Il primo elemento che ha destato un certo clamore, una volta appresa la notizia (l’ennesima del genere, per la verità) della morte di Al Baghdadi, ha riguardato il posizionamento del leader dell’Isis e del relativo blitz fatale per colui che, nel giugno 2014, ha proclamato da Mosul la nascita del nuovo califfato. Secondo quanto fatto trapelare dal Pentagono, il raid delle forze Usa è stato compiuto nella cittadina di Barisha, a 5 km dal confine turco.

La presenza di Al Baghdadi in una zona controllata dagli ex di Al Qaeda

Barisha è un paese che, prima dello scoppio del conflitto siriano, contava poco più di mille anime: si tratta di un piccolo villaggio situato nelle colline a nord di Idlib, non lontano dalle rovine di Dayhis, un insediamento bizantino scoperto non molti anni fa. Un paesaggio contrassegnato da vallate e monti che segnano, in buona parte, anche il confine con la Turchia. Abu Bakr Al Baghdadi si trovava proprio qui, almeno secondo fonti americane ufficiali ed ufficiose. E viene da chiedersi come mai il leader dell’Isis abbia trovato rifugio proprio in queste zone così lontane dai territori dell’ex califfato. Fino a pochi mesi, quando gli ultimi brandelli di territorio in mano ai suoi uomini venivano espugnati a Baghouz, lui si trovava proprio in questa ultima roccaforte jihadista: si tratta di una zona ad est dell’Eufrate, dove ad intervenire sono state le forze filo curde delle Sdf, in quel momento ancora supportate dagli americani.

Poi del califfo, dato per morto già in svariate occasioni tra il 2015 ed il 2018, si sono perse ancora una volta le tracce. E c’è chi lo dava in Iraq, chi invece in Afghanistan, così come non erano in pochi ad azzardare una sua presenza in Libia, lì dove cioè adesso l’Isis è in procinto di riorganizzarsi dopo la caduta dello Stato Islamico. Ed invece, Al Baghdadi sarebbe stato scovato in provincia di Idlib, parte opposta della Siria ma soprattutto provincia controllata dai nemici. Qui dal 2013 ha preso piede un piccolo emirato controllato dal gruppo che, fino al 2017, si faceva chiamare “Fronte Al Nusra“, sigla che indica la filiale siriana di Al Qaeda.

I miliziani del gruppo fondato da Bin Laden e che ha contrassegnato, ed in parte contrassegna ancora oggi, la storia del terrorismo di matrice jihadista, sono entrati in conflitto con Al Baghdadi tra il 2013 ed il 2014. Piccola digressione: il futuro califfo ha preso le redini dell’Isis (quando in verità ancora si faceva chiamare Isil) nel 2010, a seguito della morte del suo predecessore Al Masri. Quest’ultimo a sua volta aveva ereditato l’organizzazione terroristica da Abu Musab al Zarqawi, colui che nel 2004 ha inaugurato la triste serie di decapitazioni filmate in video con l’uccisione dell’ostaggio americano Nicholas Berg. L’Isil altro non era che la nuova sigla con la quale, subito dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003, si indicava Al Qaeda in Iraq. Al Baghdadi, sfruttando il caos siriano generato dall’inizio del conflitto, è riuscito a portare i suoi miliziani in Siria ed a quel punto ha deciso unilateralmente di fondere Al Nusra con l’Isil. Un progetto però mai condiviso con i qaedisti siriani, da qui una scissione arrivata a suon di battaglie interne al fronte jihadista, con Al Baghdadi che ha quindi fondato l’Isis ed ha perseguito autonomamente l’idea di un grande califfato islamico.

Ecco dunque perché nessuno poteva immaginare una sua presenza ad Idlib che invece, come detto in precedenza, è controllata dagli ex del fronte Al Nusra, gruppo oggi conosciuto come Tahrir Al Sham. E questa è, dati alla mano, la prima “sorpresa” derivante dai dati diffusi poco dopo la notizia dell’uccisione di Al Baghdadi.

Un blitz Usa in una zona fuori dall’orbita del Pentagono

L’altra sorpresa invece, ha riguardato il fatto che il raid americano sia avvenuto nella Siria occidentale. Washington invece, ha sempre operato nella parte orientale del paese, al di là dell’Eufrate. Da anni Russia ed Usa mantengono in vita un accordo ufficioso sulla Siria: la zona occidentale è di influenza russa, quella orientale invece è nell’orbita statunitense. Non è un caso che le forze di Mosca hanno sempre operato nelle province dell’ovest della Siria, aiutando l’esercito rimasto fedele ad Assad a riprendere Aleppo, Palmyra, la regione della Ghouta, Daraa ed i vari territori persi durante gli anni più caldi del conflitto. Al contrario, gli Stati Uniti hanno usato la propria aviazione e quella della coalizione anti Isis al di là dell’Eufrate, lasciando lì alle forze filo curde delle Sdf l’onere di strappare territori al califfato.

Una situazione questa che ha subito alcune variazioni nelle ultime settimane, a causa del ritiro di Trump dalla regione a maggioranza curda e dell’ingresso di Erdogan nel nord della Siria, con successivi e conseguenti accordi tra Russia e Turchia che hanno riportato le forze di Damasco anche al di là dell’Eufrate. Nessuno però poteva immaginare, prima di qualche ora fa, che ad Idlib potessero intervenire forze americane. La provincia in questione, in gran parte sotto il controllo qaedista, è oggetto in queste settimane di raid russi ed operazioni dell’esercito di Damasco. Le forze americane, almeno ufficialmente, non hanno mai avuto un ruolo in questa parte della Siria, anche perché lo spazio aereo è in totale controllo dei russi.

Dunque, è lecito pensare che l’operazione con la quale sarebbe stato catturato al Baghdadi, sia stata quantomeno condivisa, se non concordata, tanto con Mosca quanto con Ankara. Anche perché, come detto ad inizio articolo, il villaggio dove si rifugiava il leader dell’Isis è a 5 km dal confine turco. Le forze che hanno condotto il blitz, molto probabilmente sono arrivate dalla Turchia, la quale peraltro nella provincia di Idlib mantiene da circa un anno propri soldati e controlla diverse sigle presenti sul territorio. L’operazione anti Al Baghdadi quindi, oltre agli Usa potrebbe chiamare in causa, seppur solo ufficiosamente, Russia e Turchia. Il tutto a pochi giorni dall’entrata in vigore di accordi che hanno ridisegnato la mappa del nord della Siria.