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Più del pacifismo, potè la crisi: in tutti i continenti il clima di recessione mondiale abbatte le prospettive per il mercato dei sistemi d’arma e riduce gli impegni dei governi a sostenere i budget per la Difesa.

Come ha sottolineato Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesain un editoriale “la necessità di dedicare risorse finanziarie al rilancio dell’economia e della produttività, oltre che ad assistere i ceti più colpiti dalla crisi determinata dal coronavirus, indurrà molti paesi a ridurre molte spese previste nei bilanci degli Stati, incluse quelle militari. Il primo esempio ufficiale giunge dalla Corea del Sud che ha annunciato tagli al bilancio della difesa per il 2020 dovuti alle conseguenze economiche del Covid-19″, sforbiciando oltre 730 milioni di dollari di stanziamenti”.

Il caso sudcoreano è istruttivo perchè parliamo di un Paese che prevede una fase recessiva ma non una caduta rovinosa del Pil per il 2020, puntando a contenere sotto il 2% la contrazione dell’economia. Confrontata con il caso europeo, quasi una passeggiata di piacere. Nel Vecchio Continente e nel resto dell’Occidente, a livello aggregato, si prospetta un taglio alle spese militari di proporzione ancora maggiore. Tra i 21 e i 56 miliardi di euro nel solo Vecchio Continente, secondo la società di consulenza Avascent, contro i 10 miliardi di riduzione seguiti alla crisi del 2008.

Messa di fronte a fasi di crisi politica ed economica, la difesa risulta, in Europa, inevitabilmente perdente. Facile vittima di paragoni e strumentalizzazioni, subisce “assalti alla diligenza” come quelli che il Movimento Cinque Stelle porta avanti nel Parlamento italiano, cercando di dimostrare il teorema che ogni euro speso nel programma F-35 sia sottratto alla sanità e alla sicurezza ospedaliera. In un contesto che vede il ridimensionamento di bilancio funzionalmente portato avanti anche in situazioni normale per le forze militari e l’industria della Difesa, la crisi rischia di impattare profondamente.

Certe considerazioni che fanno dell’austerità l’unica chiave di lettura legata alle considerazioni su un settore di valenza strategica in fasi di crisi non tengono conto del ruolo operativo delle stesse forze armate, testato con notevole successo in questa emergenza pandemica, e dell’importanza produttiva e occupazionale delle aziende del settore della Difesa. Basti pensare alla velocità con cui Leonardo ha garantito i suoi impianti a aziende come Siare Engeneeringla produttrice bolognese di ventilatori polmonari, e alla bresciana Isinnova, depositaria di brevetti per maschere ospedaliere a tecnologia avanzata. O alla velocità con cui negli Stati Uniti Donald Trump ha messo in campo l’attivazione del Defense Production Act, avviando l’economia di guerra per i dispositivi sanitari.

Bisogna inoltre sottolineare che la crisi del coronavirus potrà ridurre la spesa in difesa e sicurezza, ma non riducerà di una virgola la complessità e la pericolosità del contesto internazionale, di cui abbiamo compiuta percezione anche in questa fase: per limitarci alla nostra nazione, dalla Libia alla Siria, i focolai di crisi vicini all’Italia non mancano, e anche altrove i buchi neri geopolitici non mancano. Puntualizza giustamente Gaiani: “La profonda crisi determinata dal coronavirus renderà ancora più crudele un mercato della Difesa in cui già da tempo la bontà dei prodotti non è una caratteristica sufficiente ad aggiudicarsi contratti se non è affiancata da un deciso supporto politico e istituzionale”.

In questo contesto, un mondo in crisi economica porterà forse il coronavirus a determinare “un rallentamento del processo di globalizzazione, come ritengono alcuni economisti, ma certo la lotta sui mercati sarà più selvaggia e senza esclusione di colpi. Meglio quindi non ridurre le capacità di difenderci e di tutelare interessi nazionali, quote di mercato e aree di influenza”. Un approccio pragmatico e politicamente sensato, e non vincolato a un’ideologia pacifista di maniera, porta a vedere con preoccupazione un crollo delle disponibilità economiche del settore della Difesa. Esso significa non solo un potenziale deterioramento delle prospettive di proiezione politica del Paese e di tutela dei suoi interessi ma anche un danno economico e occupazionale non secondario.

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