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A quasi ottant’anni da quel 25 aprile che segna la data in cui l’Italia, pagando un tributo di sangue altissimo, si liberò dal giogo del nazifascismo, l’epopea della Resistenza viene da molti ancora percepita come un monolite diviso da una frattura al centro: da una parte il blocco nero, composto dai tedeschi delle SS, della Wehrmacht, dai fascisti della Repubblica di Salò e dai collaborazionisti; dall’altra, il blocco antifascista, dove – molto spesso – per antifascismo il pensiero vola subito alle Brigate Garibaldi, i partigiani con la stella rossa sul berretto, le formazioni che, senza ombra di dubbio, contribuirono in maniera determinante – per numero di effettivi sul campo e per quello di martiri – alla liberazione dell’Italia.

Il monopolio della Resistenza

Nel corso dei decenni, più per ragioni politiche che per motivazioni storico/militari, l’argomento “Resistenza” è poi stato monopolizzato dall’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, organo nato a Roma il 6 giugno del 1944 in seno al CLN del Centro Italia e divenuto organo nazionale poco dopo, il 27 giugno del 1945. Di contro, molte altre sigle della galassia resistenziale, conosciute e celebrate a livello locale, sono del tutto sconosciute – o quasi – a livello nazionale, quasi il loro contributo alla liberazione del Paese sia un contributo di Serie B.

Questo per diverse ragioni. Prima fra tutte la mancanza di appoggi politici, di un’organizzazione centralizzata, di un’opera di comunicazione efficace e coordinata. Tutti strumenti che l’Anpi ha da sempre valorizzato al massimo delle loro potenzialità. Ecco allora che può essere utile ricordare quali furono quelle formazioni partigiane che, pur non rientrando nell’immaginario collettivo quando si parla di Resistenza, offrirono il proprio contributo sul campo, combattendo i nazifascisti dal Centro al Nord Italia. Per entrare nel dettaglio e conoscere la storia di questi gruppi, consigliamo la lettura di un volume edito da Marsilio e a cura del ricercatore Tommaso Piffer dal titolo “Le formazioni autonome nella Resistenza italiana“.

La lunga marcia dei patrioti della Maiella

Partendo proprio dal Centro, una formazione piuttosto atipica della galassia resistenziale, che soleva definirsi non brigata partigiana, ma di “patrioti”, è la Brigata Maiella, comandata dal leggendario comandante Ettore Troilo. Nata in Abruzzo, la Maiella è stata la formazione più a lungo operativa dal punto di vista bellico. Fieri, organizzati, combattivi, i patrioti della Maiella non hanno mai giurato fedeltà ai Savoia, considerati responsabili del disastro italiano tanto quanto i fascisti. Si definiscono repubblicani, ma tra i ranghi della brigata non si fa politica. Il comandante, Ettore Troilo, era avvocato e socialista. Comincia l’attività resistenziale con quindici fedelissimi, per aiutare gli inglesi a liberare i paesi dell’Abruzzo che sorgevano nei pressi della Linea Gustav, dove i tedeschi erano acquartierati. Per gli inglesi, i patrioti della Maiella furono una sorta di scout: si muovevano a loro agio nei boschi, tra le montagne; conoscevano i sentieri più nascosti per cogliere alle spalle i tedeschi. E soprattutto erano affidabili. Per questo, sin da subito, cominciarono ad armarli.

Quando nel giugno 1944 l’Abruzzo viene liberato, i maiellini chiedono di continuare a combattere. Il 17 giugno, i britannici accorpano i patrioti abruzzesi al II Corpo d’Armata polacco del generale Wladislaw Anders, decimato nel corso delle cruente battaglie di Montecassino. Abruzzesi e polacchi sembrano inarrestabili: liberano paesi e cittadine conquistando terreno palmo a palmo, a costo di grandi sacrifici di uomini. Il 2 settembre, dopo un’aspra battaglia, gli uomini della Maiella entrano a Pesaro. Le Marche liberate hanno richiesto la vita di ventotto uomini.

All’alba del 21 aprile i maiellini entrano a Bologna; il 1 maggio ad Asiago, incalzando i reparti tedeschi in rotta. Il 15 luglio 1945, a Brisighella, la Brigata Maiella, inquadrata in assetto perfetto, riceve l’onore delle armi dalle Grenadiers Guards e dalle Gildstream Guards, di fronte ad alti ufficiali inglesi, italiani e polacchi, e ammaina il tricolore di guerra, oggi conservato presso il Museo dell’Altare della Patria, a Roma.

