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Guerra /

Durante un discorso tenuto a San Pietroburgo il 27 aprile, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha affermato, riferendosi all’attuale andamento del conflitto in Ucraina, che “se qualcuno interviene dall’esterno, questo creerà minacce strategiche per noi inaccettabili” e che chiunque lo facesse dovrebbe sapere che “la nostra risposta ai contrattacchi sarà immediata e rapida. Abbiamo strumenti di cui nessun altro può vantarsi. Ma non ce ne vanteremo solamente”, lasciando intendere che potrebbe utilizzare armamenti di nuova concezione presenti negli arsenali russi.

La dichiarazione fa il paio con quanto affermato dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov due giorni prima. Lunedì 25 il capo della diplomazia del Cremlino aveva avvisato l’Occidente di non sottovalutare il rischio di un conflitto nucleare, ritenuto elevato, per l’Ucraina, anche perché Mosca vede la Nato esserne “essenzialmente” coinvolta in una guerra per procura per via dei rifornimenti di armi che sostengono lo sforzo bellico di Kiev.

Le due dichiarazioni, in un certo qual modo complementari, trovano spiegazione nell’attuale contesto del conflitto dove Mosca, nonostante il cambio di tattica e l’arrivo di un nuovo comandante delle operazioni belliche – Alexander Dvornikov – continua a faticare a ottenere il suo secondo obiettivo strategico, la presa dell’intera regione del Donbass, e non ha ancora sfondato le linee ucraine per raggiungere quello che potrebbe essere il terzo: la presa di Odessa e della fascia costiera dalla Crimea sino alla Romania per collegare la Transnistria alla Federazione Russa. Quest’ultimo obiettivo, va precisato, è alquanto ambizioso e di difficile conseguimento stante l’attuale situazione bellica, le condizioni delle forze russe, e l’esigua presenza militare di Mosca nella regione separatista della Moldavia.

Tornando alle dichiarazioni di Putin e Lavrov, e in particolare a quella del presidente russo, possiamo quindi affermare con un discreto margine di certezza che si tratti del fenomeno che prende il nome di brinkmanship, ovvero della pratica di pressione psicologica, praticata al fine di cercare di ottenere un risultato vantaggioso, spingendo in avanti situazioni pericolose fino a condurle sull’orlo del precipizio di un conflitto attivo o più ampio. La stessa indicazione di voler conquistare tutta la fascia costiera ucraina sul Mar Nero potrebbe essere letta in questo senso e potrebbe significare il tentativo di Mosca di arrivare a una tregua da posizioni di forza. Entrambe le affermazioni, però, fanno anche trasparire sul lato diplomatico le difficoltà incontrate dalla Russia nel conflitto: l’orso russo stenta ad avanzare per via del sostegno occidentale a Kiev, e paventare un conflitto nucleare, oppure l’uso di armamenti “mai visti prima” per fermare i rifornimenti all’Ucraina, è sicuramente un ottimo metodo per mettere pressione sull’opinione pubblica occidentale che Mosca considera – non a torto – influente nel processo decisionale governativo.



Gli “strumenti di cui nessun altro può vantarsi” di Mosca sono però, da questo punto di vista, un “bluff” per tutta una serie di motivi che andiamo ad analizzare.

Innanzitutto questi nuovi armamenti sono per la maggior parte in fase sperimentale, spesso nemmeno troppo avanzata. Se ricordiamo il video diffuso dal ministero della Difesa russo a luglio del 2018 in cui venivano mostrate per la prima volta i nuovi avveniristici sistemi d’arma, possiamo dire oggi che la maggior parte di essi è ancora lungi dall’essere operativa.

In quella occasione oltre al nuovo missile balistico intercontinentale (Icbm) RS-28 “Sarmat”, alle testate plananti ipersoniche (Hgv – Hypersonic Glide Vehicle), al missile ipersonico Kh-47M2 “Kinzhal” e a un laser ad alta potenza montato su camion, erano stati mostrati per la prima volta il “megasiluro” a carica atomica Status-6” (o Poseidon) e i missili da crociera a propulsione nucleare “Burevestnik”.

