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È stato definito “una Cambridge Analytica sotto steroidi”. Stiamo parlando del caso Zhenhua Leaks, ovvero di come la Cina ha raccolto informazioni personali su milioni di persone nel mondo in modo da utilizzarle per quella che è ritenuta la sua guerra ibrida.

La notizia ci arriva dall’Australia, da Abc News, che riferisce di come un accademico statunitense basato in Vietnam, il professor Chris Balding, che fino al 2018 aveva lavorato presso l’università di Pechino prima di lasciare la Cina adducendo timori per la sua sicurezza, sia entrato in possesso del database contenente informazioni riguardanti 650mila associazioni e 2,4 milioni di persone che includono date di nascita, indirizzi, stato civile, fotografie, associazioni politiche, parentele e identità social. Tutti dati raccolti “spiando” account Twitter, Facebook, LinkedIn, Instagram e persino TikTok, oltre che notizie sui media, casellari giudiziari e registri di reati aziendali.

Il database è arrivato nelle mani del professor Balding da una fonte anonima all’interno della Cina collegata a Zhenhua. Balding lo ha poi condiviso con la società di sicurezza informatica australiana Internet 2.0, che ha interpretato e analizzato i dati.

La società cinese incriminata è la Zhenhua Data, fondata nel 2018 a Shenzhen, di proprietà di China Zhenhua Electronics Group, che a sua volta appartiene allo Stato tramite la China Electronic Information Industry Group (Cetc), una società di ricerca militare. La società cinese, che opera anche col nome di China Revival, ha chiamato il database Overseas Key Information Database (Okidb).

Da una prima analisi dei dati risulta che in elenco ci siano personaggi politici di spicco come Boris Johnson, Narendra Modi e le loro famiglie, leader aziendali come Ratan Tata, militari statunitensi di tutti i ranghi, diplomatici, accademici, celebrità, gente comune e persino personalità della malavita.

Ci sono anche informazioni su più di 4mila italiani, tra cui Matteo Renzi, Walter Veltroni, Silvio Berlusconi e imprenditori come Ferrero. Il database italiano risulta diviso, come apprendiamo da Il Foglio, in tre sezioni distinte: una prima di “persone politicamente esposte”, come parlamentari, leader di partito, membri di varie istituzioni, fino ai consiglieri regionali e sindaci insieme a persone che lavorano nei settori industriali strategici e a vescovi e prelati. La seconda sezione vede nomi più strettamente legati agli obiettivi di interesse della Cina: qui, ad esempio, si trova l’intera famiglia Berlusconi, quella di Renzi, e degli imprenditori Merloni e Ferrero. Nell’ultima sezione ci sono i nominativi di condannati e indagati, per lo più esponenti della criminalità organizzata.

Quello che forse è più interessante è che per ogni persona schedata è stato creato un codice e una serie di connessioni e interessi ad essa correlati: un’organizzazione estremamente metodica che lascia intendere la volontà di avere uno schedario organizzato sistematicamente e quindi di pronta consultazione, cosa che quindi si differenzia dallo scandalo Cambridge Analytica. È bene precisare, però, che Zhenhua Data sta usando dati non pubblici ma presi principalmente da fonti pubbliche sebbene ci sia il sospetto che parte di essi provengano da azioni di hacking.

Ma perché la necessità di catalogare così meticolosamente i dati personali di personaggi pubblici e non? Occorre fare una puntualizzazione. La Cina attua una ferrea sorveglianza tecnologica a livello nazionale ed è particolarmente attiva nella medesima attività di monitoraggio anche a livello internazionale. Sotto il presidente Xi Jinping, Pechino ha cercato di espandere la sua influenza globale rafforzando le narrazioni favorevoli alla Cina all’estero. L’ultimo esempio in ordine temporale è dato proprio dalla pandemia di coronavirus, in cui la cui narrativa è stata sapientemente ribaltata prima grazie agli aiuti sanitari, poi cercando di addossare ad altri, nella fattispecie gli Stati Uniti, serie responsabilità sulla diffusione del contagio su scala globale.

Questo modus operandi risulta sistemico anche pensando che l’apparato di propaganda di Pechino, l’International Liaison Department, è stato riorganizzato per concentrarsi sulla promozione della narrativa del Partito Comunista attraverso campagne di informazione e con la costruzione di rapporti con funzionari stranieri e leader economici.

Ecco quindi che un simile database, così organizzato, può essere utilizzato dalle agenzie di intelligence cinesi non solo per organizzare l’attività internazionale individuando quegli elementi amici (o nemici) della Cina, ma anche per scopi prettamente militari. Risulta, infatti, che l’ambito delle Forze Armate sia di particolare interesse per Zhenhua: il database tiene traccia, ad esempio, delle possibilità di promozione degli ufficiali e delle loro reti politiche. In un caso, i progressi di carriera di un ufficiale della marina statunitense sono stati attentamente monitorati ed è stato segnalato come futuro comandante di una portaerei.

Gli analisti stanno anche esplorando la possibilità che l’intelligence cinese stia utilizzando le funzionalità di geolocalizzazione delle immagini su Facebook o Twitter per rintracciare i membri delle Forze Armate statunitensi, proprio attraverso i dati immagazzinati da Zhenhua Data. Un’eventualità non così peregrina se pensiamo che basta un comune apparecchio contapassi dotato di Gps con accesso alla rete per poter localizzare perfettamente l’estensione di una base, il suo perimetro, o ogni altra misurazione spaziale presa dallo strumento, altitudine compresa.

Si tratta quindi di un chiaro esempio di guerra ibrida. Quell’Hybrid Warfare postulata dal generale russo Gerasimov nel 2013 che fonde risorse civili e militari per conseguire un vantaggio strategico che è funzionale all’ottenimento della vittoria, non solo sul campo di battaglia convenzionale.

Gli effetti delle “battaglie” condotte con mezzi non-tradizionali (pensiamo ad esempio alla Cyber Warfare) hanno raggiunto e superato quelli delle armi convenzionali. Si parla quindi di guerra finanziaria, guerra di manipolazione delle informazioni, guerra cibernetica ma sono tutte parti della stessa Guerra Ibrida che fonde strumenti bellici convenzionali (anche usati in modo non convenzionale) con assetti “civili” come appunto i dati telematici raccolti sulle piattaforme social.

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