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Guerra

I sauditi lanciano un’offensiva su larga scala in Yemen

Il governo fantoccio yemenita, i sauditi e tanti media arabi hanno annunciato la "liberazione" subitanea di Mokha, quindi del vitale Stretto di Bab el Mandeb, e di Taiz. Ma gli Houti smentiscono e parlano di conquiste "immaginarie". Difficile capire chi ha ragione, fitte le nebbie di guerra.
I sauditi lanciano un'offensiva su larga scala in Yemen

Ieri l’incontro tra delegazioni di alto profilo di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, i Paesi che hanno siglato il patto di mutua difesa della Mecca. Un vertice convocato con urgenza da Riad per ottenere l’aiuto militare che l’intesa istituisce, dal momento che la sua guerra di aggressione contro gli Houti dello Yemen non sta andando come credeva e i missili piovono sul suo territorio.

In realtà, il Patto non è ancora stato ratificato ufficialmente dai suoi aderenti, così la riunione di ieri, oltre che a occuparsi del conflitto, serviva ad accelerare l’iter di approvazione. Nonostante tale procedura sia ancora in divenire, Pakistan e Turchia hanno deciso di sostenere Riad inviando forze a difesa del suo territorio, ma è ovvio che parte di esse verranno impiegate in Yemen. In realtà, Pakistan e Turchia non sono così entusiasti di entrare in guerra, tanto che finora avevano tergiversato, ma i petrodollari fanno prodigi…

Al di là della digressione, è interessante quanto dichiarato prima del vertice dal ministro degli Esteri pakistano Muhammad Ishaq Dar, secondo il quale nel summit si sarebbe parlato di “una proposta per avviare un dialogo politico con gli Houthi dello Yemen, anziché ricorrere all’azione militare, e ha aggiunto che l’Iran ha proposto un approccio politico per la risoluzione della crisi (sintesi di Newscord.com).

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Dello stesso tenore le dichiarazioni successive al vertice del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan: “Abbiamo parlato in dettaglio su quale supporto possiamo dare alla difesa dell’Arabia Saudita e su cosa si può fare per risolvere la questione pacificamente e attraverso il dialogo” (Anadolu).

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Il problema, però, è che i sauditi, la mattina prima della riunione, hanno volutamente drammatizzato la situazione facendo annunciare dal governo yemenita (emanazione di Riad) un’offensiva su larga scala contro gli Houti. In tal modo, le delegazioni turche e pakistane si sono trovate di fronte al fatto compiuto, che rende più difficile una soluzione diplomatica.

L’offensiva, che si avvale di un poderoso supporto aereo, tra cui gli aerei cisterna Usa per il rifornimento in volo, ha obiettivi ambiziosi: oltre a strappare dalle mani dei miliziani yemeniti Mokha, che incombe sul Mar Rosso, e Taiz, città chiave dello Yemen, si propone di conquistare la capitale Sana’a, da tempo controllata dagli Houti, i quali verrebbero relegati sulle montagne.

Il governo fantoccio yemenita, i sauditi e tanti media arabi hanno annunciato la “liberazione” subitanea di Mokha, quindi del vitale Stretto di Bab el Mandeb, e di Taiz. Ma gli Houti smentiscono e parlano di conquiste “immaginarie“. Difficile capire chi ha ragione, fitte le nebbie di guerra.

Di certo, però, i proclami sulla liberazione dello Stretto di Bab el-Mandeb sembrano alquanto affrettati: si ricordi come, durante l’aggressione israelo-americana contro l’Iran, gli Houti riuscirono a bloccare il transito di quella vitale via marina nonostante non avessero conquistato Mokha.

Riad vuole rivendicare a tutti i costi un successo: si spera che la vittoria, vera o finta che sia, possa spingerla a chiudere la partita e ad adire a compromessi. Da questo punto di vista, Fidan, parlando di una soluzione diplomatica, aveva aggiunto che i sauditi avevano adottato un “approccio molto costruttivo”. Il tempo dirà se le sue parole hanno un fondamento.

In attesa degli sviluppi, val la pena sfatare alcuni luoghi comuni che appartengono ormai alla narrazione mainstream. Anzitutto il legame indissolubile tra Iran e Houti, che discenderebbe dal fatto che anche questi ultimi sono sciiti. In realtà, gli Houti sono sciiti zayditi, un ramo diverso dallo sciismo duodecimano iraniano; e gli uni considerano gli altri più o meno eretici.

Non solo, quando negli anni ’60 l’ondata anti-imperialista e anti-colonialista araba che faceva riferimento al presidente egiziano Nasser contagiò lo Yemen, dove fu travolto l’Imanato e proclamata la repubblica, i sauditi, temendo il contagio repubblicano all’interno dei propri confini, pur essendo islamici sunniti appoggiarono con tutte le proprie forze la lotta delle tribù sciite zaydite dei monti (oggi presidiati degli Houti) per ripristinare l’Imanato. Un conflitto lungo e sanguinoso che finì nel 1970 con un compromesso.

Di tale vicenda scrive Mohammed Ayoob sul National Interest, che conclude così: “Le relazioni tra Arabia Saudita e zayditi rappresentano un monito per quanti cercano di spiegare la politica mediorientale esclusivamente attraverso la lente degli antichi antagonismi settari. L’Arabia Saudita [sunnita ndr.] al tempo ha appoggiato i monarchici zayditi contro l’Egitto repubblicano a maggioranza sunnita; l’Iran ora sostiene gli Houthi zayditi nonostante le profonde differenze dottrinali tra zaydismo e sciismo duodecimano”.

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“Nessuno dei due schieramenti è fondato sulla teologia. Entrambi sono emersi da lotte per il potere, la sicurezza e l’ordine regionale. In Yemen, come altrove, l’identità settaria fornisce simboli e solidarietà, ma è la geopolitica a determinare chi è amico e chi nemico”.

Quanto al rapporto con l’Iran, illuminante un articolo di al Jazeera del 2022, che riferiva le parole di Stephen Zunes, docente di scienze politiche e studi internazionali presso l’Università di San Francisco: “A differenza di alcune milizie dell’Iraq e della Siria, gli Houthi non sono mai stati un gruppo per procura dell’Iran. Hanno una storia, delle rivendicazioni e un programma propri e unici”.

Non solo l’aspetto ideologico, Zunes aggiungeva anche che “la stragrande maggioranza delle loro armi è stata sequestrata [sul campo di battaglia] o acquistata sul mercato nero, non è di origine iraniana”.

“Inoltre, gli Houthi sono meno legati a Teheran rispetto ai miliziani di Hezbollah, non sono soggetti al sistema di comando e controllo iraniano e agiscono in larga parte in autonomia, ha affermato Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft. La guerra è stata l’unica ragione per cui l’Iran è riuscito ad acquisire influenza, ha aggiunto”.

“Se i sauditi non avessero invaso il Paese” ha concluso Parsi, “Teheran non sarebbe stata in grado di approfondire i suoi rapporti con il gruppo yemenita“.

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