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L’Israel Defense Force ha lanciato nella giornata di domenica l’operazione “Starting Anew” (“Ricominciare”) volta a offrire un’opportunità di condono a coloro che hanno rifiutato la chiamata per il servizio militare obbligatorio dallo scoppio della guerra di Gaza ad oggi o si sono rifiutati di completare i documenti dopo aver avviato il processo di coscrizione. Nei giorni in cui 300mila persone occupavano stabilmente le strade della capitale Tel Aviv chiedendo la fine della guerra, il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas e la fine del governo di Benjamin Netanyahu, colpito da un pesantissimo fuoco di fila interno, i vertici delle forze armate hanno provato a risolvere il sempre più esteso problema della renitenza alla leva.

Dal 21 agosto, per cinque giorni, chi risulta inadempiente potrà sanare la propria posizione con l’Unità Meitav dell’Idf, capofila del processo di reclutamento, completando le procedure richieste. Se così sarà, nota l’Idf nelle sue comunicazioni, sarà cancellata ogni sanzione potenzialmente comminabile a chi si rifiuta di servire nell’esercito d’Israele.

Potenzialmente, tali sanzioni possono arrivare fino a una condanna al carcere ma storicamente l’applicazione è stata a dir poco lasca. Il servizio militare previsto, di 32 mesi per gli uomini e di 24 per le donne, con deroghe possibili solo in casi-limite, è stato per coloro che sono stati chiamati alle armi dopo il 7 ottobre 2023 totalmente coperto dal conflitto di Gaza, dai suoi traumi e dalle parallele campagne militari di Israele tra Libano, Siria, Iran, Yemen e Cisgiordania.

Ad oggi, per via dei pesanti impegni su più fronti e della difficoltà di tenere mobilitato un esercito di riservisti che appartengono anche alle categorie produttive e decisive per l’economia nazionale, Israele sta vivendo tanto una situazione critica sul piano del mercato interno per la carenza di personale a causa dei tempi lunghi del servizio militare quanto un sottodimensionamento degli organici delle forze armate. “L’esercito ha dichiarato di trovarsi di fronte a una carenza di personale e di aver bisogno attualmente di circa 12.000 nuovi soldati, di cui 7.000 combattenti“, nota il Times of Israel.

Molti dei renitenti alla leva appartengono alla categoria degli ultra-ortodossi, la cui esenzione dalla leva è stata dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte israeliana, anche se manca una legge-quadro che ne definisca l’ingresso nelle forze armate. Gli Haredi da tempo fanno muro contro la necessità di servire sotto le insegne dell’Idf e Ynet segnala che le forze armate israeliane hanno una grande “preoccupazione per il fatto che, senza un progetto di legge aggiornato , il numero di evasori potrebbe aumentare di 5.000 unità nei prossimi mesi e raggiungere decine di migliaia entro un anno e mezzo”.

La spinta sul reclutamento mostra la tensione interna all’Idf in una fase in cui il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir si scontra con Netanyahu e il suo governo sulla necessità, da lui ritenuta inesistente, di procedere all’occupazione totale di Gaza. Se ordinata di procedere alla totale occupazione della Striscia, l’Idf si troverebbe a dover gestire un rischio securitario senza precedenti e si troverebbe duramente a corto di uomini per la sua attività ordinaria.

Coprire i vuoti d’organico e risolvere queste problematiche, anche tramite condono, è ritenuto prioritario per gestire una sfida che lo stesso Zamir si vuole risparmiare. E al contempo, l’Idf intende evitare che si crei un fronte interno di protesta di oppositori alla leva in un clima politico quantomeno arroventato. Israele è pronta a imporre sanzioni vere ai renitenti dopo la finestra di cinque giorni? I casi di Paesi come l’Ucraina, che unendo coscrizione obbligatoria e coercizione hanno mostrato la fragilità del morale del Paese verso i combattimenti, devono essere un campanello d’allarme a riguardo. E far interrogare circa la volontà effettiva del Paese di continuare la guerra a ogni condizione.

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