Le notizie che giungono dall’Afghanistan sono sempre più preoccupanti. Mentre il ritiro delle truppe Usa ed internazionali prosegue secondo i tempi stabiliti, i talebani continuano ad avanzare verso il nord del Paese, conquistando nuove città e minacciando i centri urbani più grandi. Gli unici realmente protetti dalle forze afghane.

L’avanzata dei talebani, oltre a mettere in pericolo la popolazione locale, rende evidente la debolezza delle forze regolari e l’incapacità del governo di Kabul di garantire la pace e la sicurezza nel Paese senza l’aiuto delle truppe straniere. Il problema d’altronde si era posto già negli anni passati, ma l’intervento dei soldati Nato e il supporto aereo garantito dalle forze Usa aveva limitato l’avanzata dei talebani. Adesso però la situazione sul campo sta cambiando e i talebani sanno che è arrivato il momento di sfruttare la debolezza dell’esercito afghano a loro favore, in vista anche della ripresa dei colloqui di pace.

I talebani avanzano nel nord

Negli ultimi giorni i talebani sono riusciti ad entrare in due provincie del nord, Kunduz e Faryab, infliggendo pesanti perdite all’esercito afghano ed impossessandosi dell’attrezzatura militare data loro in dotazione dalle forze americane. L’avanzata dei combattenti nel nord ha un valore non solo strategico, ma anche simbolico: Kunduz, capitale dell’omonima provincia, era già stata conquistata dai talebani nel 2015-16 ed era stata successivamente liberata solo grazie all’intervento statunitense. Questa volta i talebani sono arrivati solo fino all’entrata della città, ma hanno conquistato altri distretti rurali della stessa provincia e di quelle limitrofe, aumentando il territorio sotto il loro controllo. Nel caso di Faryab, l’assalto contro la capitale Maimana è costata la vita a 24 agenti delle forze d’élite dell’esercito afghano ed altre decine di soldati sono state costrette ad arrendersi e ad abbandonare l’area per avere salva la vita.

I talebani, come già successo negli anni Novanta, hanno promesso di risparmiare i militari che depongono le armi e stanno stringendo accordi con i capi locali per prendere il controllo di villaggi e città senza ricorrere alla forza. Un accordo che in molti, soprattutto nelle zone periferiche, hanno deciso di accettare, consapevoli che nessun rinforzo sarebbe giunto da Kabul o dalle capitali di provincia. Nel tentativo di mettere fine alle defezioni e a questo genere di accordi, il presidente Ashraf Ghani ha minacciato di arrestare chi collabora con i talebani, ma le sue affermazioni non hanno sortito alcun effetto. Il governo non ha le risorse necessarie per simili operazioni e non ha alcun interesse nel disperdere sul vasto territorio dell’Afghanistan le sue truppe, poste a difesa dei maggiori centri abitati.

Un esercito debole

L’avanzata dei talebani e le defezioni tra gli agenti mettono in luce tutta la debolezza dell’esercito afghano a pochi mesi dal ritiro delle truppe internazionali e le prospettive nel lungo periodo sono ben poco rassicuranti. Come riportato dal New York Times, l’esercito dipende eccessivamente dai contractors stranieri per quanto riguarda le operazioni di riparazione, mantenimento e addestramento, il che riduce ulteriormente le capacità dei militari di resistere una volta che le truppe straniere lasceranno il Paese. Ad essere particolarmente interessata da questo problema è l’aviazione, la cui operatività sarà seriamente compressa dopo il ritiro Usa.

L’unica soluzione fino ad ora avanzata dal Pentagono è di far assumere dal governo di Kabul dei contractors privati in grado di prendere il posto di quelli pagati dall’Amministrazione Usa, aggirando così i termini dell’accordo con i talebani. Ciò dovrebbe però comportare un aumento della spesa della Difesa nel momento in cui la popolazione chiede invece maggiore attenzione altri dossier, primo tra tutti quello della lotta alla povertà. Un dato da non sottovalutare nel momento in cui diversi capi locali hanno deciso di arrendersi ai talebani perché delusi da un Governo che non ha fatto abbastanza per migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini.

I colloqui di pace

Dopo mesi di stallo, a metà giugno si è assistito ad un nuovo incontro tra talebani e inviati del Governo afghano a Doha, in Qatar, per discutere del processo di pace, ma la strada verso un accordo definitivo tra le parti è ancora lunga. I talebani non hanno ancora presentato una proposta ufficiale sulla base della quale proseguire i colloqui, limitandosi ad affermare che la vita in Afghanistan dovrà essere regolata da un “genuino sistema islamico”. Il capo politico dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, ha anche specificato che donne e minoranze saranno protette, ma non ha fornito ulteriori dettagli sui diritti che saranno loro concessi. Lo stallo nei colloqui intanto sta facendo il gioco dei talebani: grazie alla conquista di nuovi territori, questi ultimi possono negoziare da una posizione di sempre maggiore forza, mettendo in difficoltà i rappresentanti di Kabul e i loro alleati internazionali.

La presa del potere da parte dei talebani era uno scenario dato per scontato una volta terminato il ritiro delle truppe straniere, ma l’Afghanistan sta scivolando nelle mani dei fondamentalisti prima ben prima del previsto.

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