Per quanto riguarda il nuovo Icbm, di tipo pesante e in grado probabilmente di colpire il territorio statunitense con una traiettoria “da sud” per via della sua grandissima gittata (ma con carico bellico ridotto), abbiamo già avuto modo di affermare che la Russia prevede di iniziare a metterlo in servizio nel corso di quest’anno con “un reggimento con il sistema Sarmat nella regione di Uzhur” come affermato a dicembre del 2021 dal generale Sergei Karakaev, comandante delle forze missilistiche strategiche. Il Sarmat, quindi, non è ancora in servizio e avrebbe già dovuto esserlo, in quanto nei piani originari di Mosca si prevedeva di schierarlo a partire dal 2018 dopo il primo ordine di 50 esemplari.

Sorte diversa è invece toccata all’Hgv “Avangard”. La nuova testata planante ipersonica è già stata schierata, sebbene sfruttando il vecchio vettore missilistico UR-100N UTTKh (o SS-19 “Stiletto” in codice Nato). Per quanto riguarda questo sistema se fosse confermata la possibilità di montare anche carico bellico convenzionale, oltre a quello nucleare, sarebbe l’arma perfetta per attacchi chirurgici preventivi contro installazioni C4I (Command, Control, Communication, Computer and Intelligence), e pertanto sarebbe questo – forse – l’unico strumento realmente utilizzabile dalla Russia in questo momento.

Il missile balistico ipersonico “Kinzhal” è infatti una realtà già vista (e utilizzata) durante questo conflitto, mentre il vettore da crociera a propulsione nucleare 9M730 “Burevestnik” (SSC-X-9 “Skyfall” in codice Nato) è ancora nelle sue prime fasi sperimentali, che hanno sicuramente subito ritardi dopo l’incidente occorso ad agosto del 2019.

Per quanto riguarda il siluro strategico “Status-6” non risulta che sia ancora stato effettivamente testato sebbene la sua piattaforma di lancio, il sottomarino K-329 Belgorod (project 09852) entrato a far parte della 29esima Brigata Autonoma della Flotta del Nord (ma a tutti gli effetti dipendenti dal Gru ovvero il servizio informazioni militari russo), sia alle prove in mare, quindi non in servizio. Il siluro a propulsione nucleare è un’arma strategica, di rappresaglia, e la sua carica atomica di grande potenza (2 megatoni) è sufficiente per devastare una vasta area soprattutto grazie al concetto di “bomba sporca”, ovvero con la possibilità di essere dotata di un involucro di cobalto-60, un isotopo artificiale particolarmente radioattivo (la sua emivita è di 5,7 anni) che ucciderebbe ogni forma di vita contaminando l’ambiente con alti valori di radiazioni per circa 10/20 anni. Sfatiamo un mito riguardo al Poseidon/Status-6: le informazioni iniziali davano la potenza della carica bellica nucleare intorno ai 100 megatoni, sufficienti a generare un piccolo maremoto, ora invece sappiamo che questa è di soli due, quindi non sufficienti per devastare le coste con onde di marea. Questo sistema, oltre a non essere ancora entrato in servizio, non sarebbe nemmeno possibile utilizzarlo nel conflitto in Ucraina: il passaggio dello stretto del Bosforo è interdetto a tutte le navi militari eccetto quelle dirette verso i porti di appartenenza (in questo caso Sebastopoli), ed il Belgorod, unica unità a poter trasportare i siluri nucleari, è di stanza nella Flotta del Nord, come abbiamo visto.

Anche altri vettori ipersonici da crociera russi, nella fattispecie i missili antinave e da attacco terrestre 3M22 Zircon, non sono ancora stati schierati: la Russia ha condotto diversi test lo scorso anno, ma lo Zircon non è ancora nella disponibilità della Flotta. Le affermazioni del presidente Putin risultano quindi porsi più come un “bluff” per cercare sia di impressionare l’opinione pubblica occidentale, sia di attuare la brinkmanship.

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