La lunga marcia della Maiella, durata 15 mesi, in massima parte passati in prima linea, è costata 55 morti e 151 feriti, di cui 36 mutilati. I nomi dei caduti – metà dei quali è composta da contadini – sono ricordati nel sacrario di Taranta Peligna. La Brigata è stata insignita della Medaglia d’Oro.

L’attendismo vincente dei patrioti Apuani

Il Gruppo Patrioti Apuani, comandato da Pietro Del Giudice, prete domenicano, operò nella zona del Monte Altissimo, in provincia di Lucca. Nato nell’estate del 1944 dalla fusione di diversi gruppi, tra cui la formazione Luigi Mulargia, guidata dal comunista Marcello “Tito” Garosi, che attaccando un camion della X Mas e una caserma delle Brigate nere provocarono l’eccidio di Forno (68 morti), il Gruppo Patrioti Apuani arrivò a contare circa 1.800 uomini, divisi in una Compagnia di comando, cinque comandi di gruppo e di battaglione, a loro volta suddivisi in compagnie, plotoni e squadre. Insomma, un vero e proprio esercito.

Il compito dichiarato del Gruppo era quello di proteggere i paesi e i cittadini del territorio di loro competenza dai tedeschi e dai fascisti. Una linea considerata polemicamente da altre formazioni, per lo più di anima comunista, come attendista e passiva.

Gli Apuani riuscirono a creare una vasta zona libera dal giogo nemico grazie a una strategia di dialogo con i tedeschi. Per contro, il loro ruolo stabilito dagli Alleati fu quello di controllare e proteggere il passaggio del fronte sulla Linea Gotica, presidiando alcuni passi montani che consentivano di penetrare lo schieramento tedesco. I patrioti tutelavano i civili in fuga dalle zone di guerra, assicurandosi che non finissero preda dei contrabbandieri. I tedeschi tentarono di bloccare questa via di passaggio, ma Pietro Del Giudice ottenne una sorta di accordo con il comando tedesco di Massa.

Le voci di compromissione tra Del Giudice e i tedeschi non ressero di fronte alla prova dei fatti: furono molti a usufruire del passaggio nella zona libera presidiata dal Gruppo Patrioti Apuani, anche molti partigiani feriti, che in questo modo trovarono la salvezza. Dopo la guerra, Del Giudice tornò allo stato laicale e dal 1986 al 2000, anno della sua morte, fu presidente dell’Anpi.

Tra intelligence e sabotaggi: la rete di Edgardo Sogno

La Resistenza “liberale” riuscì a sorgere grazie alle famiglie aristocratiche antifasciste e alle reti di relazioni intessute tra di esse. In questo contesto, l’organizzazione più nota è senz’altro la Franchi di Edgardo Sogno. Figura mitica, quella di Sogno, il quale unì una discreta dose d’azione (dopo un addestramento in Algeria si paracadutò oltre le linee tedesche), alla consapevolezza che almeno quanto le armi sarebbero state importante le relazioni.

Uomo d’intelligence, Sogno mise in piedi un’organizzazione denominata La Nonna. Arrestato dai tedeschi a Genova, evase dal carcere scalzo, scappando sui tetti, e finì in Piemonte settentrionale. Da lì, la sua rete iniziò a ramificarsi, fino a estendersi in tutta la regione, in Lombardia, Liguria, Emilia e Veneto. I membri della rete Franchi (nome di battaglia di Sogno) erano eterogenei: giovani liberali, tra cui moltissime donne, azionisti, ma anche comunisti.

Molto stretti i rapporti tra la rete e gli inglesi. Lionello Santi, detto Sciabola, partigiano azionista e amico di Sogno, fu il più importante tramite con gli alleati, arrivando a guidare diverse missioni straniere della Resistenza. Lo stesso Sogno relazionava direttamente alla Special Force inglese.

Tra le azioni in cui gli uomini della rete eccellevano c’erano i sabotaggi delle linee di approvvigionamento tedesche. Ma la rete si occupava anche di servizi ausiliari come trasporti, produzione di documenti falsi, reperimento di alloggi sicuri, costruzione di ponti radio. Un ruolo cruciale la Franchi lo ebbe anche nell’organizzazione dell’insurrezione finale.

Gli autonomi della Val d’Ossola e la repubblica partigiana

Repubblica partigiana con vita breve (10 settembre – 22 ottobre 1944) la Val d’Ossola ha registrato alcune delle pagine più importanti dell’epopea resistenziale. Qui operò la divisione Valtoce, comandata dal celebre Alfredo Di Dio, nome di battaglia “Marco”, riconosciuto come leader indiscusso da tutti i partigiani della Valle fino alla sua morte.

