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Dalle prime settimane di guerra, la data del 9 maggio era stata indicata come punto di una possibile svolta: la storica data trasformata in un coacervo di profezie più o meno verosimili. Ad onore del vero, la prima delle ipotesi che circolava a proposito di questa drôle de guerre vedeva nel 9 maggio una possibile fine del conflitto, limitando l’escalation guidata da Mosca a poco più di due mesi. L’ossessione di Vladimir Putin per i simboli, del resto, aveva portato in questa direzione: non a caso l’invasione dell’Ucraina è stata proclamata all’indomani del Giorno dei Difensori della Patria, un’altra ricorrenza militare simbolo per i russi. Le cose, invece, sono andate molto diversamente. A poche ore dalla tanto vaticinata ora X, gli scenari possibili sembrano ora essere essenzialmente tre.

1. La guerra totale

L’ipotesi più temuta. Ciò che ancora non abbiamo visto. Il punto di non ritorno. Le sensazioni su questa ipotesi, in Ucraina come in Occidente, sono appunto tali, sensazioni, ipotesi e pochi riscontri. Quegli stessi riscontri che oggi mancano, a febbraio furono illuminanti su quanto stesse per accadere. Ne è certo il capo dell’intelligence della difesa di Kiev Kyrylo Budanov: “Sì, si stanno preparando”, ha dichiarato alla CNCB, aggiungendo che Rosreserv – l’agenzia statale russa responsabile per lo stoccaggio, la protezione e la gestione delle riserve di cibo e attrezzature statali in preparazione per gli stati di emergenza – aveva “iniziato a controllare ciò che effettivamente hanno in stock e calcolare cosa possono distribuire sugli ordini di mobilitazione”. Per Putin sarebbe l’occasione ideale per paragonare la sua “operazione speciale” alla difesa dai nazisti. E il 9 maggio potrebbe essere il momento emotivamente più adatto per far fare alla guerra un salto di qualità: dall’operazione speciale alla guerra vera e propria, contro i nazisti in ucraina e in Occidente.

Gli ultimi due mesi e mezzo ci hanno convinto che ormai tutto sia possibile, eppure a Putin quanto converrebbe questa mossa? Passare da operazioni limitate alla guerra totale significa passare dalla strategia del pazzo al baratro, quello vera: significherebbe una mobilitazione che logisticamente, umanamente ed economicamente Mosca avrebbe difficoltà a permettersi. Significherebbe annunciare alle madri che devono prepararsi a perdere i figli, dichiarare che la precedente non era un’operazione speciale, ma già una guerra bella e fatta. Ma soprattutto potrebbe voler impiegare la legge marziale: una mossa che conferirebbe poteri straordinari a Putin, consentendo un drammatico aumento del suo controllo sulla vita dei cittadini e sull’economia russa. Confini chiusi definitivamente, totale censura ma anche misure più estreme come sequestri, coprifuoco, razionamenti.

Come fare a spiegare (e accettare) tutto questo a Mosca o a San Pietroburgo? La costituzione russa consente l’introduzione della legge marziale solo se il Paese è attaccato da un nemico esterno: a questo punto non resterebbe che crearsi un attacco false flag su misura per dichiarare il casus belli. Last but not least, la guerra totale, scatenerebbe necessariamente una risposta occidentale che non siamo certi l’Occidente stesso sia pronto a dare: il ministro della Difesa britannico Ben Wallace, per esempio, ha espresso la preoccupazione che Putin utilizzerà il 9 maggio per premere per la mobilitazione di massa del popolo russo. Ciò implicherebbe non solo un’espansione della guerra contro l’Ucraina, ma anche un’escalation contro gli Stati Uniti e la NATO.

2. Dichiarare la vittoria (e il cessate il fuoco)

Una seconda, papabile, strategia, volta a salvare capre e cavoli, potrebbe essere questa. Consci che un’operazione (e relativa conquista) su larga scala sia ormai impossibile, la migliore alternativa potrebbe essere quella di finirla qui. Come? Raccontando due verità differenti.

Da un lato, utilizzando la parata del 9 maggio per sciorinare la vittoria sui nazisti ucraini utilizzando la consueta retorica: del resto, ogni anno, nel Giorno della Vittoria, i cittadini russi sfilano portando le fotografie dei loro eroici antenati in uno spettacolo noto come “il reggimento immortale”. Questa volta, verrebbe stabilito un collegamento diretto tra la guerra contro Hitler e l’attuale guerra contro i fittizi nazisti di Kiev. Ma poiché questa guerra è diventata insostenibile, e nessuno accenna a vincerla, Putin potrebbe fermarsi qui. I russi avrebbero perso più di 10.000 uomini, tra cui una sfilza di generali e altri alti ufficiali, insieme a centinaia di carri armati e decine di aerei. La loro nave ammiraglia, la Moskva, si trova ora sul fondo del Mar Nero. Dichiarare, nel giorno dei giorni della Russia che fu, che il nemico è stato sconfitto e la vittoria conseguita sarebbe utile oltre che sagace: fine dell’operazione speciale, come accaduto altrove. I figli della patria tornerebbero a casa, impastati di terrore, violenza e propaganda. Le proteste scemerebbero, così come personaggi ingombranti come Navalny non sarebbero più un grillo parlante quotidiano. Potremmo vedere sfilare gli “eroi” del Donbass o gli ucraini russofili, come segno di liberazione. Una macchina di propaganda immane.

Dall’altro lato, una narrazione opportuna potrebbe essere poi imbastita a proposito delle trattative con l’Occidente: assicurarsi un nuovo confine Ucraina-Russia lungo la linea dei combattimenti, garantendosi Donbass e Crimea una volta per tutte. Un punto fondamentale da trattare, visto e considerato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è dichiarato disposto ad accettare un compromesso per il cessate il fuoco con la Russia, a patto però che l’esercito di Mosca si ritiri “sulle posizioni del 23 febbraio”, il giorno precedente all’invasione. Un’apertura che potrebbe far presagire una serie di referendum ed annessioni che andranno a riscrivere la geografia dell’Ucraina meridionale e orientale. Ovviamente tutto questo sarebbe imbastito con maestria scenica dal Cremlino, assurgendo il proprio leader a pastor bonus di russofili e russofoni.

3. Non accadrà proprio nulla

Lo scenario più banale, forse quello da contemplare in primis. Il 9 maggio, “Giorno della vittoria” in Russia, sarà un giorno come un altro. Il 75esimo giorno di guerra nel quale Mosca pomperà di propaganda la propria operazione speciale, magari rincarando la dose. In ogni parte d’Ucraina continueranno i bombardamenti e sarà la prova che se le previsioni occidentali erano sbagliate (su una svolta del conflitto, in qualsiasi senso), la sfida di Putin all’Ucraina non ha intenzione di limitarsi nello spazio e nel tempo. Il prolungarsi del conflitto provocherà inesorabilmente un coinvolgimento americano sempre maggiore, come testimoniano le inchieste giornalistiche negli Stati Uniti circa la partecipazione Usa all’eliminazione dei generali russi e all’affondamento della Moskva. È un conflitto a oltranza, che apre al triste presagio di avere un negoziato solo quando si giungerà allo stillicidio. Rebus sic stantibus, il conflitto potrebbe durare mesi, se non addirittura anni.

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