Un’accusa di antisemitismo, un video girato con lo smartphone, un ristorante nel centro storico di Napoli che finisce in una shitstorm di minacce internazionali e false recensioni negative, e un sit-in davanti al Municipio. Il conflitto israelo-palestinese non poteva che sconfinare, in Italia, nel settore della ristorazione turistica, dando al tutto una cifra quasi post-moderna, straniante. Questa volta, però, di mezzo c’è il capoluogo campano, con la sua peculiare storia politica, la sua pellaccia mediorientale, e una città che fatica a riconoscersi in un centrosinistra sempre più incapace di conciliare la sua base con l’atlantismo rigido che si è iniettato nel Dna.
Tutto parte da un video, girato dalla turista israeliana Geluah Moses, in cui si denuncia un presunto episodio di antisemitismo nella trattoria “Taverna a Santa Chiara“. Le immagini della signora urlante epiteti come jew hater (odiatrice di ebrei) e accuse di sostegno al terrorismo rimbalzano sui social come un fiammifero in un pagliaio. Sul sito online de Il Mattino, storico quotidiano napoletano fondato da Matilde Serao e oggi portale campione del clickbait più estremo, un giornalista, Giuseppe Crimaldi, si occupa della vicenda paventandola come un episodio di palese discriminazione e odio: Crimaldi è, incidentalmente, anche direttore della Federazione Italia Israele, e offrirà ai turisti una pizza. Viene ripreso anche da quotidiani filogovernativi come Jewish Chronicle e Times of Israel, dove il confine tra cronaca è militanza è a dir poco labile.
A quel punto le galassie del centro liberale più filo-israeliano si scatenano: su X invitano a fare attivismo a base di stroncature inventate su Tripadvisor, mentre la leadership ebraica più reazionaria italiana chiede misure drastiche, la destra istituzionale sembra tutto sommato disinteressata alla vicenda, e il centrosinistra si divide. Se non è a un coro a senso unico è perché, a differenza delle reazioni stereotipate che spesso seguono a queste denunce, qui c’è un elemento di rottura: Napoli non è Berlino, non è Parigi, non è nemmeno Milano. E il cuore della polemica non si limita alla questione, pur centrale, dell’antisemitismo, ma investe l’identità stessa della città, il suo modo di stare al mondo, la sua posizione nel Mediterraneo.
La ristoratrice, Nives Monda, ben nota nel circuito civico napoletano, non è un’anonima ostessa. Vicina politicamente all’ex sindaco Luigi de Magistris – ma non vuole essere candidata, spiega – critica storica dell’overtourism, attiva da anni su temi sociali e politici, è anche nota da anni per il suo posizionamento di critica radicale verso le politiche israeliane. La sua reazione non è silenziosa, e non lo sono nemmeno le decine di napoletani che vedono in questo caso qualcosa che va oltre una lite tra cliente e gestore. Perché il video, a ben guardarlo, mostra toni alterati, una certa aggressività da parte degli avventori, un atteggiamento più da provocatori in cerca di risonanza che da vittime impaurite. A trovare tutto sommato poco pertinente l’accusa di razzismo rivolta alla titolare è, pensate un po’, il consigliere della comunità ebraica di Napoli, Daniele Coppin, che spiega a Internapoli: “L’accusa… va fatta nel momento in cui ci sono affermazioni contro gli ebrei in quanto ebrei e su questo ci andrei piano”.
E questo tentativo di calmare le acque anticipa il cortocircuito. Il Comune di Napoli, anziché fermarsi a riflettere, corre a offrire caffè e rassicurazioni ai turisti israeliani, quasi come se fossero stati scippati. L’assessora al Turismo, Teresa Armato, ex democristiana e oggi figura di spicco del Pd dell’area Franceschini, si precipita a incontrare la famiglia Moses, dando l’impressione di non essersi nemmeno il disturbo di visionare il filmato o ascoltare la versione della ristoratrice. Un riflesso pavloviano, un atto percepito come pavido, istituzionale nel senso più deteriore del termine, più a tutela del brand Napoli che del desiderio di giustizia. Solo in un secondo momento, incalzata dalle critiche, Armato prova a correggere il tiro, dichiarando il proprio dissenso per la mattanza a Gaza e promettendo un incontro anche con Monda. Il sindaco Gateano Manfredi, come da copione, fa svogliatamente appello al dialogo, evitando di entrare nel merito. Si vede che non vuole avercela in mano, questa patata bollente. Ma è troppo tardi, troppo poco.
Nel frattempo, un eurodeputato Pd, Sandro Ruotolo, tra i pochi esponenti Dem ad avere ancora un rapporto reale con la città, prende posizione su Instagram in favore della ristoratrice, rivendicando il diritto di criticare Israele senza per questo essere bollati come antisemiti. Una presa di posizione coraggiosa, che rompe il silenzio di un partito che su Gaza è stato troppo a lungo moderato dalla corrente atlantista tutta d’un pezzo, gentiloniana, o piciernista.
Alle 18 di martedì, davanti a Palazzo San Giacomo, si dà appuntamento la protesta. Mille persone circa: studenti, insegnanti, sindacalisti, turisti solidali, qualche giornalista, nessuna bandiera di partito. Non è una folla violenta, né cieca. È una cittadinanza pensante, indignata non per difendere acriticamente una ristoratrice, ma per denunciare una gestione cieca, una politica servile, una perdita di senso. Molti ricordano l’epoca in cui Napoli e l’Italia, anche sotto la Dc, riuscivano a tenere una posizione autonoma sulla politica mediterranea. Un tempo in cui si poteva criticare anche con asprezza l’occupazione israeliana senza essere linciati moralmente, e in cui l’identità partenopea non era ridotta a folklore per turisti.
Oggi invece Napoli rischia di finire nella melassa di un marchio costruito sul nulla, di una neutralità fittizia che in realtà è solo conformismo. Il modello che incombe è quello delle città europee “ripulite”, dove ogni dissenso è sospetto, ogni gesto è mediato dal marketing, ogni voce fuori campo è un problema da risolvere, non un segnale da ascoltare. In questa logica, il caso della Taverna diventa emblema. Non è più una questione di chi ha ragione o torto, ma di che società si vuole costruire.
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