La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Per l’amministrazione Biden la guerra in Ucraina assomiglia sempre di più a un’occasione. Una scommessa per assestare un colpo decisivo alle Russia. O meglio a Vladimir Putin. Man mano che i giorni di guerra si susseguivano Washington ha modificato il suo approccio al conflitto adottando una tattica sempre più assertiva.

Una situazione che ha fatto vacillare molti commentatori a stelle e strisce. Il New Yorker ha notato come ormai quella in Ucraina sia diventata a tutti gli effetti una “guerra americana”. Un classico esempio di guerra per procura dagli esiti incerti ma molto pericolosi.

L’approccio cauto nella prima fase

Non si tratta di sensazioni. Ci sono segni tangibili di come l’inerzia americana sia profondamente cambiata nel giro di qualche mese. Prima dell’attacco gli Usa avevano avuto un approccio piuttosto cauto. Tra la fine del 2021 e le prime settimane del 2022, mentre Mosca accumulava almeno 150 mila uomini lungo i confini ucraini, Washington si era limitata a declassifciare rapporti di intelligence sul rischio di guerra ma non aveva mai apertamente creato le condizioni per una riposta a Putin.

Due giorni dopo l’inizio di quella che i russi hanno chiamato “operazione militare speciale”, il segretario di Stato Antony Blinken si era limitato a sottolineare come l’America avrebbe offerto con aiuti per il popolo ucraino. Anche la prima reazione della Casa Bianca è stata limitata, con sanzioni chirurgiche contro banche, oligarchi e imprese legate al governo di Mosca. Per settimane Biden, e quasi tutto il Congresso, hanno detto fino allo sfinimento che la linea rossa da non superare mai sarebbe stata la No fly zone, chiesta con insistenza dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj nelle prime settimane del conflitto. Non solo. A poco meno di due settimane dall’inizio della guerra il presidente aveva spiegato chiaramente come “il confronto diretto tra la Nato e la Russia altro non sarebbe stato che la Terza guerra mondiale, un’evenienza da prevenire ad ogni costo”. Rilette oggi queste parole sembrano pronunciate, in un’altra epoca o addirittura da un’altra persona.

Il cambio di rotta

Poco meno due due mesi dopo gli stessi protagonisti dell’amministrazione Biden sono usciti con dichiarazioni di segno opposto. Il New Yorker ha parlato di aggressività, con l’obiettivo che lentamente è scivolato dall’aiutare Kiev a resistere all’invasione, a quello diretto di “indebolire” la Russia. Il primo strattone è arrivato da Joe Biden che il 25 marzo si è recato in Polonia e a stretto giro ha intimato che “Putin non può restare al potere”. Lì per lì i funzionari della Casa Bianca avevano messo una pezza sottolineando che nessuno dalle parti di Pennsylvania Avenue pensava a un regime change. Eppure quello che è arrivato dopo sembra andare in direzione leggermente diversa.

Col passare delle settimane gli Stati Uniti hanno versato un flusso di denaro così ampio da arrivare a sfiorare lo stesso bilancio della Difesa russa. A fine aprile la Casa Bianca ha chiesto oltre 33 miliardi di dollari, venti dei quali per aiuti militari, da destinare all’Ucraina. Il Congresso ha risposto portando lo stanziamento a 40. Un po’ troppi per semplici aiuti difensivi. Nel tempo il flusso di armi ha iniziato a confluire verso l’Ucraina e più di qualcuno ha sottolineato i rischi crescenti dell’operazione. Anche perché nel frattempo altri elementi dell’amministrazione alzavano la posta. Il 26 aprile, nota Foreign Policy, il segretario alla Difesa Lloyd Austin, dopo aver incontrato il presidente ucraino Zelensky ha spiegato che l’obiettivo di Washington è quello di limitare il potere della Russia nel lungo pericolo, in modo che non sia possibile replicare il modello di aggressione: “Vogliamo”, spiegò, “vedere la Russia indebolita, incapace di condurre il tipo di attacco che ha lanciato contro l’Ucraina”.

In questo l’azione dell’intelligence americana, insieme a quella britannica, si è mossa con un’aggressività sottolineata dalla stessa stampa americana. Il New York Times ha sottolineato come i dossier degli 007 americani avrebbero aiutato Kiev a colpire con precisione i generali russi sul campo ma soprattutto a centrare e affondare l’incrociatore Moskva. Un lungo lavoro del Washington Post ha messo in luce come avviene lo scambio di informazioni. Nel pezzo si piega che l’amministrazione americana ha fissato una sorta di protocollo per rendere ambiguo il flusso di informazioni in modo che sia complesso attribuire responsabilità all’intelligence Usa. Il protocollo, ad esempio, impedisce di fornire informazioni specifiche su dove si trovano le figure di spicco dell’esercito russo come il ministro della Difesa o il capo di Stato maggiore. In più non possono essere fornite informazioni su obiettivi fuori dai confini ucraini.

Nonostante questo Mosca vede il protocollo come fumo negli occhi e sempre più spesso parla di “atti di guerra”. Sean Monaghan, analista per l’Europa del think tank Center for Strategic and International Studies, ha spiegato a Foreign Policy come “Agli occhi del Cremlino l’occidente sia pronto a conquistare la Russia”, non solo, ma soprattuto di come in un primo momento quel obiettivo fosse nascosto, ma che ora non si faccia più nemmeno lo sforzo di tenerlo celato.

