Nella acque gelide che bagnano gli oblast più remoti delle sconfinata Russia, il cimitero dei sottomarini nucleari che hanno solcato gli oceani nella Guerra Fredda, a caccia di sottomarini e portaerei nemiche, minaccia di scatenare un disastro ecologico dalle conseguenza insanabili con l’equivalente di “sei Hiroshima e mezzo” di elementi radioattivi. Una sorta di Chernobyl sommersa che incombe sul Cremlino, costretto a fare i conti con uno dei segreti indicibili dell’epoca sovietica: lo smaltimento a basso costo dei rifiuti nucleari tra corsa agli armamenti per conquistare il mondo, e le conseguenze del crollo inesorabile del sogno comunista e del suo sistema economico.

È solo questione di tempo, prima che le paratie stagne dei sottomarini nucleari mai smantellati abbandonati sui fondali oceanici, come anche i container nei quali sono stati affidanti al dimenticatoio delle profondità marine i rettori nucleari che li alimentavano, vengano completamente corrosi dalla salsedine e penetrati dall’effetto del tempo; costringendoli a rilasciare nel Mare di Barents e nel Mare di Kara, una bollente nube radioattiva sprigionata dalle barre di uranio intatte che potrebbero contaminare l’intero ecosistema marino; avvelenando la flora marina, inibendo intere zone di pesca indispensabili per la popolazione e mettendo a rischio non solo l’importante esplorazione petrolifera condotta da Mosca: ma anche le rotte artiche che sono già oggetto di feroci scontri diplomatici a livello internazionale.

Una vera e propria “bomba ad orologeria” nascosta sui fondali che si affacciano sull’Artico. Composta da “migliaia di tonnellate di materiale nucleare, pari a quasi sei volte e mezzo la radiazione rilasciata a Hiroshima”. Scaricate nell’oceano per ordine delle vecchie nomenclature comuniste che al tempo, forse prive delle adeguate conoscenze o forse della volontà di impegnare maggiori risorse per stoccarlo, decisero di creare la più pericolosa discarica nucleare sottomarina del pianeta. Una discarica che comprende almeno 14 reattori e due sottomarini interi. Stiamo parlando del K-27: prototipo sperimentale della classe November (secondo il codice identificativo Nato) – primo tipo di sottomarini a propulsione nucleare sovietici – che giace intero e abbandonato a 50 metri di profondità nel mare di Kara con i suoi due reattori raffreddati a metallo liquido. Dopo un grave incidente avvenuto nel 1968 uccise nove membri dell’equipaggio – contaminando gli altri ottantatré per l’esposizione alle radiazioni, il relitto definito già inservibile venne affondato al largo della costa nel 1981, ancora carico di carburante e di altri rifiuti. Lo smantellamento allora fu ritenuto troppo pericoloso e troppo costoso. A distanza di quarant’anni le conseguenze sembrano essere più invasive

E del del K-159: anch’esso sottomarino della classe November – progettati appositamente per condurre degli attacchi atomici sulle città costiere americane – che fu il triste protagonista di un’incidete nel 1965, ma che rimase tuttavia in servizio fino al 1989. Abbandonato in un deposito per oltre quattordici anni, venne affondato da una tempesta del 2003; quando lo scafo già duramente provato dai lunghi anni di servizio nelle profondità oceaniche, finì sul fonda del mare di Barents. Anche in questo caso persero o la vita nove membri dell’equipaggio. Intrappolati nel relitto che si trova ad una profondità di circa 250 metri, con i suoi reattori nucleari intatti e non sigillati.

