Guerra /

Il razzo Vega è un gioiello italiano progettato per il 70% dalla Avio di Colleferro. La storia dei lanci del vettore ha visto inanellare una catena di successi sino al 10 luglio scorso, quando la missione VV15 si è conclusa con un fallimento che ha portato alla perdita del satellite degli Emirati Arabi Uniti Falcon Eye 1. A quasi un anno dall’incidente, e nonostante il risultato dell’indagine della commissione di inchiesta, i sospetti di sabotaggio rimangono e vengono confermati da una nostra fonte altamente specializzata, che abbiamo avuto modo di sentire recentemente.

Prima di addentrarci nel cuore della nostra inchiesta, ripercorriamo cronologicamente questo anno con un occhio particolare a quel giorno di luglio che ha visto il primo fallimento per un razzo Vega, e al suo carico pagante.

Il satellite spia

Il satellite Falcon Eye 1 faceva parte di una coppia di satelliti spia costruiti dalla Francia per conto degli Emirati Arabi Uniti, i primi in assoluto per Abu Dhabi. Il contratto di produzione e messa in orbita ha un valore complessivo di un miliardo di euro ed in particolare Falcon Eye 1 è stato assicurato per 416 milioni di dollari.

Il satellite, secondo fonti specializzate, era dotato della più avanzata ottica che la Francia avesse mai messo a disposizione ad un Paese straniero. Falcon Eye 1 sarebbe stato in grado, infatti, di spazzare un’area di venti chilometri quadrati con una risoluzione di 70 centimetri. Costruito da un consorzio costituto dalla Airbus Defence and Space e dalla Thales Alenia Space pesava 1197 chilogrammi e avrebbe dovuto essere messo in orbita a 611 chilometri di altezza dalla superficie terrestre.

Il direttore generale dell’agenzia spaziale degli Emirati Arabi, il dottor Mohammed al-Ahbabi, in occasione dell’incidente, spiegò che “il sistema Falcon Eye include 2 satelliti (Falcon Eye 1 e 2). Lo scopo del secondo è quello di essere un’alternativa rispetto al primo in caso di perdita o malfunzionamenti” aggiungendo che un secondo lancio avrebbe avuto luogo, sempre dalla Guyana francese, entro la fine del 2019. Lancio che, ad oggi, non è ancora avvenuto e nel corso delle trattazione cercheremo di capire perché.

Il lancio

Veniamo ora a quella sera di luglio. Il razzo Vega si alza, come previsto, alle 22:53 ora locale della Guyana. Il video del lancio mostra un rateo di salita regolare, come evidenziato anche dalla telemetria, sino a circa il momento T+125 secondi, ovvero quando il primo stadio, il P80, esaurisce il propellente a disposizione e, staccandosi, innesca l’accensione del motore del secondo stadio, chiamato Zefiro 23. A questo punto qualcosa va storto.

Dopo il distacco del P80, guardando le immagini, non si assiste al caratteristico “sbuffo” di gas che individua chiaramente l’accensione del motore dello stadio successivo. Quelle che, immediatamente, sono state definite da Ariane Space (l’ente francese che gestisce i lanci nella Guyana) “una serie di anomalie” hanno provocato la perdita degli stadi successivi e del carico, che, dopo le normali procedure di “neutralizzazione” si è inabissato nell’Oceano Atlantico.

Le reazioni e l’esito della commissione di inchiesta

Ad agosto si viene a sapere che la commissione di inchiesta congiunta EsaAriane Space, che nel frattempo ha iniziato le indagini sull’incidente, è stata affiancata da un esperto della Dga, la direzione generale degli armamenti francese, e da uno del ministero della Difesa italiano. Proprio questo particolare, nonostante la natura del carico rappresentato dal satellite spia, agita lo spettro che possa esserci stata una qualche forma di sabotaggio del volo.

Una cortina di silenzio scende sull’operato della commissione, il cui esito viene pubblicato dall’Esa il 13 settembre. Ne riportiamo quindi alcuni stralci, perché saranno utili per la nostra tesi.

