Si sono incrociati ma non c’è stato alcun cenno, nemmeno di semplice saluto: a Manbji le forze siriane sono entrate mentre quelle americane uscivano dalla città simbolo dell’attuale crisi nel nord della Siria. Due eserciti che, nel corso del conflitto siriano, non hanno mai avuto rapporti con i rispettivi governi di riferimento senza contatti diplomatici da anni. Eppure, paradosso creato dall’attacco di Erdogan ai curdi, mezzi e uomini dei due schieramenti nelle scorse ore hanno atteso l’uno le mosse dell’altro, senza incontrarsi ma anche senza crearsi reciproci fastidi. Esercito siriano ed esercito americano si sono passati il testimone a Manbji con la stessa modalità con la quale due persone nemiche, convinte da un terzo, per evitare ulteriori guai incrociano i loro destini senza però incrociare lo sguardo.

Ed il terzo in questione è stato rappresentato in questi giorni dalla Russia, i cui stessi soldati hanno seguito a ruota quelli siriani piazzandosi all’interno di Manbji. Il tutto per dare attuazione agli accordi, mediati sempre da Mosca, tra Damasco e le forze Sdf in cui si è sancito l’ingresso dell’esercito siriano in alcune aree ai miliziani filo curdi attaccati da Erdogan. Manbji, occupata dai curi dal 2016 ma a maggioranza araba, è stata da sempre una città strategica essendo posta poco più a nord di Aleppo. Per evitare che turchi e alleati possano portare anche qui uomini e mezzi, le Sdf hanno lasciato il posto a russi e siriani. Senza volerlo, questa località è diventata protagonista del ribaltamento della storia a cui si sta assistendo in medio oriente: via gli americani, dentro i russi.

Quella base lasciata in fretta dai soldati Usa

Manbji nel 2014 è caduta nelle grinfie del Califfato Islamico, che in quell’anno stava avanzando dall’est del paese dritto verso Aleppo. Quei curdi che, poco più a nord, a Kobane hanno inflitto all’Isis la prima sconfitta militare, due anni dopo sono riusciti ad entrare a Manbji. E per Erdogan quella non è stata una buona notizia: il cantone curdo di Kobane, grazie alle avanzate delle Sdf, in quel modo ha trovato continuità territoriale con la parte occidentale del nord della provincia di Aleppo e, di fatto, la regione istituita dai curdi del Rojava è stata ad un passo dall’occupare tutto il confine con la Turchia. Una circostanza questa, che non poteva certo piacere al presidente turco, preoccupato per i contatti tra curdi siriani e curdi turchi del Pkk. È stato per questo motivo che Erdogan, esattamente un mese dopo all’arrivo delle Sdf a Manbji, ha lanciato l’operazione “Scudo dell’Eufrate“, la prima turca in Siria: in quel modo, ha spezzato ogni possibilità di collegamento tra Kobane ed Afrin, occupando Jarabulus ed Al Bab. Poi nel 2018, è toccato ai curdi di Afrin vedere le avanzate turche e filo turche dentro casa, con l’operazione “Ramoscello d’Ulivo“.

Quando, nei mesi successivi, è apparso chiaro che Erdogan voleva compiere la terza operazione in Siria, l’unico dubbio riguardava l’ubicazione dell’ingresso delle truppe turche: Ankara poteva farle entrare a Manbji oppure ad est dell’Eufrate. Per questo motivo nella cittadina a nord di Aleppo sono arrivati gli americani: qui i soldati Usa hanno piazzato una base, con all’interno forze speciali e forze di coordinamento con i curdi. Ma a Manbji in questi anni non ci sono stati solo gli americani: anche francesi ed inglesi hanno sfruttato questa località strategica per dare manforte ai curdi e condividere con loro le informazioni. Il dietrofront di Donald Trump poco prima dell’avvio della nuova operazione turca, ha colpito di sorpresa i soldati occidentali presenti a Manbji.

Ed infatti i russi hanno trovato di tutto: cibo in scatola lasciato a metà, merendine, vestiti che non sono entrati in borsoni e valigie preparate all’ultimo minuto. Una vera e propria fuga, a giudicare dall’aspetto mostrato dai russi sui social della base di Manbji. Foto e video dei soldati di Mosca martedì hanno fatto bella mostra di sé su Twitter: in uno si vede anche un membro delle forze armate russe che gioca con la leva anti intrusione, in un altro appaiono insulti scritti in cirillico dagli americani ai russi prima di andare via.

Il timore di aver regalato ai russi delicate informazioni

A Manbji in queste ore si stanno vedendo gli effetti più importanti di cosa accade quando una forza lascia il terreno: non c’è alcun vuoto, semplicemente subito dopo arriva un’altra forza che ne prende il posto. E, forse, Manbji resterà a lungo l’emblema di questo passaggio storico: il medio oriente oramai da anni sta assistendo al disimpegno Usa, a cui da subito fa da contraltare il ruolo della Russia quale nuovo garante dell’equilibrio della regione.

Ma dentro quella base abbandonata dagli americani, non c’erano sicuramente solo merendine e lavagne scarabocchiate con insulti ai nuovi arrivati. Come ha ben osservato Guido Olimpio su Il Corriere della Sera, analisti e servizi di intelligence stanno adesso temendo che molte informazioni delicate entrino in mano russa. Mappe, dislocazioni di basi messe in piedi in Siria da Usa ed alleati, contatti e quant’altro possa rappresentare l’eredità americana nel nord della Siria potrebbe quindi essere passato già al vaglio dei russi.

Una eventualità che rappresenterebbe un effetto collaterale del repentino precipitare della situazione degli ultimi giorni, un altro dei tanti stravolgimenti che nelle ultime ore hanno inciso forse per i prossimi anni sugli equilibri della Siria e del medio oriente.

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