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(Damasco) È sempre più evidente lo stallo politico tra i principali attori di un’auspicata risoluzione pacifica al problema cronico di Idlib. E intanto appaiono all’orizzonte nuovi segnali di un’incombente resa dei conti militare tra l’esercito siriano, con i suoi alleati, e Al Nusra e altri gruppi terroristici che hanno preso il controllo della città e dell’area circostante ormai più di sei anni fa.

C’è stata una vera e propria escalation di tensione negli ultimi due giorni, con attacchi letali dei gruppi radicali islamici nella vicina Hama e nelle zone rurali, il più grave a Masassneh all’alba di domenica scorsa. Venti soldati e 42 terroristi sono rimasti uccisi e dozzine di militari sono stati feriti negli scontri, che si sono protratti per cinque ore. L’esercito siriano ha subito reagito bombardando le posizioni e le fortificazioni del cosiddetto Jaish Al Izza e di un’altra fazione, entrambe supportate dalla Turchia, che operano principalmente nell’area dove ha avuto luogo l’attacco all’esercito siriano.

Nonostante la portata di questi attacchi e di successive simili penetrazioni contro l’esercito siriano sulle montagne di Latakia – sia Idlib che Latakia infatti hanno lunghi confini con la Turchia disseminati di terroristi, soprattutto milizie sostenute dai Turchi, come l’esercito del Turkistan  e altri gruppi terroristici uiguri (cinesi musulmani di origini e affiliazione turche) – gli eventi delle scorse settimane sono stati visti come schermaglie minori e mere distrazioni dalla grande e incombente battaglia per il recupero di Idlib.

Si ritiene che oltre 100mila combattenti estremisti siano trincerati nella città e nei suoi dintorni, in particolare in alcune grotte massicciamente fortificate, commando sotterranei e centri di controllo gestiti da agenti dell’intelligence locale, regionale e internazionale. Numerosi video sul web mostrano i leader di questi gruppi fanatici stranieri brandire le proprie armi sullo sfondo della bandiera turca, e fra di loro c’è a stento qualche siriano. Addirittura trasmettono i loro messaggi e formulano le loro minacce nella propria lingua nativa, che va dal russo al cinese, al turco al francese, all’inglese e altre ancora.

Poco più di due settimane fa nel resort russo di Sochi, sul Mar Nero, si è tenuto un summit trilaterale tra i presidenti Putin, Rouhani e Erdogan, risoltosi in un mezzo fallimento soprattutto a causa dell’incapacità di quest’ultimo, ancora una volta, di onorare gli impegni della Turchia, in particolare quelli riguardanti il contenimento dei maggiori gruppi terroristici nella zona demilitarizzata secondo l’accordi di Idlib con la Russia. A questo punto un’operazione decisiva da parte dell’esercito siriano e dei suoi alleati per liberare Idlib ed estirpare una volta per tutte i terroristi dalle restanti aree sotto il loro controllo appare sempre più come uno scenario inevitabile.

L’esercito siriano ha mobilitato una massiccia potenza di fuoco e notevoli forze per quella che sarà la madre di tutte le battaglie, nel caso in cui la risoluzione politica dovesse fallire. I bombardamenti preliminari dell’esercito siriano sui campi dei terroristi, dove sono accumulate strutture e fortificazioni, sono già cominciati in alcune aree di Idlib. Negli scorsi anni, decine di migliaia di ribelli antigovernativi sono confluiti nel governatorato di Idlib da varie parti della Siria, come parte di alcuni tentativi di accordi riguardanti diverse aree intorno alla capitale Damasco e nel Sud del Paese.

È stato riportato che i comandi militari russi e americani in Siria si sono incontrati pochi giorni fa. Di cosa abbiano discusso durante l’incontro resta sconosciuto, ma il coordinamento tra Idlib e l’Est dell’Eufrate in previsione di una decisa stretta sui terroristi, sembra una necessità inevitabile. Evitare ogni scontro indesiderato tra i vari eserciti e le forze schierate nel Paese rimane una priorità comune. Con terroristi e milizie sparsi fra milioni di civili, nessuna delle parti in campo ha bisogno di ulteriori intoppi o bisticci in quella che già promette di essere una delle battaglie più complesse, feroci e, verosimilmente, costose di tutte.

Negli ultimi due anni, l’esercito siriano ha riconquistato il controllo di vaste aree del Paese. Con circa l’80% del Paese di nuovo nelle sue mani, il governo ha rivolto la propria attenzione a Idlib. Il presidente Bashar al Assad ha fatto voto di riportare tutti i territori siriani sotto il controllo dello Stato, ogni singolo centimetro, e a qualunque costo, perché questa “guerra per l’esistenza è destinata a rimodellare la regione così come la nuova mappa geopolitica del mondo in generale”. Questa affermazione è arrivata nonostante le ricorrenti minacce contro Damasco provenienti da ogni dove, soprattutto dall’amministrazione Trump, e indipendentemente da ogni dichiarazione o dati esagerati o fuorvianti.

Il ministro degli Esteri turco  Mevlut Cavusoglu ha di recente affermato, dopo aver parlato di Idlib con la sua controparte russa Sergej Lavrov, che “una risoluzione militare sarebbe un disastro”.

“Il ministro turco, il cui regime è stato catalizzatore della morte di centinaia di migliaia di siriani, e dello sfollamento di milioni di altri, non ha diritto di parlare delle sventure dei siriani, causate da una guerra che la Turchia ha capeggiato”, ha risposto un funzionario siriano. “Dobbiamo liberare Idlib ed estirpare i terroristi, in un modo o nell’altro. Stiamo solo aspettando l’ora X per farlo”, ha aggiunto un comandante siriano, in massima allerta nella periferia di Idlib.

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