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Dall’inizio della guerra in Ucraina, l’intelligence britannica ha assunto un ruolo di primo piano. Il Washington Post ha recentemente puntato i riflettori sulle iniziative social della Difesa e dei suoi servizi segreti, ricordando come da metà febbraio sia ormai costante vedere tweet da Londra che spiegano le dinamiche sul campo, riferiscono di informazioni sensibili un tempo taciute o che anticipano quanto potrebbe accadere sulla linea del fronte.

Una dinamica social del tutto innovativa, specialmente per quello che è noto come essere uno dei più radicati e potenti servizi del mondo. E in tanti si interrogano sui motivi di una svolta che rappresenta un unicum nella storia dell’intelligence. Come ha spiegato sempre al Washington Post Jonathan Eyal del think tank Rusi, di base c’è l’idea che per sconfiggere la Russia nel campo dell’informazione, campo di battaglia di una guerra anche psicologica, è opportuno non lasciare spazio agli avversari nemmeno nell’etere. E per questo si punta sul rivelare informazioni prima che i servizi russi possano in qualche modo sfruttarle a proprio vantaggio rovesciandone l’interpretazione. Il quotidiano americano ha sentito anche Rory Cormac, uno dei più importanti esperti sui servizi di Sua Maestà, che ha parlato di “cambiamento culturale enorme”, che conferma dunque in modo cristallino l’importanza della guerra dell’informazione al punto di sfondare anche la barriera psicologica della propaganda.

Quello che però è fondamentale comprendere all’interno di questo meccanismo “culturale” è che dietro all’iniziativa dei servizi inglesi c’è qualcosa che va al di là della semplice “invasione social”. Innanzitutto, con lo sdoganamento informativo dei servizi britannici, Londra ha fatto capire di essere al centro dei giochi della guerra. Già in una prima fase, soprattutto prima che Vladimir Putin desse avvio alla sua “operazione militare speciale”, l’intelligence Usa e Uk avevano ampiamente rilanciato l’allarme sulla possibile invasione del Paese da parte delle forze russe. Allarme che era stato per certi versi sottovalutato dagli europei, i “continentali”, e che aveva in qualche modo anche palesato una divergenza di vedute tra Stati Ue e atlantici. La storia ha poi dato ragione allo zoccolo duro della Nato, quello di Londra e Washington, ma il Regno Unito ha più volte fatto intendere che quel tipo di approccio non sarebbe cambiato nelle fasi successive della guerra. Il premier Boris Johnson ha più volte mostrato un’intransigenza ben marcata nei confronti di Mosca e della guerra e non ha mai fatto mistero di volere sostenere Kiev a ogni costo, al punto che qualcuno, anche interno alla Nato, ha sostenuto di recente che vi fossero dei governi che non volevano un accordo di pace. La Gran Bretagna si è imposta, infatti, quale migliore alleato degli Stati Uniti e quale garante all’interno della Nato degli interessi del fronte atlantico. E questo si è reso evidente anche con il continuo flusso di armi giunto dai territori di Sua Maestà verso i combattenti ucraini.

Quello che può apparire come un tema slegato dalla presenza “social” dei servizi britannici è in realtà molto più unito di quanto si possa credere. Perché questo approccio informativo degli “007” giunge in una fase di estrema vicinanza di Londra alle istanze atlantiche e a quelle ucraine e a una rinnovata voglia di centralità inglese nelle dinamiche internazionali. Le principali agenzie di intelligence di Londra appaiono perfettamente in linea con la svolta atlantista e quasi bellicista sancita da Johnson. E questo conferma la piena aderenza del Regno al “serrate i ranghi” chiesto da Joe Biden a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

A questo profilo politico internazionale, si aggiunge poi la capacità che vuole dimostrando l’intelligence del Paese in questo rinnovato spirito “imperiale”. Le agenzie stanno continuamente mostrando proprie capacità di bucare la rete di sicurezza degli avversari russi. Negli aggiornamenti quotidiani resi pubblici attraverso i social network, i britannici sembrano in grado anche di anticipare le decisioni dei comandi di Mosca. L’ultimo bollettino dei servizi spiegava che sul fronte di Mariupol “un assalto di terra russo completo all’acciaieria costerebbe probabilmente perdite significative ai russi, diminuendo ulteriormente la loro complessiva efficacia nei combattimenti” perché le truppe russe “stanno ancora soffrendo per le perdite subite nelle fasi precedenti del conflitto” tanto che “per provare a ricostituire le loro depauperate forze, sono giunti a trasportare l’equipaggiamento inutilizzabile in Russia per le riparazioni”. Johnson, in visita in India, ha detto che è “realistico” che la Russia vinca e che la guerra duri fino al 2023. “Putin ha un esercito enorme”, ma “una posizione politica molto difficile perché ha fatto un errore catastrofico. L’unica opzione che ora ha davvero è quella di continuare a usare il suo approccio terribile, pesante per cercare di sfiancare gli ucraini. Ed è molto vicino ad assicurarsi un ponte di terra a Mariupol”, ha detto il primo ministro. Una frase che confermerebbe una conoscenza molto precisa delle dinamiche del conflitto.

Tutto questo naturalmente non è sfuggito ai russi, che anzi sfruttano questa predisposizione britannica nel parlare di quanto accade tra Mosca e Kiev e nei territori in conflitto per ribadire l’accusa che da tempo fanno nei confronti di Volodymyr Zelensky e del suo governo, cioè che siano in realtà pedine in mano ai segmenti più intransigenti della Nato. Come ricorda il Washington Post, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato l’Ucraina di essere “sotto la guida dei servizi di intelligence britannici di grande esperienza”. E questo indica che l’approccio metodico e quasi invasivo di Londra stia in qualche modo facilitando anche la narrazione russa della guerra. A tal proposito, non va ad esempio dimenticato il nodo della cattura di due cittadini di Sua Maestà, Shaun Pinner e Aiden Aslin, avvenuta proprio a Mariupol da parte dei militari di Mosca. Il governo russo ha garantito il trattamento umanitario “proprio come gli altri stranieri che si sono arresi o sono stati catturati”, Johnson ha detto che non sono mercenari e ha chiesto al Cremlino di negoziare il rilascio. È chiaro però che molti ritengono sia un sentore di un radicamento profondo dell’intelligence e della sua rete di informatori.

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