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Il 30 settembre 2015 le forze russe prendevano la direzione della Siria per concretizzare in supporto militare l’appoggio politico e diplomatico che fin dal 2011 Mosca aveva garantito al legittimo governo di Damasco, impegnato nella guerra civile contro i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e costretto a fronteggiare, sul fronte orientale, la travolgente avanzata dello Stato IslamicoBashar al-Assad, allora, era sotto assedio, con il governo che si ritrovava a controllare una stretta fascia di territorio nell’Ovest del Paese e la guerra arrivata alle porte della capitale, ma l’intervento russo, in coordinazione con l’aumento del sostegno da parte dell’Iran e dell’appoggio strategico di gruppi come Hezbollah, si è rivelato determinante per rovesciare le sorti del conflitto.

La Siria negli ultimi mesi è scivolata ai margini dei notiziari e dell’agenda della politica internazionale, ma mentre la nazione si avvicina al decimo inverno consecutivo di guerra il conflitto è ancora lì, non risolto, per quanto ora la stragrande maggioranza della nazione sia tornata sotto il controllo del legittimo governo di Damasco e la vita provi finalmente a tornare alla normalità. E, per quanto ridimensionato, è ancora lì il contingente russo, del cui ruolo si può tracciare un bilancio abbastanza esaustivo.

Una complessa operazione interforze

La Russia è intervenuta nel conflitto il 30 settembre 2015, bombardando le regioni di Homs e Hama, allora poste sotto il controllo dei gruppi di opposizione. Lo schieramento inizialmente messo in campo da Mosca nel Paese mediorientale aveva la dimensione di circa 4.300 unità, tra aviatori, membri dei servizi segreti, personale logistico, polizia militare, con una rotazione di personale che nel primo biennio della missione ha portato, secondo il ministero della Difesa russo, 48mila militari a acquisire esperienza sul campo nel Paese.

L’ossatura della forza d’intervento, fin dall’inizio, è stata l’arma aerea: la dottrina militare interforze adottata dalla coalizione pro-Assad ha visto a più riprese l’aviazione russa aprire la strada alle offensive volte a travolgere ribelli e terroristi con bombardamenti mirati, lanci di missili, attacchi al suolo e misure per creare un ombrello protettivo sulle unità di terra. I bombardieri strategici della Tupolev, Tu-22, Tu-95 e Tu-160, e gli efficaci caccia Sukhoi Su-27, Su-30, Su-35, unitamente agli aerei da attacco Su-25 e ai bombardieri tattici Su-24 e Su-34 hanno preso gradualmente il controllo dei cieli siriani, scatenando vere e proprie tempeste di fuoco sui nemici di Assad. Nei primi cinque mesi della missione, fino a fine febbraio, l’aviazione russa organizzò una media di sessanta missioni al giorno (a fronte delle 7 della coalizione a guida Usa) contro le difese nemiche, contro i pozzi controllati dai terroristi, contro la rotta del petrolio con cui Isis si foraggiava, e con 9mila sortite ha sostenuto un’avanzata che ha portato alla conquista di 400 città e 10mila chilometri quadrati di territorio siriano.

Anche le unità della marina russa hanno partecipato all’offensiva in Siria. Le flotte del Mar Nero e del Mar Caspio hanno adoperato corvette, fregate classe “Grigorovich” e sottomarini classe “Kilo” per lanciare missili a lunga gittata su obiettivi sensibili, e a più riprese a partire dall’8 novembre 2016, anche aerei ed elicotteri decollati dalla portaerei Admiral Kuznetsov stanziata nel Mediterraneo orientale hanno svolto missioni.

La svolta nella guerra

Già nei primi mesi del 2016, a ragione, osservatori interessati come il direttore della Defense Intelligence Agency, William Stewart, e il docente della London School of Economics Fawaz Georges facevano notare quanto l’intervento russo in territorio siriano abbia rappresentato un game-changer. La liberazione di Aleppo e Deir ez-Zor e il consolidamento del controllo di Assad sui tre quarti del territorio nazionale hanno segnato le conseguenze di lungo termine dell’intervento di Mosca.

Secondo il gruppo Ihs Janes la “campagna di Damasco” è costata a fine 2015 e nei primi mesi del 2016 dai 2,3 ai 4 milioni di dollari al giorno, occupando quindi dal 2 al 4% del budget militare del Cremlino; dopo aver dichiarato “missione compiuta” a marzo 2016, il governo di Vladimir Putin ha gradualmente trasformato da temporaneo in permanente il dislocamento militare in Medio Oriente. La Russia è riuscita a evitare di impantanarsi in Siria affiancando una sottile diplomazia triangolare con Turchia e Iran per mediare la fine del conflitto al continuo intervento militare. Il Ministero della Difesa russo ha stimato in 85mila le perdite inflitte ai ribelli e in 6mila quelle causate all’Isis, a fronte di 112 caduti tra aviatori e membri delle forze speciali. Di contro, il controverso Osservatorio Siriano sui Diritti Umani contabilizza in quasi 9mila i civili che sarebbero caduti nei cinque anni di intervento di Mosca sotto le bombe russe.

Il rafforzamento russo in Siria procede di pari passo con l’indebolimento americano e soprattutto europeo, e sul lungo periodo l’obiettivo sarà dare al tormentato Paese mediorientale, guardato alle spalle da Mosca, un degno futuro politico. Con la Turchia i rapporti vanno a corrente alternata, e gli screzi sul fronte settentrionale degli ultimi anni lo testimoniano; come ha ricordato Andrea Walton su queste colonne, inoltre, sul fronte del contrasto al terrorismo “minaccia costituita da elementi radicali provenienti dalla Siria, stando a quanto dichiarato dallo stesso Putin, sembra al momento sventata ma costituisce comunque un pericolo per la sicurezza dello Stato e dovrà essere attentamente monitorata per evitare conseguenze o ricadute instabili nel prossimo futuro”. La lezione più grande dell’intervento russo in Siria dunque è che nei conflitti attualmente in corso difficilmente ci potrà essere efficace State-building senza il deciso sostegno di una grande potenza a una parte in causa. Ha vinto la Russia, non si sa ancora se vincerà sul lungo periodo la Siria, che tra dipendenza dal suo patrono euroasiatico e incertezze nella risoluzione delle ultime sacche di conflitto è destinata ad attendere a lungo la definizione di una reale prospettiva di pace.