Nella Repubblica Democratica del Congo, in particolar modo nella regione del Nord Kivu, si sta consumando un dramma umanitario che peggiora di giorno in giorno. Da quattro settimane, da quando sono riprese le ostilità tra il gruppo ribelle degli M23 e l’esercito regolare, una crisi alla quale le organizzazioni internazionali e quelle governative non riescono a far fronte, sta travolgendo la popolazione locale. Nel solo capoluogo di Goma oggi si contano oltre 190’000 sfollati, i profughi continuano a riversarsi nella città e intanto, nelle tendopoli di Kanyaruchinya e Mugunga, a causa anche delle precarie condizioni di igiene dovute alle piogge torrentizie che si sono abbattute sulla regione dell’Africa centrale negli ultimi giorni, si sono registrati i primi casi di colera e febbre tifoide. La situazione, stando ai racconti dei giornalisti locali e dei missionari impegnati sul campo, potrebbe peggiorare nell’arco di breve tempo dal momento che i ribelli, ormai alle porte del capoluogo, non si sono seduti al tavolo delle trattative con il governo di Kinshasa. E nel mentre le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini fuggiti dalle zone dei combattimenti sono in uno stato di abbandono assoluto ignari della sorte che toccherà loro domani.

Le origini della crisi in corso nel Paese dell’Africa Centrale risalgono al 2012 quando il gruppo degli M23, sigla che ricorda il 23 marzo 2009 data in cui vennero firmati gli accordi di pace tra le forze regolari e i guerriglieri del CNDP(Coongresso Nazionale per la Difesa del Popolo), si sollevò in armi e arrivò a impossessarsi di Goma e della frontiera con il Ruanda. Dieci anni fa gli insorti presero la via dei monti, sotto la guida del generale Sultani Makenga, rivendicando maggiori diritti per i tutsi congolesi, i Banyamulenge, e chiedendo il reinserimento dei soldati di etnia tutsi nell’esercito regolare. La guerra cessò un anno dopo, nel 2013, quando gli insorti, a causa dell’avanzata delle FARDC (forze armate della Repubblica Democratica del Congo), ripiegarono nei vicini  Ruanda e Uganda e la ribellione sembrava essere stata sconfitta definitivamente.

Nel 2017 il gruppo si è riorganizzato, si è arroccato ai piedi del monte Sabynio nell’est del Paese e poi, dopo anni di pianificazione è passato all’attacco arrivando a giugno a prendere il controllo del centro frontaliero di Bunagana, punto strategico da cui passano gran parte delle merci tra l’Uganda e il Congo. I rivoluzionari a inizio ottobre hanno dato poi inizio all’offensiva conquistando Kiwanja, Rutshuru, e arrivando sino a Kibumba dove in queste ore si concentrano i principali combattimenti tra i soldati regolari e i guerriglieri. Kibumba è il luogo divenuto drammaticamente noto perché è qui che nel febbraio del 2021 è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e si trova a soli 25 chilometri di distanza dalla città di Goma.

I ribelli sostengono di star lottando a difesa della popolazione tutsi congolese discriminata e perseguitata dalle formazioni paramilitari hutu e dal governo centrale. I capi degli M23 accusano l’esecutivo di Tshisekedi di aver stretto un’alleanza sul terreno con le FDLR, il gruppo guerrigliero costituito dagli ex membri della milizia hutu Interahamwe macchiatasi delle stragi dei tutsi durante il genocidio del Ruanda nel 1994. E se relativamente a quest’alleanza prove certe al momento non ce ne sono, son apparsi invece dei video che mostrano miliziani della formazione ribelle Codeco che hanno deciso di abbandonare la guerriglia in Ituri e unirsi alle FARDC nella lotta contro gli M23. Inoltre, nell’ ultimo comunicato, il gruppo ribelle tutsi ha dichiarato che nonostante gli sforzi fatti  per raggiungere a un accordo di pace da parte dell’Unione Africana, dalle Nazioni Unite e dalla Comunità  dell’Africa Orientale, al momento, poiché i guerriglieri sono stati esclusi dai negoziati di pace, l’ M23 si “riserva il diritto di proteggere la popolazione e difendersi da ogni violazione di cessate il fuoco” . Parole che parafrasate hanno un solo significato: fino a quando non verrà instaurato un dialogo diretto con la guerriglia le ostilità non si fermeranno.

Kinshasa da anni accusa lM23 di essere alle dipendenze del Ruanda e più volte ha dichiarato di aver prove tangibili, tra le quali la cattura di ufficiali ruandesi sorpresi tra le fila dei ribelli, di come Kigali abbia addestrato, rifornito di armi e stia dando supporto l’M23 per mettere mano sulle regioni orientali del Paese. Le Nazioni Unite hanno confermato la presenza di addestratori e soldati ruandesi in Congo e ci sono anche video girati con droni e camere a infrarossi che riprendono colonne di uomini armati penetrare in territorio congolese dal Ruanda.

Il 29 ottobre si è giunti a uno dei picchi di tensione massima tra i due stati con l’espulsione dal Congo dell’ambasciatore ruandese Vincent Karenga. E la situazione  in  breve tempo ha fatto temere che il conflitto congolese potesse divenire una nuova “guerra mondiale africana” con numerosi attori coinvolti e uno scontro frontale tra Kigali e Kinshasa. Per questa ragione gli stati africani si sono subito attivati per cercare di intavolare dei colloqui di pace e nelle ultime ore hanno preso il via due processi paralleli: il primo, guidato dal presidente angolano Joao Lourenço a nome dell’Unione Africana e il secondo invece organizzato da l’ex leader kenyota Uhuru Kenyatta a nome dell’EAC (East African Community) che ha già dispiegato un contingente di interposizione di oltre 500 uomini nella regione. Nonostante l’inizio dei colloqui tra i capi di stato di Congo e Ruanda e la decisione di far scattare un cessate il fuoco a partire dal 25 novembre, la tensione però rimane altissima, gli scontri non si sono arrestati e nemmeno si è verificata una ritirata degli insorti dalle postazioni occupate.

Il governo congolese dopo aver invitato alla mobilitazione generale continua a mantenere alta la guardia e a mandare truppe sul fronte e ora la paura è quella che la tensione etnica possa provocare isterie di massa e violenze collettive, come  ha raccontato a InsideOver Akilimali Saleh, giornalista di Goma: “In città sono continue le manifestazioni anti ruandesi da parte della popolazione. Ogni giorno la città è travolta da cortei e dimostrazioni. La tensione è molto alta ed è impossibile prevedere cosa avverrà poiché gli eventi sono molto fluidi e repentini. Inoltre, rispetto al 2012, in questo momento ci sono numerosi gruppi armati che operano nella regione e che si muovono dietro le quinte ed è difficile quindi capire anche come procedono le operazioni sul terreno. La speranza è che la diplomazia riesca a fare il suo corso e porre fine al conflitto nel minor tempo possibile ma, parallelamente, il timore è che la retorica nazionalista e gli estremismi etnici possano portare a episodi di violenza e odio tra la popolazione civile”