Militare, tanto lui quanto il fratello Antonio (che morirà nel febbraio 1944 in uno scontro a fuoco con i tedeschi) non ebbero dubbi – l’8 settembre 1943 – da che parte stare. Alfredo prese il comando di una compagnia di carri armati e si diresse verso Milano. Scontratosi con i tedeschi nei pressi di Vercelli, virò su Novara e si mise a disposizione del comandante della piazzaforte. Per tutta risposta, quello lo mise in arresto. Liberato dai suoi uomini, fu in questo momento che Alfredo Di Dio comprese che per fare la guerra ai tedeschi doveva contare solo sulla sua determinazione e sulla sua attitudine al comando.

Ripresa la strada per Milano, la colonna di carri armati cadde in un’imboscata tedesca. Di Dio e gli uomini superstiti si diedero alla macchia e cominciarono a radunare proseliti. Il gruppo, sempre più nutrito, si diresse verso la Val d’Ossola, dove si acquartierò.

Nel giro di poco tempo la Valtoce divenne la formazione più organizzata e meglio armata della zona. Mossa esclusivamente da fini patriottici, venne finanziata da imprenditori lombardi e piemontesi. Vicecomandante di Di Dio era Eugenio Cefis, incaricato di tenere i contatti con il capo della resistenza cattolica della zona: Enrico Mattei.

La momentanea liberazione della Valle, che diede vita all’esperienza breve ma intensa della “repubblica della Val d’Ossola”, fu determinata da una sanguinosa sconfitta inflitta ai tedeschi, che negoziarono grazie alle mediazione di un sacerdote la ritirata, abbandonando armi e rifornimenti. La controffensiva arrivò puntuale e il 14 ottobre, a Finero, Alfredo Di Dio viene ucciso in battaglia.

Terminata l’esperienza della repubblica della Val d’Ossola, la Valtoce diventa la divisione Alfredo Di Dio, al cui comando c’è Eugenio Cefis. Fino alla fine della guerra sarà una delle formazioni più attive e combattive della zona.

L’esercito delle Langhe: gli autonomi di Enrico Martini “Mauri”

Nel basso Piemonte gli autonomi del celebre comandate Enrico Martini “Mauri” sono stati la formazione più numerosa a militarmente attiva, resa celebre dall’opera di Beppe Fenoglio, che con il suo “Il partigiano Johnny” ha consegnato alla storia la guerra partigiana combattuta tra le Langhe.

In una prima fase, schierato nella Val Casotto, il gruppo contava più di mille uomini, ma agiva come un monolite e questo permise ai tedeschi, nell’inverno del 1944, di sferrare un attacco che provocò oltre cento morti. Da questo momento in poi, Mauri – che scelse come teatro delle operazioni le Langhe – organizzò i suoi uomini in piccoli gruppi, dando così inizio a un’azione persistente di guerriglia che sfiancò l’esercito tedesco e, soprattutto, le formazioni fasciste molto attive nella regione.

Imboscate, attacchi rapidi e altrettanto rapide ritirate, azioni di disturbo costanti per fiaccare il morale del nemico: i partigiani autonomi di “Mauri”, soprannominati anche “Azzurri” per il colore del bavero, sono per la maggior parte ex militari del Regio esercito (Mauri era stato maggiore degli Alpini), ma non mancano i civili di varia estrazione.

I rapporti con gli organi politici della Resistenza piemontese e nazionale (il CLN) non furono facili. Mauri non era propenso a sottostare alle regole di un organo che stenta a riconoscere e impedisce ai commissari politici la penetrazione nelle formazioni da lui comandate. La politica non gli interessa, quello che gli interessa è solamente battere il nemico sul piano militare. Al resto si penserà dopo.

Nella primavera del 1944, dopo il disastro della val Casotto, gli effettivi sotto il suo comando sono 5.600. Tante le battaglie e gli scontri, ma tante anche le trattative portate a termine con tedeschi e, soprattutto, fascisti per scambiare prigionieri. D’altro canto, Mauri farà fucilare molti uomini accusati di essere delle spie.

Un po’ spregiativamente chiamati “badogliani”, gli uomini di Mauri sono – dopo quelli delle formazioni garibaldine – quelli che hanno pagato il più alto tributo di sangue per la liberazione dell’Italia.

