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La Cina è stata il secondo Paese al mondo ad aver dispiegato un sistema missilistico ipersonico. Il Df-17, un missile balistico a medio raggio, monta infatti una testata del tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle) denominata Df-Zf. Pechino così è entrata ufficialmente nel novero delle nazioni che hanno in servizio questo nuovo e rivoluzionario tipo di armamenti potenzialmente in grado di destabilizzare gli equilibri mondiali. La Russia, col suo sistema Hgv per missili balistici (l’Avangard) e col Kh-47M2 Kinzhal, è stata la prima ad aver conseguito questo storico risultato.

La Cina, nonostante sia arrivata seconda, vanta comunque un programma ipersonico di tutto rispetto e sicuramente molto più avanti rispetto a quello statunitense e anche occidentale.

Ad agosto del 2018 il suo primo vettore di questo tipo, lo Xingkong-2 (o Starry Sky-2) è stato testato con successo sviluppando una velocità di più di Mach 6 (7300 Km/h), per poi “sparire dai radar” sino alla presentazione proprio del Df-17, che si è visto per la prima volta durante la parata del primo ottobre 2019, facendo bella mostra di sé su un veicolo tipo Tel (Transporter Erector Launcher) a cinque assi.

Uno sviluppo, quello del Df-17, costante e sorprendentemente veloce: le prime immagini di un simulacro per la galleria del vento della sua testata Hgv erano trapelate nel 2017, e se davvero gli scienziati cinesi sono passati dalla fase dei test al dispiegamento in soli due anni, se teniamo per buona la data di diffusione di quelle immagini, significa che il livello della ricerca scientifica e delle capacità ingegneristiche di Pechino in questo campo è molto avanzato.

Uno sviluppo che, paradossalmente, deve molto proprio agli Stati Uniti.

Un recente articolo comparso sul South China Morning Post asserisce, infatti, che la tecnologia che ha permesso alla Cina di arrivare a schierare il suo primo sistema ipersonico ha sfruttato software di fabbricazione americana.

Un articolo scientifico pubblicato sul Chinese Journal of Aeronautics ha rivelato, infatti, che un software statunitense è stato utilizzato per simulare l’aerodinamica di un missile ipersonico in grado di superare tutti i sistemi di difesa esistenti.

Zhang Feng, professore della National University of Defense Technology di Changsha, nella provincia centrale cinese dell’Hunan, ha guidato il gruppo di ricerca che si proponeva di identificare come controllare la manovrabilità a una velocità cinque volte superiore o superiore al suono.

Secondo il documento di ricerca, il team ha utilizzato il software Icem fornito da Ansys, una società statunitense con sede a Canonsburg, in Pennsylvania, per la maggior parte delle sue simulazioni aerodinamiche che si proponevano di risolvere il problema del controllo del volo a velocità così elevate.

Il controllo del volo a quelle velocità diventa più di una mera questione di precisione: una minima variazione non controllata innescherebbe una rapidissima catena di eventi che provocherebbero la distruzione del vettore ipersonico, e le stesse alte temperature raggiunte a velocità che sono superiori a Mach 5 richiedono particolari materiali termoresistenti e adeguate resistenze alle compressioni aerodinamiche.

A quanto sembra l’università di Changsha non è l’unico istituto di ricerca militare cinese che sviluppa armi all’avanguardia con software statunitense, né Ansys è l’unica azienda americana a concedere in licenza i suoi prodotti a istituti o società cinesi comprese nella famigerata “lista delle entità” bandite dagli Stati Uniti. Sappiamo che circa l’80% degli strumenti informatici principali usati in Cina arriva dall’estero – la maggior parte proprio dagli Usa – e pertanto Washington ha cercato di limitarne l’accesso, ma non sempre con successo come nel caso di Ansys. A giugno di quest’anno, invece, l’Harbin Institute of Technology, un’università di ricerca impegnata in una serie di programmi militari, dai sottomarini nucleari ai satelliti spia, ha annunciato di aver perso l’accesso al popolare software matematico MatLab.

Ma cosa è dovuta allora questa “fuga” di tecnologia in tempi di dazi e limitazioni al libero commercio? Principalmente a due fattori. Il primo è ascrivibile a una vaga formulazione delle normative sul controllo delle esportazioni dagli Stati Uniti, che può dare alle società informatiche “spazio di manovra”, in quanto i regolamenti, solitamente, non entrano troppo in dettaglio permettendo così la vendita o cessione di licenze di software per uso civile, che però potrebbe avere un uso di tipo militare, proprio come avvenuto per il caso di Ansys.

Secondariamente sono le stesse società produttrici a cercare di aggirare i divieti, in quanto le aziende americane non vogliono perdere l’enorme mercato cinese in rapida crescita grazie ai suoi ricchi investimenti in ricerca e sviluppo.

Gli stessi cinesi hanno trovato altri modi per aggirare le restrizioni tra cui utilizzare software piratato, che era una pratica comune in Cina ai tempi in cui non ce n’erano abbastanza finanziamenti per sostenere l’acquisto di costose licenze, senza dimenticare l’attività principale, che è quella dello spionaggio industriale e del furto dei codici violando le leggi sulla proprietà intellettuale.

Insomma c’è anche un po’ di tecnologia americana nell’ipersonico cinese tanto temuto da Washington, ma sicuramente se la Cina è riuscita in così breve tempo a capitalizzare i suoi sforzi di ricerca e sviluppo, lo si deve ad una pianificazione accurata, ai sostanziosi investimenti, e alla sempre maggiore preparazione degli ingegneri cinesi, che sono stati spediti a formarsi nei più prestigiosi atenei del mondo e che ora sono tornati in patria per lavorare e soprattutto per formare le nuove leve.

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