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Il comando della Sesta Flotta rende nota la sua preoccupazione per l’attività della Cina in Europa e in Africa, con particolare riguardo al Mediterraneo. In un comunicato pubblicato sabato 27 giugno si legge che “Può sembrare controintuitivo ma la Cina è una preoccupazione crescente per il comando delle Forze Navali Usa in Europa e in Africa e per il Nato Allied Joint Force Command”.

L’ammiraglio James G. Foggo ha dichiarato ai partecipanti di un webinar sponsorizzato dall’International Institute of Strategic Studies che la Cina sta lavorando attivamente in Europa e in Africa per sovvertire l’infrastruttura internazionale basata su regole che ha mantenuto la pace dalla fine della seconda guerra mondiale.

L’attività del governo cinese si è estesa dall’Indo-Pacifico all’Artico, all’Europa e all’Africa. Nella regione del Pacifico la Cina sta conducendo intercettazioni non sicure di aerei e navi, ha affermato. Inoltre Pechino ha stabilito una base militare d’oltremare nel Corno d’Africa, a Gibuti, e sta cercando di controllare altri porti.

Sempre per l’ammiraglio Foggo, la Cina sta “acquistando agenzie di stampa e società di intrattenimento per spingere la sua propaganda e cancellare qualsiasi critica contro il suo governo”. I leader cinesi si stanno intromettendo nelle elezioni di tutto il mondo, “limitando le informazioni sul coronavirus e donando attrezzature e fornendo personale, anche in Europa, come un modo per dimostrare che è un leader mondiale”.

Viene sottolineato il ruolo anche della politica economica di Pechino definita “Nuova Via della Seta”: l’iniziativa cinese One Belt One Road, si legge, combina armi economiche, diplomatiche, militari e politiche per cambiare l’architettura internazionale. Pechino offre aiuti finanziari e opportunità commerciali alle nazioni, specialmente in Africa, che poi vengono usate per influenzare i governi: il prezzo del soft power della politica win-win di Xi Jinping. “Questo tipo di influenza è un problema di sicurezza e potrebbe essere utilizzato per limitare l’accesso ai porti marittimi e alle strutture aeroportuali chiave fornendo al contempo accesso a informazioni governative e militari sensibili attraverso la tecnologia delle imprese statali e controllate dallo Stato”, ha affermato l’ammiraglio.

“La Nato non può più ignorare le attività cinesi in Europa, ad esempio il 5G, usato come un cavallo di Troia” ha proseguito, soffermandosi poi sul fronte sud dell’Alleanza Atlantica rappresentato dal Mediterraneo che “sta diventando uno dei luoghi più attivi nel mondo”.

Questo passaggio è forse il più interessante dal punto di vista geopolitico per il nostro Paese: l’attività navale di potenze “avversarie” come Russia e Cina è notevolmente aumentate nel corso degli ultimi anni: a cominciare dalla crisi siriana che ha portato nel Mediterraneo Orientale una presenza stabile della Flotta Russa, che fa capo al porto di Tartus e alla bolla A2/AD di Hmeimim, sino alle esercitazioni navali tenute proprio da unità cinesi.

Già nel 2015 una squadra composta da navi russe e cinesi entrò nel Mediterraneo, dal Mar Nero, per effettuare esercitazioni congiunte, sottolineando il nuovo avvicinamento tra Mosca e Pechino in qualche modo forzato dalla dura presa di posizione della Nato e degli Stati Uniti a seguito del colpo di mano in Crimea.

Nel 2017 una flottiglia della Marina dell’Esercito di Liberazione Popolare (Plan) condusse un’esercitazione a fuoco nel Mare Nostrum per “affinare le proprie capacità di combattimento” in rotta verso il Mar Baltico dove avrebbe successivamente tenuto manovre congiunte con la Russia.

Ancora nel 2019 navi battenti la bandiera rossostellata di Pechino si sono viste in azione insieme a quelle egiziane per effettuare operazioni di “lotta al terrorismo e promozione della sicurezza marittima, ispezioni delle navi e navigazione notturna” nel tentativo di rafforzare i legami tra i due Paesi.

L’Egitto d’altronde rappresenta un importantissimo Paese per lo scacchiere mediterraneo e nordafricano grazie alla sua posizione strategica e per le possibilità di sfruttamento delle sue risorse energetiche rappresentate principalmente dagli immensi depositi di idrocarburi (gas naturale principalmente) presenti nel fan sottomarino del Nilo. Senza dimenticare il ruolo di primo piano che ha nella crisi libica, col suo sostegno diretto al generale Haftar.

Le preoccupazioni della Sesta Flotta però non si limitano al fronte sud dell’Alleanza, bensì spaziano dall’Atlantico all’Artico, passando per tutto il continente africano: l’ammiraglio Foggo ci ricorda che le attività militari e non di Russia e Cina in questi settori sono diventate sempre più invasive ed è proprio per questo che Washington ha deciso di riattivare il comando della Seconda Flotta (per l’Atlantico) che era stato chiuso col termine della Guerra Fredda.

Foggo lancia un vero e proprio ammonimento quando dice che “il mondo ignora l’Africa a suo rischio e pericolo. L’Africa è un continente complesso di grande importanza ed entro il 2050 una persona su quattro nel mondo vivrà in Africa, ovvero 2,5 miliardi di persone. La potenziale forza lavoro africana supererà la Cina entro il 2030 e supererà quella indiana entro il 2035″. Un fattore demografico potenzialmente esplosivo se consideriamo che nel continente vige un’enorme povertà nonostante la ricchezza di risorse naturali, che vengono sempre più silenziosamente sfruttate dal colosso asiatico proprio grazie alla politica win-win.

Pertanto gli Stati Uniti devono mantenere e costruire le relazioni in quel settore di globo che va da Capo Nord e Capo di Buona Speranza, ha detto l’ammiraglio: “dobbiamo rivalutare la struttura delle nostre forze e dobbiamo difendere ciò che abbiamo in questo teatro”. L’intervento di Foggo si conclude con la richiesta di rivalutare la strategia marittima della Nato, che è rimasta invariata dal 2011 e che quindi richiede una revisione a fronte dei mutamenti strategici subentrati a partire dal 2014: una chiara visione della necessità di rinforzare il potere marittimo, l’unico effettivamente in grado di fungere da deterrente convenzionale in teatri distanti e l’unico in grado di essere uno strumento contemporaneamente potente e flessibile.

Una lezione valida anche per la nostra politica che dovrebbe dotare le nostre Forze Armate di una flotta moderna, efficiente, e soprattutto con un numero adeguato di unità in grado non solo di rappresentare il bastione principale del fronte sud della Nato, ma di servire i nostri interessi nazionali in quell’area geografica che va dal Golfo di Guinea sino al Golfo di Oman che prende il nome di Mediterraneo Allargato.

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