Nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco globale che protegga dal contagio i gruppi a maggior rischio, quelli in fuga dalla guerra, senza un rifugio sicuro, sfollati nei propri paesi, bloccati alle frontiere di quelli in cui vorrebbero chiedere asilo politico. I civili in zone di conflitto non hanno facile accesso a cibo, acqua pulita, o farmaci di base, a meno di esporsi al tiro di cecchini e bombardamento aereo. Spesso gli ospedali sono presidiati dai nemici o sono stati resi inutilizzabili o, ancora, si trovano al collasso per via dell’alto numero di feriti, o altre epidemie che mietono migliaia di vittime.

Se l’influenza letale del 1918, conosciuta come spagnola, che in un solo anno ha ucciso fra 20 e 40 milioni di persone, non ha impedito il corso della prima guerra mondiale, la trasmissione del Covid-19 non ferma gli scontri in Medio Oriente, Asia Centrale o Africa. Li altera, complicandoli, ma non li arresta.

In Afghanistan, il presidente Ashraf Ghani ha proposto una tregua, ma anche se i talebani si sono detti aperti a una cooperazione per frenare l’espansione dell’agente patogeno, continuano a opporsi alle forze armate. Non hanno cessato le loro azioni nemmeno altre formazioni attive nel paese con attentati che hanno provocato morti e feriti. Nell’ultima visita di Mike Pompeo, il segretario di stato ha confermato una significativa diminuzione del contingente americano, accordata con i talebani in seguito all’assicurazione che non saranno presi di mira obiettivi statunitensi. Questo scenario è però destinato ad aggravare l’offensiva sull’esercito nazionale.

In Iraq, il virus si è aperto strada nell’esercito regolare, in lotta con il sedicente stato islamico. Baghdad ha sospeso gli addestramenti. Gli Stati Uniti, che si stavano riconsolidando in varie basi, ridurranno in via temporanea la loro presenza. Spagna e Francia hanno rimpatriato soldati e formatori. Queste decisioni non solo rafforzano l’Iran, che si mantiene nel paese limitrofo grazie a milizie alleate, ma lasciano spazio ai jihadisti per sferrare nuovi colpi laddove la vigilanza irachena è limitata. Pubblicazioni online dell’organizzazione terrorista definiscono la pandemia come una punizione divina contro gli infedeli ed esortano a intensificare la pressione.

L’ennesimo tentativo di un cessate il fuoco, raggiunto solo un paio di settimane fa in Libia, fra il debole governo di unità nazionale, promosso dalla comunità internazionale, e le truppe del generale Khalifa Haftar, sostenuto da una larga fetta della popolazione, è stato rotto solo dopo quarantotto ore con accuse reciproche di infrazione. I combattimenti continuano, con rinforzi di mercenari russi e sudanesi nelle truppe di Haftar, e mercenari siriani affini a Recep Tayyip Erdogan nelle file governative. I primi casi accertati hanno solo esacerbato le ostilità, in quanto le parti vogliono attribuire all’avversario la responsabilità di aver portato l’infezione nel paese.

La Striscia di Gaza, con 2 milioni di abitanti costretti in 375 mila chilometri quadrati, è l’area più densamente abitata dopo Singapore e Hong Kong, e uno dei luoghi al mondo dove la propagazione può risultare devastante. Isolata per il blocco imposto da Israele, quando Hamás ha preso il potere nel 2007, Gaza ha sofferto tre guerre sanguinose, a ragione delle quali il sistema sanitario è stato smantellato nella sua quasi totalità. La situazione è arrivata a un punto tale che sono aumentate le amputazioni per mancanza di alternative mediche.

Boko Haram e lo stato islamico del grande Sahara continuano disseminando paura e morte in Burkina Faso, Ciad, Niger, Nigeria e Somalia. In tutto il Sahel, si riposizionano e approfittano del panico. Alcuni stati, come il Ciad, pianificano operativi lampo, e i governi hanno emesso decreti che autorizzano arresti e interrogatori senza accertamento giudiziale. I terrorismo non si ferma nemmeno in Mozambico e in Congo. Intanto, nel continente, aumenta il numero dei casi, con Sudafrica ed Egitto in testa.

In Camerun, le forze di difesa del Sud e quelle dell’Ambazonia, braccio militare del movimento indipendentista, hanno concesso un cessate il fuoco di quattordici giorni, come gesto di buona volontà, per permettere l’adozione di misure destinate a circoscrivere l’epidemia. Nonostante ciò, nessuna fazione ha abbandonato i propri avamposti strategici.

In Siria, al decimo anno di guerra, la forza democratica siriana, coalizione curdo-araba che controlla il nord-est, ha risposto all’Onu in maniera positiva, per evitare la propagazione del virus. D’altra parte, le squadre incaricate di supervisare la tregua accordata fra Mosca e Ankara, nella provincia di Idlib, hanno cessato i pattugliamenti per mancanza di condizioni di sicurezza ed è difficile prevedere gli sviluppi. Inoltre, la presenza di cellule pasdaran sul territorio, e il fatto che l’Iran è uno dei fulcri della pandemia, incrementano la potenzialità della diramazione. I centri sanitari sono andati distrutti, o la loro capacità accorciata, trovandosi quasi senza personale o strumentazione.

Pure il governo in esilio  dello Yemen ha reagito a favore, in una nazione dove cinque anni di guerra civile hanno condotto al decesso di oltre 240 mila persone per cause dirette e indirette del confronto bellico, oltre a portare la cittadinanza intera al bordo di una carestia e degradare l’infrastruttura sanitaria. I ribelli houthi, tuttavia, che dalla fine di gennaio hanno avanzato verso est, sono in attesa di valutare la dichiarazione degli avversari, prima di fare la loro mossa, e la violenza si è intensificata nelle ultime settimane. Rimane da vedere se, a partire da questa congiuntura, i colloqui di pace auspicati da Guterres, e interrotti a dicembre del 2018, verranno ripresi, con l’appoggio incondizionato di Arabia Saudita e Iran.

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