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Il cielo di Gaza non promette mai nulla di buono. Sopra le teste dei suoi abitanti, si muove una scenografia spietata composta da droni, elicotteri da guerra e bombardieri. Eppure, sulla stessa spiaggia che si affaccia sul Mediterraneo, a pochi metri da dove i palestinesi scavano con le mani tra le macerie per recuperare corpi smembrati e brandelli di carne, l’esercito israeliano ha costruito un rifugio che assomiglia a un resort di lusso. Un luogo dove i soldati possono concedersi una pausa, una boccata d’aria tra una missione e l’altra. Una spiaggia che separa due mondi, tanto vicini quanto incompatibili: da una parte la disperazione, dall’altra il privilegio militarizzato.

Ynet News descrive questa struttura come un “piccolo rifugio sulla spiaggia”, ma la descrizione sembra uscita da un catalogo di viaggi. Suona, infatti, come il titolo di una brochure turistica, magari un’offerta per un weekend romantico o una fuga dalla frenesia della città. Ma questa volta non c’è romanticismo né evasione. È il nuovo “conforto” che l’esercito israeliano ha costruito nella Striscia di Gaza per i propri soldati, un angolo di lusso surreale, piantato nel mezzo della devastazione. 

Colazioni che evocano i buffet di un hotel a cinque stelle, barbecue con bistecche grigliate alla perfezione, c’è un bar, caffè espresso e gelati per le giornate più calde. Non mancano consulenti per la salute mentale, massaggiatori, dentisti, infermieri. Le uniformi sporche di polvere – o di sangue – possono essere lavate in lavatrici di ultima generazione, mentre la desalinizzazione produce 60.000 litri di acqua potabile al giorno, un bene che a pochi metri da lì è trasformato in un’arma. L’esercito israeliano, insomma, ha normalizzato l’assurdo: distruggere infrastrutture civili mentre costruisce paradisi per le sue truppe.

“Abbiamo imparato a cucinare da soli durante le operazioni di combattimento e riceviamo pasti freschi diverse volte alla settimana”, racconta con un certo orgoglio il sergente Yaron Rabinovitch, come se descrivesse un’avventura culinaria. Ogni plotone ha il suo giorno di relax ogni dieci giorni, un ciclo che culmina con una licenza a casa. Una routine che, secondo il sergente, “ha cambiato le carte in tavola”. E poi c’è il capo sottufficiale David Turjeman, che si vanta della varietà di comfort disponibili: “Abbiamo creato un senso di casa qui, con caffè freddo, shakshuka, frullati proteici e persino gelato nelle giornate più calde”. Ma quale casa può sorgere a pochi passi da un inferno?

Intanto, a Gaza, la vita si consuma tra le tende improvvisate e le macerie. Non c’è nulla di cui vantarsi, nulla che possa far pensare a una pausa o a un conforto. Le famiglie lottano per sopravvivere in un luogo dove il cibo stesso è diventato un’arma, un’ulteriore leva per perpetrare un genocidio silenzioso. I luoghi di culto sono stati rasi al suolo, gli ospedali distrutti. Il trauma è ovunque, in ogni sguardo, in ogni parola non detta. E i professionisti della salute mentale, quelli che potrebbero aiutare, sono stati essi stessi vittime di questo orrore.

È impossibile non sentire il peso di questa disparità. Da un lato, una macchina bellica che celebra la propria efficienza; dall’altro, una popolazione che continua a lottare per la sopravvivenza. Ogni giorno, decine di palestinesi muoiono sotto i colpi dell’esercito israeliano, e a questi si aggiungono i bambini che non sopravvivono alla fame o al freddo. E poi ci sono i giornalisti, uccisi mentre cercano di raccontare ciò che accade. Cinque reporter sono stati assassinati appena due giorni fa, un numero che si somma ai 200 uccisi dall’8 ottobre 2023. Ogni volta, l’esercito israeliano offre spiegazioni che suonano come insulti: “Erano terroristi mascherati da giornalisti”. Una narrativa che cerca di giustificare l’ingiustificabile.

Ma la verità è che raccontare Gaza è già un crimine, un atto proibito. La cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente” ha blindato l’accesso ai giornalisti stranieri, impedendo ogni forma di testimonianza diretta. E così, mentre le televisioni occidentali si affrettano a mostrare le lacrime dei familiari israeliani, il dolore palestinese rimane confinato, muto. Anche in Italia, le voci su Gaza sono affidate per lo più a esponenti del mondo ebraico, mentre i palestinesi restano invisibili, relegati ai margini di una narrazione che li esclude sistematicamente.

L’esercito israeliano non si accontenta di occupare un territorio: ha occupato anche il diritto di raccontarlo. Si è appropriato della storia, della memoria e persino dell’idea stessa di umanità. E lo ha fatto con una precisione che non lascia spazio al caso. Ogni colpo sparato, ogni vita infranta, ogni parola censurata è parte di un disegno più grande, che non si limita a distruggere Gaza, ma punta a cancellarla del tutto. E mentre i soldati si riposano tra un massaggio e una bistecca, il mondo continua a guardare altrove, distratto, complice.

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