Gli autonomi del vicentino

Nella zona compresa tra Vicenza, Padova e Treviso, operarono nei 20 mesi di invasione tedesca due formazioni partigiane: la brigata Damiano Chiesa e il battaglione Guastatori, rispettivamente guidate da Giacomo Prandina “Pierre” e da Gaetano Bressan “Nino”. Entrambi di estrazione cattolica e, in qualche modo, combattuti tra le direttive dell’Azione cattolica – che vietava ai suoi iscritti di prendere parte alle attività partigiane, pur schierandosi nella schiera antifascista -, Prandina, che svolgeva anche il ruolo di commissario politico, fu catturato dai tedeschi il 31 ottobre 1944. Torturato a lungo, fu poi deportato a Mauthausen, dove morì il 20 marzo 1945; Bressan, esperto di esplosivi, venne catturato nel marzo del 1945 da militi della X Mas e fu torturato a Padova dai membri della famigerata banda Carità. Riuscito a fuggire, prese il comando della divisione Vicenza, forte di circa tremila uomini. Al termine della guerra, si adoperò per evitare ulteriori violenze ai danni dei fascisti.

Anche negli altipiani di Asiago e del Grappa operarono alcuni gruppi di ribelli composti da molti militari italiani sbandati e prigionieri alleati riusciti a fuggire. Nel corso dei mesi quelle che erano delle bande si strutturarono come vere e proprie brigate. Tra queste, la brigata Pasubio, comandata da Giuseppe Marozin “Vero”; il battaglione Apolloni; il battaglio Stella. Queste ultime due, insieme al distaccamento Pretto, diedero poi vita alla brigata garibaldina Ateo Garemi.

Sull’altopiano di Asiago operava anche la brigata Sette Comuni, al comando di Giovanni Carli “Ottaviano”, e molte altre formazioni – tra quelle di ispirazione cattolica e quelle di fede comunista – imperversarono nella zona. Tuttavia, questa massiccia presenza non fermò la furia nazifascista e nell’estate del 1944 avvennero imponenti rastrellamenti sul Pasubio, in val Posina, sull’altopiano di Asiago, sul Monte Grappa e nella valle del Chiampo. Intere formazioni partigiane furono annientate. Si contarono 171 impiccati, 603 fucilati, 800 deportati, 285 case incendiate.

Un ruolo cruciale nella lotta alle formazioni partigiane lo ebbe il trasferimento della banda di Mario Carità da Firenze a Vicenza e Padova, avvenuto tra ottobre e novembre 1944. Qui, la banda – attraverso spie infiltrate nelle formazioni partigiane e l’uso di informatori ben pagati – sistematizzò la tortura verso i prigionieri, compì esecuzioni sommarie, stupri, e azioni di repressione che portarono allo smantellamento dell’intera scala gerarchica del CLN vicentino.

Nonostante questo, i partigiani superstiti si riorganizzano in piccoli gruppi e continuano la lotta, arrivando nella primavera del 1945 a strutturarsi in tre grandi divisioni: la Garemi, la Monte Ortigara e la Vicenza, che diedero un importante contributo all’arrivo delle forze alleate per dare una spallata finale ai nazifascisti.

Le Fiamme Verdi bresciane

Di ispirazione cattolica, le Fiamme Verdi operarono in Lombardia orientale a partire dal 1943. Il nome prendeva ispirazione dalle mostrine della divisa degli Alpini. Molti dei membri di queste formazioni, infatti, erano stati Alpini sia nella Prima, che nella Seconda guerra mondiale.

Pienamente inseriti nel CLN, esenti da qualsiasi influenza politica, il motto della Fiamme Verdi era “Morte al fascismo, libertà all’Italia”. Tra i leader di queste formazioni, il sottotenente degli Alpini Teresio Olivelli e il generale alpino Luigi Masini “Fiori”. La loro azione si svolse principalmente nelle valli bresciane, inizialmente senza una coordinazione effettiva, ma con operazioni di guerriglia spesso improvvisate e affidate all’istinto dei singoli. Solo in seguito l’operatività divenne prettamente di stampo militare e, quindi, più efficace.

Un ruolo decisivo lo ebbe senza dubbio la stampa clandestina, in particolare il periodico “Il ribelle”, fondato nel 1944 a Brescia da Teresio Olivelli, Laura Bianchini, Claudio Sartori, don Giuseppe Tedeschi, Rolando ed Enzo Petrini, Franco Salvi e molti altri. Diffuso in tutta la Lombardia, il suo motto era “esce come e quando può“.

Il 27 aprile 1944 Teresio Olivelli fu arrestato dai fascisti e deportato nel campo di concentramento di Ersbruck, dove morì. I rastrellamenti, le esecuzioni sommarie, gli incendi delle case delle frazioni dove si immaginava trovassero riparo i partigiani misero a dura prova la tenuta delle Fiamme Verdi che tuttavia, nell’estate del 1944, si riorganizzarono nella divisione Tito Speri, guidata da Romolo Ragnoli, Lionello Levi Sandri, Angelo Cemmi e Enzo Petrini. Così strutturati, i partigiani bresciani, tra febbraio e maggio 1945, furono i protagonisti di due battaglie campali, tra le più importanti della guerra di Liberazione.

