Migliaia di bambini stranieri e siriani sono stati evacuati dall’ultimo fazzoletto di terra ancora sotto il controllo dello Stato islamico. Al sicuro, nei campi profughi allestiti nel nord-est della Siria, i minori evidenziano numerosi disagi psicologici.

Agitazione, isolamento, aggressività, incubi ed enuresi notturna sono solo alcuni dei sintomi che si riscontrano nei bambini di età compresa tra i 10 e i 14 anni che sono stati costretti a vivere nel califfato islamico.

Sotto bombardamenti intensi, costretti a subire continue privazioni, i minori che hanno vissuto nell’ultimo bastione del califfato sono stati spesso testimoni di atti brutali. “Quando vedevano una donna parlare con un uomo, i combattenti dell’Isis li lapidavano entrambi”, racconta Mai, 11 anni, che ha trascorso l’infanzia in quei territori.

“Qualche volta decapitavano i prigionieri davanti agli occhi dei loro familiari. Io cercavo sempre di non guardare quando venivano eseguite le decapitazioni. Mi nascondevo dietro mia mamma”, continua la ragazzina, che adesso si è stabilita in un campo profughi nel nord-est della Siria. Nella sua memoria, sono ancora troppo vividi i ricordi della vita sotto lo Stato islamico.

Suo fratello maggiore è stato imprigionato dall’Isis quattro anni fa. Da quel momento, la famiglia ha completamente perso le sue tracce. “Hanno dato fuoco alla nostra casa per costringerci a uscire”, racconta Mai. “Quando c’era l’Isis non ci era permesso andare a scuola o studiare. Avevano aumentato il prezzo della verdura, eravamo tutti affamati”.

Via dall’ultimo bastione dell’Isis
Secondo i dati di Save the Children, al momento, più di 2.500 minori stranieri, di cui 38 non accompagnati, provenienti da almeno 30 Paesi, si troverebbero nei tre campi profughi allestiti nel nord-est della Siria – ad Al-Hol, Ain Issa e Roj.

Nell’ultimo mese, le basse temperature, la malnutrizione e la mancanza di cure mediche avrebbero causato la morte di almeno 80 persone, di cui 60 bambini siriani e iracheni, deceduti ancora prima di riuscire ad arrivare nei campi. Due terzi delle vittime sarebbero neonati sotto il primo anno di età.

“La maggior parte dei bambini sono costretti a resistere senza scarpe o cappotti. Moltissime madri arrivano con bambini molto piccoli, spesso in cattive condizioni di salute, perché sono rimasti per molte settimane senza cibo, acqua o cure mediche adeguate”, racconta Misty Buswell, Regional Advocacy Director di Save the Children.

Le condizioni di vita di questi bambini sono divenute disperate soprattutto negli ultimi mesi, a causa dell’assedio serrato dell’ultimo bastione dello Stato islamico a Baghouz – Deir Ezzor -, da parte delle Syrian Democratic Forces (Sdf), sostenute dalla coalizione internazionale.

I traumi dei bambini fuggiti dall’Isis
All’interno del campo profughi di Al-Hol, dove vive la maggior parte delle persone sfollate dalle aree del califfato, Save the Children ha istituito spazi ricreativi e centri per i bambini non accompagnati.

Secondo Hassan, un operatore dell’organizzazione che lavora a stretto contatto con i bambini della struttura, “i minori mostrano segni di paura nei confronti dell’altro e mancanza di fiducia. Quando chiediamo loro di raccontare la loro vita negli ultimi anni, si rifiutano di parlare. Si isolano e hanno difficoltà a socializzare”.

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I bambini sono così traumatizzati da non riuscire “a distinguere tra i ricordi e la realtà” e spesso non realizzano il fatto che ora si trovano “in un campo in cui non ci sono combattimenti”. Quando cala la notte” – racconta Hassan – “hanno paura, perché per loro il buio è sinonimo di raid aerei e bombardamenti”.

Per facilitare la guarigione dei bambini che hanno vissuto conflitti, violenze ed eventi traumatici, sarebbe necessario supporto psicologico e psicosociale, all’interno di ambienti protetti. Altrimenti, sottolinea Marcia Brophy, di Save the Children, “rischiamo di condannare una generazione di bambini a una vita di problemi di salute mentale e fisica. Hanno già perso anni di vita, dobbiamo assicurarci che non perdano anche il futuro”.