Leggiamo nel testo che “precisamente a 130 secondi ed 850 millisecondi dopo il decollo – e poco dopo l’accensione del secondo stadio (Zefiro 23) – si è verificata un’anomalia sul lanciatore, che ha portato alla prematura conclusione della missione” e che le indagini “confermano che tutte le operazioni preparatorie e di conto alla rovescia per il lancio VV15, così come anche le condizioni di volo fino a dopo l’accensione del secondo stadio di Zefiro 23 (Z23), si sono svolte normalmente” in particolare, ed è questo il punto cruciale, si legge che “la fase di accensione e spinta dello stadio Z23 è stata nominale durante i primi 14 secondi e tutti i parametri sono stati coerenti con le previsioni ed in linea con quelli dei voli precedenti”.

Nella relazione si afferma che “a 130 secondi e 850 millisecondi, si è verificato un evento improvviso e violento sul motore Z23” e che “tale evento ha portato ad una frattura del lanciatore in due parti principali: Z23 e l’assieme composto da ogiva – o fairing -, satellite, adattatore di volo, Avum e il terzo stadio Zefiro 9 (Z9)”. Questa anomalia, secondo gli esperti, sarebbe stata causata probabilmente da “un guasto termo-strutturale nella parte superiore (cupola) del motore Z23”. Altre possibili cause, come ad esempio un’accidentale attivazione del sistema di neutralizzazione di Z23, sono state ritenute improbabili così come sono state escluse attività di origine dolosa in quanto non ne sono state trovate le evidenze.

Falcon Eye 2 non parte

Tra gli effetti dell’incidente c’è la decisione di cambiare vettore per lanciare il satellite spia “gemello”: Falcon Eye 2, infatti, viene stabilito che utilizzerà il vettore russo Soyuz 2-1A (Soyuz ST-A) partendo sempre da Kourou nella Guyana francese. Il lancio era previsto originariamente per il 6 marzo del 2020. Un primo inconveniente tecnico, un problema di cablaggi al booster Fregat durante i test prevolo, provoca un primo rinvio di 24 ore. Più esattamente, come riportato anche da Tass, “è stato rilevato un malfunzionamento nel circuito del blocco riscaldante di uno dei sistemi di controllo del razzo propulsione liquida Fregat” che ha portato alla decisione di rimuovere Soyuz dalla piazzola di lancio per sostituire lo stadio Fregat.

Questa scelta ha conseguentemente portato allo spostamento della data di lancio al 14 aprile, ma sembra che la “sfortuna” si sia accanita su Falcon Eye, che nemmeno in quel giorno riesce a prendere il volo. Nel frattempo infatti, il 15 marzo 2020, a causa della pandemia di coronavirus, l’agenzia spaziale francese Cnes (Centre National d’Études Spatiales), che gestisce il centro spaziale di Kourou, ordina di interrompere le campagne di lancio in corso e tutti gli assemblaggi incompiuti, con l’unica eccezione che riguarda le operazioni per mettere in sicurezza i veicoli di lancio, i carichi utili, le strutture e il loro monitoraggio.

Il 19 maggio, con la questione epidemica sostanzialmente in via di risoluzione tanto che di lì a pochi giorni si delinea la nuova missione di Vega (VV16), si viene a sapere che tutti i lanci russi dalla Guyana subiranno ritardi, ivi compreso quello di Falcon Eye 2, che viene posposto addirittura a ottobre di quest’anno, anzi, in un periodo, come si legge nella tabella dei lanci, che va dal 15 di ottobre a tutto novembre. Roscosmos, l’agenzia spaziale di Stato russa, rifiuta di commentare.

L’ombra del sabotaggio

Sin qui abbiamo riportato fedelmente i fatti resi noti, ma per capire perché l’ipotesi del sabotaggio non sia da scartare dobbiamo fare una brevissima analisi tecnica avendo ben presente il filmato del lancio fallito.

Il distacco degli stadi del razzo, così come l’accensione dei motori, avviene grazie all’utilizzo di dispositivi detonanti (una detonazione è un’esplosione con velocità dell’ordine dei Km/s) denominati “pirotrecce” come ci ha spiegato una fonte altamente specializzata. Queste possono attivare anche delle valvole “a senso unico” (cioè che restano sempre aperte o sempre chiuse) e vengono comandate da impulsi elettrici. Una pirotreccia come quella che stacca l’interstadio è una sorta di tubicino che quando la carica detonante viene attivata si deforma provocando la rottura dell’involucro dell’interstadio e quindi liberando i due stadi del razzo.

