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Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore un rapporto di Amnesty International relativo a casi di possibili violazioni della legge di guerra internazionale da parte delle forze armate ucraine nella loro campagna di difesa contro l’aggressione russa.

Il controverso rapporto ha portato, secondo l’Ong umanitaria, all’emersione di episodi in cui nel tentativo di contrastare l’aggressione dell’esercito di Vladimir Putin, a partire dal 24 febbraio scorso, l’esercito di Volodymyr Zelensky avrebbe deliberatamente risposto collocando basi e usando armamenti all’interno di centri abitati, anche in scuole e ospedali. “Queste tattiche violano il diritto internazionale umanitario perché trasformano obiettivi civili in obiettivi militari. Gli attacchi russi che sono seguiti hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture civili”, nota Amnesty in apertura del rapporto. Questo delicato passaggio ha fatto da base alle proteste del governo di Kiev. “È una vergogna che un’organizzazione come Amnesty International stia partecipando a questa campagna di disinformazione e propaganda”, ha detto Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente Zelensky. Anche lo stesso presidente ha commentato il rapporto di Amnesty. “Un’operazione tesa a screditare le forze ucraine, che rischia invece di giustificare gli attacchi indiscriminati di Mosca”. Oksana Pokalchuk, direttrice di Amnesty International Ucraina, ha lasciato l’organizzazione, criticando il rapporto e il fatto che mostrasse la presentazione esplicita di Agnès Callamard, Segretario generale di Amnesty International.

Cosa c’è di vero nell’indignazione ucraina? E Amnesty ha pubblicato un report farsesco e eccessivamente critico nei suoi confronti? Per capirlo bisogna andare con ordine.

In primo luogo, la collera di Kiev ha un senso: come ogni rapporto dell’Ong britannica, anche quello sui presunti crimini di guerra ucraini si fonda su dichiarazioni, osservazioni e analisi condotte in medias res, e dunque è possibile che la reazione del governo ucraino sia mediata dallo scoramento per la presenza, in certi casi, di situazioni convulse sul campo di battaglia. E del resto, trovarsi dalla parte dell’aggredito in guerra impone spesso un surplus di tensione e nervosismo nei combattenti tale da rendere complesso il controllo su ogni dinamica.

In secondo luogo, però, Amnesty non ha, consapevolmente, mosso una critica di sistema a Kiev e al suo apparato politico e militare. Ha dichiarato che “in cinque diverse località, i ricercatori di Amnesty International hanno visto le forze ucraine usare gli ospedali come basi militari” e che in 22 scuole su 29 “hanno trovato soldati o rinvenuto prove delle loro attività, in corso al momento della visita o precedenti: tenute da combattimento, contenitori di munizioni, razioni di cibo e veicoli militari”, ma non ha voluto fare di tutta l’erba un fascio. Se da un lato, ha aggiunto che “la tattica delle forze ucraine di collocare obiettivi militari all’interno dei centri abitati non giustifica in alcun modo attacchi indiscriminati da parte russa”, dall’altro è solo sulla parte degli ospedali che ha parlato di “un’evidente violazione del diritto internazionale umanitario” per la trasformazione dei nosocomi in strutture militari.

Cosa dicono le Convenzioni

E questo ci porta al terzo punto. Può sembrare paradossale, ma il diritto internazionale riconosce anche per un esercito difendente la possibilità di vedersi contestati presunti crimini di guerra. Le Quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 proibiscono oggettivamente l’uso degli ospedali come strumento di proliferazione militare, mentre altri episodi denunciati da Amnesty lasciano presagire che siano accaduti episodi di utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate di Kiev. Nelle zone di Kharkiv, Donbass e Mikolayiv, Amnesty International ha dichiarato di non essere “a conoscenza di casi in cui l’esercito ucraino che si era installato in edifici civili all’interno dei centri abitati abbia chiesto ai residenti di evacuare i palazzi circostanti o abbia fornito assistenza nel farlo. In questo modo, è venuto meno al dovere di prendere tutte le possibili precauzioni per proteggere le popolazioni civili”. Amnesty parla di episodi che fanno pensare che Kiev potrebbe aver violato l’Articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale in casi del genere.

Ma, quarto e ultimo punto, l’ammissione di episodi del genere non è certamente una giustificazione alle mosse russe. Una norma contraria al diritto internazionale come l’installazione di obiettivi militari in un ospedale non ne rende legittima un’altra come il bombardamento dell’ospedale stesso. E Amnesty non manca di menzionare anche nel report l’uso di bombe a grappolo e armi incendiarie da parte di Mosca.

Perché la guerra è uno spartiacque

Definire Amnesty filorussa è certamente fuorviante, ma questo episodio è significativo per capire la magnitudine con cui la guerra in Ucraina stia cambiando le stesse percezioni del diritto internazionale e dello ius in bellum su scala internazionale. Primo grande conflitto tra eserciti regolari da decenni, la guerra in Ucraina è spartiacque: militare, strategico, geopolitico e di narrazione. Si tratta di un conflitto che si basa su giudizi assoluti, tranchant e inequivocabili che separa chi sta da una parte e chi sta dall’altro. Si può criticare Kiev per essersi sentita colpita sul vivo da chi in passato ha, ampiamente, documentato i crimini di guerra russi? Certamente no. Ma si può criticare Amnesty per aver fatto il suo lavoro fino in fondo? Nemmeno questo. Già Human Rights Watch aveva nel giugno scorso diffuso un rapporto su un’indagine centrata sulla regione di Chernihiv, a nord di Kiev, una regione attaccata immediatamente il 24 febbraio, e liberata a fine marzo quando i russi si ritirarono da tutto il quadrante dell’Ucraina centrale, sottolineando sia i crimini di guerra russi sia l’uso ucraino di scudi umani. La reazione suscitata dal rapport Amnesty mostra tanto la delicatezza della situazione sul campo quanto l’estremizzazione narrativa e politica del conflitto. Un’altra delle cartine di tornasole che ci permettono di capire quanto la sua fine sia ancora lontana.

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