La prima ebbe luogo tra il 22 e il 27 febbraio 1945, quando i fascisti della I Legione d’assalto M. Tagliamento cercarono inutilmente di accerchiare i partigiani. L’offensiva riprese il 23 marzo, quando duecento partigiani furono attaccati da oltre duemila militi fascisti, supportati da alcune truppe tedesche e dall’artiglieria tedesca, che bersagliava le posizioni delle Fiamme Verdi. I combattimenti durarono fino al 1 maggio, quando i tedeschi firmarono la resa con gli alleati.

Le formazioni Osoppo

Attive sul confine orientale – il confine “caldo” per eccellenza, luogo di diversi sconfinamenti delle formazioni partigiane jugoslave – le formazioni partigiane Osoppo hanno visto la loro storia oscurata da un evento che rappresenta senza dubbio l’evento più controverso dell’intera storia resistenziale: il 7 febbraio 1945 un centinaio di gappisti della federazione del Partito comunista di Udine salirono a Porzus, località dove si trovava la malga che fungeva da posto di comando della I brigata Osoppo. Dopo aver finto di aver bisogno di aiuto, riuscirono a disarmare gli osovani, torturarono e uccisero sul posto il comandante, Francesco De Gregori “Bolla”, zio dell’omonimo cantautore, e altri partigiani, tra cui una donna, Elda Turchetti, che gli osovani dovevano interrogare in quanto sospettata di essere una spia dei tedeschi. Altri tredici partigiani, tra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini, vennero fatti prigionieri, trascinati in località Bosco Romagno e fucilati.

Si determinò una insanabile frattura tra queste formazioni e quelle garibaldine. Frattura che diede adito a feroci polemiche nel dopoguerra, tanto che solamente negli anni Duemila l’Anpi ha cominciato a prendere parte alle commemorazioni organizzate dall’Associazione partigiani Osoppo.

Ma al di là delle ragioni dietro al compimento dell’eccidio, ancora oggi fonte di dibattiti non sempre sereni ed equilibrati, le formazioni Osoppo hanno avuto una vita – e una dignità – del tutto indipendente dai fatti della malga di Porzus. I primi a mobilitarsi nelle zone intorno Udine furono gli ufficiali dell’esercito sbandato dopo l’armistizio dell’8 settembre e i cappellani militari. Le formazioni Attimis e Treppo Grande, guidate rispettivamente da Manlio Cencig e don Ascanio De Luca, che poi confluiranno nell’Osoppo, inizialmente operarono in sordina, cercando di sottrarre quanti più militari italiani possibile dalla deportazione in Germania.

A partire dal mese di novembre del 1943, il gruppo Attimis si sposta a Porzus e comincia a raccogliere intorno a sé altri gruppi più o meno grandi di ribelli decisi a combattere contro i nazifascisti, ma anche a porsi come ideale margine nei confronti delle formazioni slovene. Sin da subito, la Osoppo prende forma come un piccolo esercito, mantenendo le gerarchie tipiche dell’ambiente militare. Sono in molti, infatti, a sostenere che la Osoppo non fosse altro che la Julia (divisione degli Alpini tra quelle protagoniste della Campagna di Russia) passata dalla guerra, alla guerriglia. Sabotaggi, agguati “mordi e fuggi”, azioni di destabilizzazione del morale del nemico. Queste le attività portate avanti nei 20 mesi di guerra partigiana, dove non mancarono anche violenti scontri frontali.

Tra le figure più significative che militarono nella Osoppo: Renato Del Din “Anselmo”; Giancarlo Marzona “Piero”; Ferdinando Tacoli. Capi carismatici, tutti e tre caddero tra la primavera e l’estate del 1944: Dal Din nel corso di un attacco al presidio nazifascista di Tolmezzo, il 25 aprile; Tacoli il 6 luglio ad Adegliacco mentre, dopo un accerchiamento, copriva la ritirata dei suoi; Marzona il 15 agosto quando, fermato a un posto di blocco insieme a due compagni di azione, probabilmente a seguito di una precisa soffiata, venne trovato in possesso di armi e giustiziato a bordo strada.

La loro uccisione sconvolse e indignò la popolazione, spingendo ancora più giovani a salire in montagna per unirsi alla lotta partigiana tra le fila delle Osoppo.

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