a calcolare il costo della Global War On Terror iniziata dopo l’attentato al World Trade Center.

Secondo le stime dello studio, il conto per gli Stati Uniti ammonterebbe a circa 6.400 miliardi di dollari

La ricerca, nata dalla partnership tra la Brown University e l’Università di Boston all’interno del progetto The Costs of War, analizza dettagliatamente gli ultimi 20 anni di guerra al terrorismo. Dall’intervento militare in Afghanistan nel post-11 settembre, all’invasione dell’Iraq nel 2003, fino alle più recenti operazioni militari in Libia, Siria e nelle Filippine, compresa anche la mobilitazione di anti terrorismo interna per garantire la homeland security negli ultimi due decenni.

Tutti interventi che hanno comportato costi significativi in termini di mezzi, truppe e investimenti per nuovi armamenti e intelligence, e che sono stati pagati dalla spesa per deficit degli Stati Uniti.

Ora però tutte quelle guerre iniziano a pesare, e non poco, sulle casse americane.

Il costo della guerra al terrorismo

L’obiettivo delle guerre iniziate all’indomani dell’11 settembre doveva essere quello di difendere gli Stati Uniti contro le minacce terroristiche da parte di Al Qaeda e delle organizzazioni terroristiche ad essa affiliate.

Le missioni iniziate alla fine del 2001 in Afghanistan, sotto l’amministrazione di George W. Bush, si sono però allargate rapidamente ad altri scenari, includendo anche altre Overseas Contingency Operations, o Oco, – questo il nome tecnico con cui vengono definiti gli interventi militari esteri dal Dipartimento della Difesa americano – portando gli Stati Uniti ad intervenire in oltre 80 paesi diversi, in quella che è diventata una vera e propria “guerra globale al terrorismo”.

I gruppi di matrice islamista ispirati all’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, invece di diminuire, sono diventati sempre di più, allargandosi e rafforzandosi soprattutto in Medio Oriente, ma radicandosi rapidamente anche in Africa e in Asia.

La mancanza di una visione di insieme nella regione mediorientale e di una strategia ben precisa nella lotta al terrorismo hanno portato le spese per nuovi interventi militari a salire, gonfiando ancora di più i costi per le amministrazioni americane.

Come ha spiegato Neta C. Crawford, a capo dello studio redatto lo scorso 13 novembre, gli Stati Uniti adesso sono obbligati a ripagare 6.400 miliardi di dollari entro la fine dell’anno fiscale americano 2020, che è iniziato l’1 ottobre scorso e che terminerà il 30 settembre del 2020, appena due settimane dopo il 19° anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle.

Di questi, circa 5.400 miliardi di dollari sono i costi per le “war appropriations”, ovvero gli stanziamenti totali per le guerre e le spese connesse alle operazioni militari. A cui si aggiungono i restanti 1.000 miliardi di dollari, che coprono invece le future spese per i compensi nei confronti dei veterani di guerra fino al 2059.

Cifre, spiega Crawford, destinate a rimanere nelle passività dei conti americani ancora per diverso tempo:

“Anche se gli Stati Uniti si ritirassero completamente dalle principali zone di guerra entro la fine del 2020 e interrompessero le altre operazioni di lotta globale al terrorismo, ad esempio nelle Filippine e in Africa, l’onere di bilancio totale delle guerre post 11 settembre continuerebbe comunque ad aumentare man mano che gli Stati Uniti pagano le spese correnti dell’assistenza dei veterani e degli interessi sui prestiti per finanziare le guerre”.

Così, gli aumenti delle spese di base del Pentagono associati ai conflitti degli ultimi due decenni probabilmente resteranno ancora per anni tra le voci di spesa, gonfiando il bilancio militare nel lungo periodo.

La ricaduta delle spese di guerra sui contribuenti americani

Ogni anno il costo delle enormi spese militari per la Warror on Terror scivola direttamente sulle spalle dei contribuenti americani. Come calcolato dallo stesso Dipartimento della Difesa, gli interventi militari in Afghanistan, Iraq e in Siria, sono costati nel solo 2018, circa 7.623 dollari per ogni taxpayer statunitense.

Sebbene le amministrazioni succedutesi alla Casa Bianca negli ultimi anni abbiano provato a finanziare queste guerre attraverso obbligazioni e titoli di debito conosciuti come “war bonds”, o in alcuni casi chiamati “Patriot Bonds” come quelli emessi dopo l’11 settembre, il prezzo delle guerre è andato inevitabilmente a ingrossare il debito pubblico americano.

Per la più grande potenza militare del mondo, la ricaduta del costo delle guerre sul proprio deficit non è certo cosa nuova. Basti pensare che perfino lo stesso Dwight Eisenhower, alla guida della Casa Bianca nei primi decenni della Guerra fredda pare abbia addirittura dichiarato a proposito dell’enorme costo delle spese militari a stelle e strisce: “Finiremo in bancarotta nella vana ricerca di assoluta sicurezza”.

Ed è proprio la rincorsa di una irraggiungibile sicurezza assoluta a livello globale ad aver spinto gli USA ad intervenire in maniera massiccia in più scenari, trascinati da quel fatidico 11 settembre del 2001. Un attacco che, oltre a dare forma alla politica estera americana odierna sta ancora producendo oggi, a quasi un ventennio di distanza, costi enormi per i bilanci di Washington e presenta un conto destinato a pesare ancora per molti anni sulle spalle dei contribuenti americani.