Le ragioni del cambio di passo

Le ragioni di questa inerzia sono diverse. Hanno a che fare sia coi rivolti pratici del conflitto, che con aspetti che hanno a che fare con le fondamenta stesse degli Stati Uniti e a ruota dell’Occidente. In primo luogo il cambio di passo è il riflesso di quello che è avvenuto sul campo. La Russia ha mosso il suo attacco su troppi fronti. Nelle primissime fasi sembrava che Kiev sarebbe caduta nelle mani di Mosca in poco meno di una settimana, nei fatti questo non è mai avvenuto. Non solo Zelensky è riuscito a rimanere al suo posto, ma le strutture del governo e dell’autorità ucraina hanno retto e non sono mai collassate.

All’inizio di aprile le forze russe sono state costrette a ritirarsi da tutti i quadranti settentrionali per concentrare gli sforzi nella regione del Donbass e nel mantenimento del corridoio che la collega alla Crimea. Questo ha convinto Washington, e in generale la Nato, che Kiev sia più forte del previsto e che armarla, senza però mettere i fatidici boots on the ground, possa non solo preservarne l’integrità ma anche impegnare Mosca in una guerra logorante e sfiancante. Un buon modo per Washington per ammansire l’orso russo così da risparmiare le energie per andare in pressing nei settori del Pacifico dove l’azione della Cina è sempre più pericolosa agli occhi degli americani.

Anche per questo il segretario Austin ha riunito i leader della Difesa di oltre 40 Paesi, quindi ben oltre il raggio di azione della Nato, nella base tedesca di Ramstein. Con l’occasione il segretario ha annunciato la nascita di una sorta di “coalizione di volenterosi” che si conciterà mensilmente per intensificare la campagna di appoggio a Kiev. E di riflesso per contenere Mosca.

L’altra gente ragione della mobilitazione, infatti, è da ricercare nel timore che il Cremlino possa accedere altri focolai di crisi. Il sempre caldo Caucaso, magari contro la Georgia, o la delicata Transnistria, dove inquietanti attentati ed esplosioni nelle scorse settimane hanno fatto aumentare la tensione per la possibile apertura di un fronte che aiuti le operazioni russe in un’eventuale offensiva su Odessa.

Allo stesso tempo anche il negoziato per un cessate il fuoco resta in stallo. All’inizio del conflitto le delegazioni di Kiev e Mosca tentavano a più riprese di trovare un terreno comune ma niente è mai approdato a un accordo duraturo. Oggi la via diplomatica resta quella che nessuno dei contendenti vuole intraprendere. Mosca ha bisogno di successi strategici da giustificare nel fronte interno, Kiev non è disposta a cedere dopo essere riuscita resistere alla prima onda d’urto russa. E in tutto questo gli Usa sembrano aver abbondato ogni tentativo diplomatico spinti dall’idea che Mosca non voglia trattare.

Questo porta la riflessione su un ultimo complesso punto: quello sull’ordine globale. Non si tratta di un concetto astratto, ma di un’inclinazione che le potenze Occidentali, Stati Uniti in testa, vogliono far valere a tutti i costi. La posizione è stata ben espressa dal generale Mark Milley, Capo dello stato maggiore congiunto Usa: “Se non c’è risposta a questa aggressione, se la Russia se la cava senza costi, allora ne risente anche il cosiddetto ordine internazionale”. Per Milley, quindi, l’azione di Usa e Nato deve ripristinare l’ordine globale (inteso come ordine euro-atlantico) perché “se ciò non accade, il rischio è di entrare in un’epoca di grave instabilità”. Oggi le potenze capaci di portare “ordine” sono molto poche. La Russia ha mostrato forti limiti, la Cina non è ancora pronta e l’Europa eternamente divisa appare incapace di una voce unica. Solo gli Usa possono ergersi a portatori di ordine, e l’Ucraina può diventare il terreno perfetto per dimostrare che il disastro afghano è stato solo un incidente di percorso.

I rischi

L’approccio Usa, sottolineano sempre più esperti, diventa ogni giorno più rischioso. Se è vero che le minacce nucleari che giungono dal Cremlino vanno soppesate senza allarmismi, non si può nascondere il rischio di allargamento di un conflitto. La corsa alle armi da un lato e il cambiamento di inerzie del secolo scorso, pensiamo solo all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, sono sirene d’ allarme da non sottovalutare.

George Beebe, ex analista della Cia, ha provato a dipingere che tipo di futuro può attendere il mondo, e l’immagine che ne esce non è lusinghiera. Le spinte contro il Cremlino anche fossero solo limitate all’isolamento globale, possono creare le condizioni per uno stallo precario negli equilibri globali, paradossalmente più imprevedibile di quello vissuto durante la Guerra fredda. Un terreno ignoto con poche e fumose regole di ingaggio, una bomba a orologeria che può travolgere soprattutto l’Europa.

Un diplomatico europeo sentito da Foreign Policy ha spiegato bene il rischio che corre l’Ue se si schiaccia eccessivamente sulle posizioni dei falchi atlantici: “Una cosa è cercare d’indebolire Putin, un’altra è dire apertamente che questo è lo scopo. Dobbiamo fare in modo che il leader russo accetti una soluzione politica”. Non a caso il presidente francese Emmanuel Macron è stato il primo a lanciare l’allarme di fronte al tentativo di umiliare Mosca. Il rischio è quello di non dare vie d’uscita al Cremlino.

Gli spiragli in queste ultime settimane non sono mancati, come il dialogo a distanza tra Austin e il ministro della Difesa russo Shoigu. Ma i timori di un contrapposizione a lungo termine restano. E i primi segnali di questa terra ignota non tarderanno ad arrivare, in particolare quando le prime armi Made in Occidente, arriveranno nelle mani di Kiev.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.