Israele attacca l’Iran, la Repubblica Islamica vede la sua catena di comando decimata, i suoi alti leader militari uccisi nei raid, le sue infrastrutture di difesa antiaerea soppresse e spianate, il Mossad infiltrarsi con operativi (di cittadinanza iraniana, pare) in tutto il Paese e minacciare le basi missilistiche da vicino, il suo programma nucleare bersagliato in un’operazione preparata da anni e messa a terra a partire dalla notte tra il 12 e il 13 giugno, e nel frattempo assieme alla capacità militare di Teheran si disgrega anche una serie di grandi illusioni.
In primo luogo, che l’Iran fosse da tempo un colabrodo in cui ogni tipo di ingerenza era possibile era noto a chiunque avesse letto in filigrana dinamiche come le uccisioni di vertici militari e del mondo scientifico degli anni scorsi ad opera di Israele, o altri segnali come il duro attentato dell’Isis-K a Kerman del gennaio 2024. E chiaramente va da sé che con la consapevolezza della fragilità iraniana, la facilità con cui Israele ha colpito lascia pensare che sia quantomeno esagerato definire Teheran la minaccia atavica alla pace mondiale che la narrazione del governo di Benjamin Netanyahu continua a promuovere anche dopo i duri raid iniziati ieri.
In secondo luogo, viene da pensare, ancora con maggior attenzione, al fatto che l’Israele che oggigiorno opera attivamente sul suolo iraniano, si infiltra con l’intelligence e colpisce in profondità, come ha fatto in passato in Libano e in Siria, è la stessa nazione che a Gaza porta avanti un carnaio senza soluzione di continuità. Lo Stato capace di incursioni mirate e elevata raccolta d’intelligence è al tempo stesso intento a massacri che, alla luce della certosinità dei raid contro Teheran, appaiono ancora più esecrabili.
La posizione di Russia e Cina
Terzo punto, andrebbe messo a referto anche un discorso serio e approfondito sulla reale volontà degli attori interessati agli scenari mediorientali alla pace nella regione. A parole ci sono condanne e gesti critici, ma la realtà è che con poche eccezioni (vedasi l’Oman e il Qatar) quanto successo con l’attacco israeliano, vero e proprio potenziale game-changer, è stato fatto accadere senza possibilità di interruzione dai Paesi arabi e dagli attori coinvolti in Medio Oriente, a partire dagli Usa e dai partner europei. Come scriveva Fulvio Scaglione su queste colonne, viene da chiedersi perché rischiare la pace regionale sull’attacco a un Paese isolato e circondato da rivali come l’Iran? E a maggior ragione farlo pro domo di un Netanyahu fino a pochi giorni fa sul filo del rasoio sul piano politico.
Infime, l’attacco seppellisce il mito dell’asse delle autocrazie che riunirebbe i Paesi intenti a minacciare l’Occidente, le potenze “revisioniste” dell’ordine mondiale, gli attori malevoli. La Russia? Ha dato un buffetto a Israele criticando gli attacchi, silenziosamente incassa l’aumento del pezzo del petrolio dato dai raid come ossigeno per la sua economia. La Cina osserva in silenzio ma teme più il blocco iraniano degli stretti che il prosieguo dei raid. Corea del Nord, Venezuela e compagnia? Silenziose. Perfino Hezbollah si è sfilato. Il mito dell’asse delle autocrazie esisteva solo nella fantasia geopolitica di chi, per ragioni politiche, lo ha costruito. E i raid di Israele hanno contribuito, indirettamente, a dimostrarlo.