È sempre una pirotreccia, come detto, ad accendere il motore, e nel video, nonostante la relazione di Esa e Ariane Space dica che il motore di Zefiro 23 abbia funzionato correttamente per 14 secondi, lo “sbuffo” dei gas dati dall’accensione, ben visibile nei filmati dei lanci precedenti, non si vede: questo significa che il motore non si è acceso, o comunque non si è acceso come dovrebbe e di certo non con valori entro i parametri previsti come detto nella relazione.

Pertanto se il motore non si è acceso significa che una pirotreccia non ha funzionato a dovere, e a questo punto è possibile pensare che il sabotaggio sia avvenuto proprio su questa componente: la pirotreccia, infatti, è flessibile, ma basta piegarla e raddrizzarla, come ci ha riferito la nostra fonte, per un paio di volte per interrompere l’integrità del materiale detonante e renderla inefficace.

I controlli, che vengono regolarmente fatti e sono anche molto scrupolosi, possono però essere aggirati: l’integrità di una pirotreccia, in particolare, viene controllata con raggi X a flusso neutronico, ma una volta montata sul razzo in rampa di lancio non c’è più modo di farlo.

Anche un altro fattore che fa pensare che qualcosa non sia del tutto chiaro: la tempistica della telemetria. La nostra fonte ci rivela che, sebbene Zefiro 23 abbia malfunzionato da subito, come da video, la telemetria ha proseguito a inviare dati corretti per più di 10 secondi, che corrisponderebbero ai 14 secondi registrati e citati nella relazione ufficiale. Se però il razzo, come è evidente, ha da subito mostrato segni di malfunzionamento al motore, anche la telemetria avrebbe dovuto riportare valori sbagliati, cosa che invece non ha fatto, quindi si può pensare che chi ha sabotato il razzo, abbia fatto anche in modo di inviare dati telemetrici errati, appunto per sviare le indagini della commissione di inchiesta.

C’è poi la questione dei ritardi accumulati dai lanci successivi (non solo di Soyuz). Sempre secondo la nostra fonte un eventuale sabotatore avrebbe avuto tutto il tempo per eliminare le tracce rimaste approfittando appunto dei continui rimandi, spesso e volentieri causati anche dalle generiche “condizioni meteo avverse” rappresentate dai venti in quota.

Cui prodest?

La domanda finale in questi casi è sempre la solita: a chi giova? Il presunto sabotaggio, proprio per l’elevatissimo livello di conoscenze tecniche richieste e l’oggettiva complessità richiesta dalla probabile interferenza sulle trasmissioni della telemetria, restringe il campo a personale altamente specializzato operante per conto di uno Stato: in una parola un lavoro da agenti di un servizio segreto. Quale potrebbe essere questo Stato? Non certo l’Italia, che da questo incidente ha avuto solo un danno che è ricaduto principalmente su Avio, che si è vista anche sottrarre dalla Russia la possibilità di lanciare il secondo satellite spia degli Emirati Arabi Uniti.

La Francia ha visto andare in frantumi un satellite che ha costruito, ma l’assicurazione ha pensato a risarcire le parti che hanno subito il danno, quindi tutto sommato non ha perso molto, anzi, ha guadagnato un lancio, se pur con un vettore russo, dal suo poligono di Kourou: un po’ poco però per puntare il dito sui cugini d’oltralpe, soprattutto perché Vega tornerà presto a volare, ma restiamo comunque aperti a ogni ipotesi.

Allora chi? Il sospetto di chi scrive è che ci sia di mezzo qualche potenza regionale mediorientale avversaria degli Emirati Arabi, nella fattispecie Israele o addirittura l’Iran, per mezzo di qualche agente infiltrato, se non addirittura grazie a qualche tecnico lautamente pagato. Ovviamente non c’è nulla di comprovato: si tratta di deduzioni che abbiamo tratto grazie all’analisi dei filmati e grazie alle competenze tecniche della nostra fonte. L’Esa, che abbiamo provato a contattare, non rilascia dichiarazioni sino al prossimo lancio, ad Avio invece si dicono “pienamente soddisfatti dell’esito della commissione di inchiesta”, ci resta comunque il sospetto che sul volo di Vega 15 non sia stato detto tutto.

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