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L’annuncio del ministero della Difesa russo segnala un cambiamento molto rilevante nello scacchiere del Mar Nero. Sul canale Telegram della Difesa di Mosca si legge infatti che “il 30 giugno, come segno di buona volontà, le forze armate russe hanno terminato di svolgere i compiti prefissati sull’Isola dei Serpenti e hanno ritirato la guarnigione sul posto”. E lo stesso comunicato è stato rilanciato dal portavoce del ministero, Igor Konashenkov.

La notizia è stata confermata anche dal comando operativo meridionale dell’Ucraina, che in una nota ha riferito che “durante la notte, a seguito di un’operazione militare di successo con le nostre unità missilistiche e di artiglieria sull’Isola dei Serpenti, il nemico ha evacuato frettolosamente i resti della guarnigione su due motoscafi e probabilmente ha lasciato l’isola”. Le letture sono chiaramente di segno opposto, ma la conclusione è la medesima: i russi, almeno per il momento, si ritirano dalla strategica isola del Mar Nero. Uno dei principali obiettivi di Mosca dall’inizio della guerra e teatro di numerosi scontri che hanno segnato la conduzione della cosiddetta “operazione militare speciale”.

Ora è importante comprendere le conseguenze di questo ritiro russo. E in questo caso possono aiutare proprio le due opposte narrazioni fatte da Kiev e Mosca. Negli scorsi giorni, la portavoce delle forze armate dell’Ucraina meridionale, Natalia Humeniuk, aveva riferito in un briefing per la stampa che gli attacchi missilistici condotti sull’isola avevano colpito un Pantsir-S1. L’attacco era stato solo l’ultimo di una serie di raid contro la guarnigione russa sull’isola, e, sempre secondo l’esercito ucraino, a protezione della guarnigione erano rimaste solo solo due navi con 16 missili da crociera. La battaglia per l’isola, del resto, infuriava da diverso tempo. E l’ipotesi che è che la Russia non fosse più in grado di difendere l’avamposto nel Mar Nero occidentale sia per l’arrivo dei missili antinave in dotazione alle forze ucraine sia per la capacità dei droni di individuare e colpire le navi che avrebbero potuto rinforzare la guarnigione. L’affondamento di diverse unità in quell’area aveva ampiamente dimostrato che i rischi per qualsiasi operazione sull’isola erano sensibilmente aumentati. E Kiev aveva più volte fatto capire di non avere alcuna intenzione di cedere su Zmiinyi .

Se la lettura della Russia sulla “buona volontà” dimostrata con il ritiro può apparire un modo plateale per coprire una sconfitta tattica, vi è però da sottolineare l’apertura – proprio attraverso questo comunicato – sul tema dello sblocco dei porti ucraini. Nella dichiarazione pubblica si legge infatti che “la Federazione Russa ha dimostrato alla comunità internazionale l’assenza di ostacoli agli sforzi delle Nazioni Unite per stabilire un corridoio umanitario per il trasporto di prodotti agricoli dall’Ucraina”. Inoltre, sempre secondo il governo, “questa soluzione impedirà a Kiev di speculare su un’imminente crisi alimentare citando l’impossibilità di esportare grano a causa del controllo totale della parte nord-occidentale del Mar Nero da parte della Russia. Ora tocca alla parte ucraina che non sta ancora liberando la costa del Mar Nero, comprese le acque del porto”. Versione completamente smentita da parte del capo dell’ufficio di presidenza ucraino, Andriy Yermak, che ha detto che “la Russia continua a provocare una crisi alimentare e mente. Stanno ancora bloccando i nostri porti e distruggendo il grano”.

Il segnale dunque è duplice. Se da un lato Kiev può evidentemente segnare una vittoria tattica, ovvero la fine dell’occupazione dell’isola da parte russa, dall’altro lato bisognerà capire se questo ritiro possa essere considerato il segnale di un negoziato molto più profondo su una svolta del conflitto. È chiaro che l’assenza di forze russe nell’area renderebbe più semplice, almeno sulla carta, il flusso di cargo provenienti dai porti ucraini. Tuttavia, non è da sottovalutare l’importanza dello sminamento dei porti e il pericolo delle mine del Mar Nero su cui da tempo lanciano l’allarme tutte le parti interessate a quello specchio d’acqua. A tal proposito, si era parlato di una missione internazionale proprio per aiutare nell’individuazione degli ordigni e soprattutto per scortare le navi cariche di cereali e fertilizzanti oltre il Bosforo. Ma anche in questo caso non va dimenticato che esistono delle difficoltà tecniche e legali (il controllo turco del Bosforo per esempio) che lasciano intendere che non sia una missione di rapida esecuzione.

La scelta della Russia può essere quindi letta come una sconfitta – perché lascia intendere che non c’è possibilità per Mosca di controllare al momento il Mar Nero settentrionale – ma anche un segnale che la crisi alimentare è il punto su cui può avviarsi una vera trattativa riguardo il congelamento della “operazione militare speciale”. Almeno negli effetti più globali. Il fatto che questo annuncio sia arrivato in concomitanza con il vertice Nato e subito dopo l’incontro del G7 può essere interpretato come una scelta diplomatica precisa. Ma resta il fatto che l’Ucraina ha confermato di avere indebolito la presenza russa in quell’area. Solo il futuro farà capire davvero se questa mossa sia stata un vero segno di buona volontà russa o una sconfitta tattica.

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