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Guerra

I segreti della Rosgvardija, l’esercito fantasma che protegge la Russia di Putin

Il Wagnerazo ha spinto Vladimir Putin a investire più risorse nel potenziamento della Rosgvardija. Ma da chi è composta e di cosa si occupa?

Nessun sovrano è mai realmente al sicuro, neanche se il trono è circondato da eminenze grigie più realiste di lui, perché sul suo capo pende una spada di Damocle chiamata congiura di palazzo. Sempre. Vladimir Putin si è ricordato di questa legge non scritta del potere, dalla quale ha creduto di essere immune per un ventennio, nelle ore in cui Evgenij Prigožin consumava il putsch dei musicisti.

Sebbene la nube della disinformazione abbia impedito di capire cosa sia realmente successo durante l’eclatante sollevazione del Gruppo Wagner, che ancora è avvolta da un manto di mistero, una cosa è certa: l’evento ha incoraggiato Putin a investire nell’espansione e nel potenziamento della Rosgvardija.

La storia

Le origini della Rosgvardija risalgono alla prima era della Russia postsovietica. I lavori per la creazione di un corpo ibrido, a metà tra la forza poliziesca e la forza militare e in grado di adempiere a missioni di sicurezza interna, iniziarono nel 1992 e proseguirono per l’intera durata degli anni Novanta. Boris Eltsin programmava di costituire una forza composta da almeno undici brigate, per un totale di centomila membri, ma il progetto rimase su carta.

L’idea di un dispositivo ibrido da attivare in situazioni emergenziali, capace di essere polizia ed esercito al tempo stesso, sarebbe stata ripresa da Vladimir Putin un decennio più tardi, nel 2012, in reazione alle grandi proteste antigovernative, passate alla storia come la Rivoluzione di neve, scoppiate nel 2011.

Dopo quattro anni di studio, nell’aprile 2016, Putin deliberava la creazione della Rosgvardija per mezzo di un decreto presidenziale. Il nuovo corpo nasceva dalla fusione in una sola entità, la Rosgvardija appunto, delle Truppe interne della Russia (BB), dell’Unità Speciale Mobile della Polizia (OMON) e della Squadra Speciale di Reazione Rapida (SOBR), rispondente agli ordini della presidenza.

La struttura

La Rosgvardija è subordinata al comandante supremo delle forze armate russe, ovvero il presidente, e il suo leader, che dal 2016 è Viktor Zolotov, partecipa ai lavori del Consiglio di Sicurezza in qualità di membro permanente.

In continua espansione, la Rosgvardija è attualmente composta da 340.000 membri ed è previsto il raggiungimento, e forse finanche il superamento, dei 400.000 nei prossimi anni. I criteri per farvi ingresso sono simili a quelli delle forze armate: agli aspiranti sono richieste idoneità psico-fisica, integrità morale e rettitudine.

La Rosgvardija è un corpo con una testa e quattro braccia: la testa è il Comando centrale, le braccia sono il Centro dell’aviazione e delle operazioni speciali, il Comando centrale delle unità Berkut, Omon e Sobr, la rete dei dipartimenti e delle amministrazioni federali, l’Okhrana. Un quinto braccio, la cui esistenza è oggetto di indiscrezioni, sarebbe deputato allo svolgimento di funzioni cibernetiche e di spionaggio in rete.



A presiedere il funzionamento di questa forza è il direttore, che è affiancato da sei consiglieri, uno dei quali, il primo vicedirettore, è un primus inter pares che agisce da figura intermedia tra il capo supremo e il pentavirato.

Per quanto riguarda l’organizzazione territoriale, la Rosgvardija è al momento distribuita su otto distretti, che coprono l’intera Federazione e all’interno dei quali è dispiegato il personale. Ogni distretto è, a sua volta, suddiviso in brigate. L’obiettivo di tale ripartizione è di assicurare una presenza capillare sul territorio e un’azione rapida in situazioni di crisi anche nei luoghi più remoti.

La Rosgvardija, infine, dispone di proprie strutture di formazione e addestramento, fungenti da accademie di professionalizzazione per i novizi (e non solo), che si trovano a Mosca, Perm, San Pietroburgo e Saratov.

Le funzioni

Le riforme e le trasformazioni che hanno colpito la Rosgvardija, dalla fondazione a oggi, sembrano indicare che Putin voglia fare di essa una sorta di anti-esercito. I suoi membri operano in patria (anche) come degli 007, facendo concorrenza al Fsb, per quello che concerne il monitoraggio della rete, l’entrismo nelle organizzazioni estremiste e/o attenzionate dal Cremlino, come la Fondazione Navalny, e l’infiltrazione di agenti provocatori nelle proteste antigovernative.

Dal 2021, anno della prima esercitazione della Rosgvardija su scala (quasi) nazionale, si è deciso di classificare una parte del bilancio dell’organizzazione per ragioni di sicurezza nazionale. Prova ulteriore della volontà di Putin di costituire un secondo esercito, seppure ibrido, capace di sostenere gli sforzi dell’Armata e, chissà, di neutralizzare e/o contrastare congiure di palazzo.

Il primo e vero banco di prova dell’anti-esercito è stato il conflitto in Ucraina. Nelle settimane successive all’invasione, infatti, truppe della Rosgvardija sono state dispiegate nei territori occupati per compiere missioni ad hoc, come la vigilanza di siti strategici e la soppressione della resistenza civile, e dotate di armi e veicoli per il mantenimento dell’ordine. Più o meno nello stesso periodo, tra marzo e aprile, la Rosgvardija interveniva nella repressione delle proteste antiguerra.



La battaglia delle narrazioni impedisce di capire l’effettività e l’impatto della Rosgvardija nella guerra in Ucraina: per le agenzie di intelligence occidentali il suo impiego è stato un flop, che per la Russia avrebbe significato tanti morti e perdite cospicue di armi/mezzi, ma le azioni del Cremlino sembrano indicare una certa soddisfazione da parte di Putin.

Non soltanto la Rosgvardija non è stata colpita da purghe e demansionamenti paragonabili a quelli che hanno colpito l’Esercito, la Difesa e le agenzie di intelligence, ma Mosca ne ha deciso il potenziamento in termini di arsenale nell’agosto 2023. Decisione influenzata, secondo Zolotov, dalla “reazione eccellente” dell’anti-esercito nel corso dell’enigmatica Marcia su Mosca di Prigožin.

La cortina di disinformazione che ha avvolto le Russia durante le ore concitate del “Wagnerazo” non ha permesso e non permette tuttora di capire se e in che modo la Rosgvardija abbia agito. Perché, anzi, è opinione comune (o narrazione comune?) che in quei momenti stesse prevalendo il caos al Cremlino e che la Rosgvardija fosse immobile. Ma, forse, così non è stato. Forse, qualcosa è successo. Qualcosa che potrebbe aver convinto Putin, guidato dall’obiettivo esistenziale di evitare un ritorno al 1917, a fare della Rosgvardija un esercito d’emergenza, un’agenzia di spionaggio parallela e una forza anti-congiura.

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