Oggi Chernobyl è tornata pienamente in territorio ucraino. Già da qualche giorno per la verità, da inizio aprile. I russi avevano occupato nel primo giorno di guerra la zona di esclusione attorno la centrale teatro del disastro dell’aprile 1986. Per poi lasciarla quando da Mosca è arrivato l’ordine della ritirata dalle postazioni a nord di Kiev.



In questo frangente, i soldati potrebbero essersi ammalati. “Non si limitavano a scavare rifugi sulla scia dell’inquinamento da radiazioni – ha dichiarato su Unian Yaroslav Emelianenko, membro dell’agenzia nazionale ucraina che gestisce le zone di esclusione – Non si limitavano a mantenere la difesa in quella zona, erano stanziati proprio li”. Con il rischio di beccarsi le radiazioni. Un video, pubblicato su Unan, mostra le trincee scavate dalle truppe di Mosca, la rete costruita nella “foresta rossa” (dal nome assunto da molte piantagioni dopo il disastro nucleare), il sarcofago del reattore numero 4 sullo sfondo, i segni di una guerra passata anche da queste parti, da regioni dove la storia è rimasta esclusa, ferma e cristallizzata per 36 anni.

Il pericolo di radiazioni per i soldati russi

Di Chernobyl e del possibile coinvolgimento dell’area dell’ex centrale nella guerra si è iniziato a parlare a gennaio. Quando cioè l’invasione russa era solo un’ipotesi e ancora forse gli stessi ucraini non davano tanto credito alle allerte lanciate da Washington. Nei primi giorni dell’anno però l’esercito di Kiev ha deciso di mandare nell’area dei rinforzi. La centrale del disastro è a pochi chilometri dal confine con la Bielorussia, lì dove i russi avevano iniziato ad ammassare delle truppe. I soldati ucraini hanno quindi iniziato a sorvegliare la foresta della zona di esclusione, l’area cioè dove è impossibile vivere. E dove le uniche tracce del passaggio dell’uomo sono incise nelle vecchie abitazioni abbandonate, le cui pareti sono rivestite e ricoperte di vegetazione. Per i militari inviati qui l’ordine era tassativo: evitare di stazionare a lungo, evitare di esporsi alle radiazioni emanate dal terreno.

Quando i russi sono arrivati, come evidenziato dal video di Unian, hanno invece scavato delle trincee. Hanno quindi smosso un terreno contaminato e, cosa forse ancora più importante, non si sono dati cambi e non si sono alternati. Hanno cioè messo base attorno a Chernobyl. Non sono stati rispettati dei protocolli basilari di sicurezza, almeno ovviamente secondo gli ucraini.

Da Mosca non sono arrivati commenti. Il quartier generale della Difesa russa si è limitato a confermare il ritiro di tutti i soldati dall’area e il loro rientro in Bielorussia. Proprio da qui alcuni media locali hanno riportato sporadiche notizie relative alla salute dei militari. In particolare, la stampa bielorussa ha parlato di alcuni soldati portati al Centro repubblicano di ricerca e pratica per la medicina delle radiazioni. Inoltre la settimana scorsa sette autobus con a bordo militari russi di rientro da Chernobyl avrebbero raggiunto un centro specializzato di Gomel, città bielorussa poco distante dall’area di esclusione e dove sono diverse le strutture che si occupano di radiazioni. Solo indiscrezioni per l’appunto e nulla di concreto. Ma il timore è che più di un soldato possa aver avuto danni irreparabili alla propria salute.

Perché si è combattuto attorno Chernobyl

La sera del 24 febbraio, a meno di 24 ore dall’avvio delle operazioni militari russe in Ucraina, le agenzie battevano tutte la notizia di furiosi combattimenti attorno l’ex centrale di Chernobyl. Le preoccupazioni si erano avverate. L’area era infatti strategica e si sospettava il passaggio da queste parti di fasi furiose di guerra. Chernobyl si trova distante poco meno di 130 km dal centro di Kiev e il sarcofago che avvolge la centrale del disastro è l’ultimo ostacolo di un certo peso nell’ottica di un’avanzata verso la capitale. Le truppe di Mosca in poche ore hanno occupato la zona. Il personale è rimasto a lavoro, anche se ha lamentato nei giorni successivi l’impossibilità di un ricambio e quindi il dover rimanere nelle proprie postazioni con turni massacranti. Qui infatti, nonostante l’impianto risulti chiuso dal 2000, gli operai servono eccome per mantenere le scorie sotto controllo. Ci sono impianti di raffreddamento, vasche e residui radioattivi di ogni tipo da sorvegliare e gestire 24 ore su 24.

Si lavora con tute protettive, poi si dà il cambio e si raggiunge casa al riparo delle radiazioni della centrale. Più o meno la vita di chi opera a Chernobyl è questa. La guerra a nord di Kiev ha causato spesso blackout durante l’ultimo mese e a volte si è temuto per il mancato raffreddamento del combustibile nelle vasche di contenimento. L’Aiea, l’agenzia dell’Onu per il controllo del nucleare, per fortuna ha sempre rassicurato circa la possibilità di evitare disastri anche con gli impianti solo parzialmente funzionanti. In effetti non sono state segnalate in queste settimane particolari anomalie.

Da inizio aprile gli ucraini hanno ripreso possesso dell’intera zona. La guerra, almeno da queste parti, sembra essere passata. In Ucraina, paradossalmente, l’unico luogo tornato alla normalità è anche l’unico luogo sul pianeta dove la vita per decenni non potrà scorrere normalmente.

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