A questi due relitti, che attendono il loro destino come fantasmi della Guerra Fredda rilegati alle gelide profondità marine, si sommano materiali stoccati e affondati secondo le procedure – ma soprattutto secondo le disponibilità economiche – dell’epoca di coloro che assistettero impotenti al crollo definitivo dell’Unione Sovietica. La temibile superpotenza costretta a disfarsi delle più obsolete unità che avevano composto la più grande flotta di sottomarini nucleari mai varata per combattere una guerra che non sarebbe mai stata combattuta. Si tratterebbe, secondo le informazioni ufficiali, di almeno 14 reattori nucleari appartenuti ad altrettanti sottomarini in linea con Flotta del Nord e con quella del Baltico, sigillati e scaricati sul fondale senza che venisse prima rimosso il combustibile radioattivo. Come oltre 17mila container di materiale nucleare, colato a picco nella pancia ormai provata dalla corrosione di diciannove navi da trasporto che andavano radiate.

E questo è il punto alla data odierna. Poiché il cimitero dei sottomarini potrebbe anche accogliere nuovi relitti – sebbene smantellati e stoccati secondo procedure adeguate. Questo perché la flotta russa prevede di ampliarsi per tornare ai vecchi fasti, considerando di dismettere e sostituire le unità più obsolete a vantaggio di nuovi e sofisticati sottomarini che sono già in cantiere. È fatto noto, infatti, che i sottomarini, dato il ruolo strategico che non hanno mai perso nelle guerre contemporanee, sono oggetto di continua ricerca e sviluppo per migliorarne le capacità; fornendo alle super potenze tecnologie sempre più letali e sofisticate. Tecnologie queste, che, per quanto sofisticate e avveniristiche (anche nel passato recente), sono costrette ad operare per 20-30 anni nelle inospitali profondità oceaniche che logorano con la pressione, le temperature e le lunghe missioni, i macchinari e gli stessi reattori nucleari che alimentano i vascelli. Lo stress, la corrosione portata dal mare e dal tempo, l’usura di componendi e supporti che finisce per annullare l’isolamento acustico rendendo il sottomarino “udibile” ai sonar – quindi più facilmente individuabile dal “nemico” -, finisce per costringere il Cremlino come il Pentagono ad ordinare nuove unità. Lasciando al loro triste e pericoloso destino nel unità varata negli anni ’80 e ’90. Sottomarini per la stragrande maggioranza alimentati da combustibile nucleare.

Secondo il parere e le verifiche condotte dagli esperti, tra i quali viene annoverato anche il report di una no-profit norvegese che nel 2012 ha inviato un team di sommozzatori nel mare di Kara a visionare lo stato del K-27, i segni di deterioramento dello scafo di quest’ultimo sono già evidenti, e potrebbero cedere entro il 2032. “La violazione delle barriere protettive e il rilevamento e la diffusione di radionuclidi nell’acqua di mare potrebbero portare a restrizioni di pesca”, ha dichiarato il capo della spedizione congiunta che comprendeva anche personale russo. Queste criticità potrebbero, sempre secondo le analisi condotte dal team, “danneggiare seriamente i piani per lo sviluppo della rotta del Mare del Nord” – “Gli armatori potrebbero rifiutarsi di percorrerla”, afferma l’esperto; e non è un segreto l’importanza che le rotte artiche stanno assumendo; come la diatriba diplomatica che potrebbe sorgere ancora prima dello scontro che il Cremlino, interessato alle enormi risorse economiche che la regione artica promette, minaccia di essere pronto ad intraprendere per proteggere la propria giurisdizione esclusiva.

Sebbene le prospettive non siano rosee, dal canto suo Mosca – che ha abbandonato da almeno un decennio il suo status di potenza misteriosa e insensibile ai problemi globali – ha annunciato di aver già sviluppato un piano di recupero per sventare il disastro ecologico. Questo prevedere il sollevamento dalle profondità marine dei relitti abbandonati del K-27 e del K-159, insieme al recupero ad altri quattro compartimenti di reattori nucleari identificati come potenzialmente pericolosi che sono stati affondati nell’Artico. Tale piano prevede un investimento quantificato in circa 330 milioni di dollari, e la costruzione di una nave apposita che inizierà in questo 2021 e terminerà nel 2026. Con la speranza che fino ad allora, il cimitero dei sottomarini dell’Unione Sovietica custodisca il suo veleno radioattivo.