Le innumerevoli diversificazioni delle strategie di guerra costringono le forze armate a coprire settori nelle aree più impensabili. La competizione per gli armamenti e i nuovi obbiettivi geopolitici stanno incrementando la corsa tra le società dedicate alla fornitura di tecnologia bellica, impegnandole in una gara all’ultima “micidiale creazione”. Su questa riga, la Marina degli Stati Uniti ha effettuato investimenti in armi modulari e flessibili per far fronte alle nuove necessità “multi-missione”, dettate dalle nuove tipologie di conflitto. Per soddisfare tali esigenze, la Navy si è dotata del nuovo sistema Iver 4 Autonomous Underwater Vehicle, progettato dalla L3 Harris Technologies. Le caratteristiche dell’Auv, sono focalizzate su alta tecnologia dedicata alla sorveglianza, ricognizione, guerra anti-sottomarino, mine e soprattutto “intelligence”. Infatti, per queste tipologie di missioni, l’armamento è dotato di capacità “mission-critical”, che consente ai sensori di bordo di poter scaricare i dati raccolti dall’Iver4 a velocità detta di gigabit-ethernet. Questo consente di velocizzare le azioni, sebbene il veicolo sia già in grado di viaggiare ad una velocità di quattro nodi.

Autonomus underwater vehicle

La L3 Harris Technologies, ha progettato un vero e proprio gioiello tecnologico. Esso è infatti dotato di un’alimentazione alternativa con capacità di ricarica di 4 kilowattora agli ioni di litio, con durata stimata di circa 40 ore, ma può essere anche alimentata ad alluminio con un modulo speciale che le consente ben 80 ore di autonomia. Come si apprende dalla scheda tecnica dell’azienda, l’armamento riporta un magnetometro trainato, un ecoscandaglio in modalità di radar, utile al riconoscimento degli ostacoli così da poterli evitare ed un sonar a scansione. La capacità d’immersione consente alla tecnologia d’immergersi a una profondità stimata di 300 metri.

Come riferisce Defensenews, l’Iver 4 è stato ideato proprio per operazioni marittime multi-missione, in special modo quelle anti-accesso, in quanto l’architettura consente basse interferenze elettromagnetiche utili alla geolocalizzazione e al rilevamento di quei fondali classificati come “complessi”. La macchina, a missione compiuta, è programmata per muoversi sotto-superficie sino a quando un sistema di richiamo acustico non detti le coordinate per il ritorno. Infine per ciò che concerne le operazioni d’intelligence, l’Iver è formattato per il trasporto dei dati crittografati, gestiti da un sistema di comando e controllo, impiegati sia in missioni inquadrate come “non-Itar” che per altre tipologie di operazioni. L’estrazione e sostituzione dei dati avvengono in maniera istantanea, consentendo all’apparecchio di ripristinarsi per essere velocemente operativo per un nuovo impiego.

Cosa è la L3 Harris Technologies

Sul sito ufficiale della compagnia, la descrizione cita che la L3 Harris soddisfa le esigenze mission-critical dei clienti. Ha un fatturato stimato di circa 18 miliardi di dollari e 48000 dipendenti, oltre ad un portafoglio clienti che copre ben 100 paesi. La storia della compagnia vede la “Harris Automatic Press Company” fondata da Alfred S. Harris in Ohio, nel 1895. Ha prodotto per oltre 60 anni macchine da stampa e prodotti litografici prima di acquisire la Intertype Corpordtion, per poi fondersi con la Radiation Inc. La competenza di quest’ultima permise alla Harris di espandersi nei circuiti integrati e tecnologie modem oltre alle antenne.

La L3 Communications, invece, avendo una diversa organica ben strutturata, ha orientato la sua espansione nell’acquisizione di unità industriali che permettessero all’azienda di avere i “numeri”. Così avvenne con la Lockeheed Martin divenendo un dei maggiori appaltatori del governo americano, cambiando il nome della società da L3 Communication Holdings a L3 Technologies Inc. La fusione finale tra la Harris e L3 avvenne il 29 giugno del 2019, creando la L3 Harris con sede a Melbourne Florida. Attualmente l’azienda è uno dei colossi dell’industria bellica, ed i contribuenti americani si apprestano a verificare la reale operatività di questo gioiello in missione, soprattutto nel mar cinese meridionale, dove quest’ultimo è considerato “una speranza” per eludere le zone anti-accesso create ad hoc da Pechino.