“Di 200 corpi ammassati, solo dieci sono stati identificati come membri di Hamas”. Inizia così il lungo articolo di Yaniv Kubovich su Haaretz, che spiega bene cosa accade in quell’inferno che è la Striscia di Gaza. Di tutta l’enclave palestinese, c’è un posto in particolare da cui è impossibile uscire vivi. Si tratta del corridoio di Netzarim, che divide in due Striscia, separando di fatto il Nord dal Sud. Ebbene, chiunque attraversi Netzarim, non ha scampo: viene configurato automaticamente come un terrorista e, dunque, come un bersaglio da colpire.
Sono stati gli stessi soldati delle forze israeliane a denunciare “un numero incalcolabile di uccisioni arbitrarie e anarchia dilagante al fronte”. Ogni persona che attraversa quel corridoio, una strada larga sette chilometri, e che si estende dal Kibbutz Be’eri fino alla costa del Mediterraneo, viene uccisa e classificatacome terrorista, “anche se si tratta di un bambino”, riporta Haaretz.
All’interno dell’area del corridoio, esiste persino una linea specifica oltre la quale non è più possibile proseguire, ma si tratta di un confine che non compare in nessuna mappa, e che non figura in alcun ordine militare ufficiale. Eppure, le forze sul campo, intervistate dal quotidiano israeliano, sono pronte ad affermare che tale tracciato esiste, ed è chiamato “linea dei cadaveri”. Già, perché come spiega un comandante della Divisione 252, che ha scelto l’anonimato per ovvie ragioni, “dopo le sparatorie, i corpi non vengono raccolti, attirando branchi di cani che arrivano per mangiarli. A Gaza, la gente sa che dove si vedono questi cani, lì non bisogna andare”.
I civili uccisi e conteggiati come terroristi
Un altro ufficiale della medesima unità militare, ora in congedo, ha descritto l’arbitrarietà di questo confine. “Per la Divisione che opera nel corridoio di Netzarim, la zona di uccisione si estende fin dove può vedere un cecchino”. Per altri invece, la zona rossa cambia costantemente. Nella brigata comandata dal generale Yehuda Vach, affermano alcuni dei suoi ufficiali, “la linea della morte si sposta di giorno in giorno, di 500 metri qui oggi, 500 metri lì domani”.
Insomma, tutto è arbitrario, e la questione va ben oltre la geografia. “Stiamo uccidendo civili che poi vengono conteggiati come terroristi”, ha continuano il soldato dell’IDF.
Ad aggravarare la tragedia una nefasta variabile: a quanto pare, tra i vari reparti, si è innescata una corsa alla competizione. Gli ufficiali intervistati hanno ammesso quanto segue: “I comunicati dell’IDF sui numeri delle vittime hanno trasformato tutto in una competizione tra unità. Se la Divisione 99 uccide 150 persone, l’unità successiva punta a 200”.
Esiste una procedura ufficiale per identificare le persone uccise e, secondo quanto riportato dalle fonti di Haaretz, l’IDF continua ad attenersi a tale prassi. “La procedura standard – spiega un membro del comando 252 – richiede di fotografare i corpi e raccogliere dettagli quando possibile, inviando poi le prove all’intelligence per verificare lo status di militante”. C’è stato un episodio in cui, in poche ore, al corridoio di Netzarim sono state massacrate 200 persone. “Di quei 200 caduti, solo dieci sono stati confermati operativi di Hamas”. Tuttavia, “l’annuncio pubblico delle forze israeliane, parlava dell’eliminazione di centinaia di militanti”.
“Non tornerei in servizio a Gaza”
Un altro combattente racconta di aver visto quattro persone disarmate camminare normalmente, individuate da un drone di sorveglianza. Nonostante non sembrassero dei militanti, un carro armato ha aperto il fuoco con una mitragliatrice. “Centinaia di proiettili”, ricorda. Tre sono morti immediatamente, “mentre il quarto è sopravvissuto e ha alzato le mani, in segno di resa”.
A quel punto è stato letteralmente “messo in una gabbia allestita vicino alla postazione di controllo, spogliato e lasciato lì”, racconta il soldato. “Dopo esser stato interrogato, con tanto di pistola puntata alla testa, è stato rilasciato”. L’uomo stava semplicemente cercando di raggiungere i suoi zii nel nord di Gaza.
Dopo qualche giorno, i corpi dei caduti sono stati seppelliti con un bulldozer nella sabbia. Più che eloquente la conclusione della testimonianza: “Le persone non capiscono che questa estrema violenza non uccide solo gli arabi, ma uccide anche noi. Se mi richiamassero a Gaza, non andrei”.
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