“I Talebani e altri gruppi armati incassano fino a 20 milioni di dollari all’anno dalle miniere dilapislazzuli dell’Afghanistan, soprattutto nella provincia di Badakhshan”. Ad affermarlo è il rapporto pubblicato da Global Witness il sei giugno scorso. E visto che finanziano la guerriglia e l’estremismo, secondo l’organizzazione, dovrebbero essere classificati come “conflict mineral”, ovvero i minerali rari o preziosi che si trovano in zone di conflitto. Ma così non è.La relazione denuncia che “i Talebani sono vicini alle miniere e hanno il controllo delle strade principali che ci arrivano”. E per questo, continua il rapporto, “il rischio concreto è che le miniere finiscano completamente nelle loro mani”.Per approfondire: I talebani, il Califfato e il traffico d’oppioGlobal Witness averte anche che le miniere della provincia di Badakhshan sono da tempo una priorità per i tagliagole dello Stato Islamico. E lancia un appello al governo afghano affinché agisca “rapidamente per riconquistare il controllo della zona”, altrimenti “la battaglia per le miniere di lapislazzuli si intensificherà destabilizzando ulteriormente il Paese”.Nel rapporto si legge che “nei recenti conflitti violenti esplosi per il controllo dei lapislazzuli tra i signori della guerra locali, molti sono stati assistiti e sostenuti anche dalle élite politiche di Kabul”. Global Witness, in particolare, accusa l’ex ministro della Difesa Bismillah Mohammadi di avere legami molto profondi con l’estrazione illegale.Per approfondire: Quel che resta di KabulIn una dichiarazione alla Reuters, l’ex ministro smentisce le accuse e le definisce “infondate”. Sempre l’agenzia di stampa britannica riporta le parole di Gul Mohammed Bedar, vicegovernatore della regione del Badakhshan, il quale, negando ogni addebito sui presunti coinvolgimenti da parte dei funzionari del governo, conferma la notizia del controllo da parte di gruppi armati delle maggiori miniere della zona.
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