I palestinesi e Trump: in bilico tra tregua e proposte indecenti

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Le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sul futuro dei palestinesi stanno generando un acceso dibattito. E non poteva essere altrimenti. Dopo aver esercitato forti pressioni su Israele tramite il suo inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff, affinché il governo di Tel Aviv accettasse un accordo su tregua e ostaggi prima della cerimonia di insediamento del 20 gennaio, Trump ha ottenuto un successo diplomatico che ha segnato un deciso cambio di passo rispetto all’inerzia dell’amministrazione Biden. L’ex Segretario di Stato Antony Blinken, infatti, non era riuscito a far rispettare le “linee rosse” dichiarate a parole nei confronti di Netanyahu, lasciando margini di manovra a Israele. Ora, però, si apre una fase altrettanto complessa, soprattutto per i palestinesi. E le dichiarazioni di Trump non fanno ben sperare.

Cosa ha detto Trump sui palestinesi

Il tycoon ha annunciato una proposta controversa che prevede il trasferimento di oltre un milione di palestinesi dalla Striscia di Gaza verso i Paesi vicini, come Giordania ed Egitto. Durante un colloquio con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha rivelato di aver discusso l’idea con il re Abdullah II di Giordania e di voler affrontare l’argomento anche con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Il presidente Usa ha sottolineato di aver telefonato al re di Giordania, chiedendogli se il suo Paese fosse disposto ad accogliere più palestinesi. “Gli ho detto che mi piacerebbe che prendessero in carico di più, perché la situazione nella Striscia di Gaza è un disastro, un vero disastro,” ha spiegato, descrivendo l’area come “un sito di demolizione.” Secondo l’inquilino della Casa Bianca, il piano prevedrebbe la costruzione di abitazioni temporanee o permanenti in Paesi arabi vicini, per permettere ai palestinesi di “vivere in pace per una volta”. La Giordania, tuttavia, ospita già oltre 2,39 milioni di rifugiati palestinesi registrati secondo l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi.

Giordania ed Egitto respingono l’idea dell’amministrazione Usa

L’agenzia di stampa statale giordana Petra ha confermato la conversazione tra Trump e il re Abdullah, ma non ha menzionato alcuna discussione sul trasferimento dei palestinesi. Anzi, la posizione della Giordania appare chiara: il ministro degli Esteri, Ayman Safadi, ha ribadito che “la Giordania è per i giordani e la Palestina è per i palestinesi,” sottolineando che il Paese si oppone fermamente a ogni forma di spostamento forzato.

Anche l’Egitto ha respinto l’idea. In un comunicato ufficiale, il Ministero degli Esteri egiziano ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni forma di trasferimento forzato dei palestinesi dalla loro terra, poiché tali azioni minacciano la stabilità, rischiano di estendere ulteriormente il conflitto nella regione e compromettono le opportunità di pace e coesistenza”.

La proposta di Trump ha sollevato numerose polemiche. Il trasferimento forzato di popolazioni è considerato una grave violazione del diritto internazionale umanitario e rischia di aggravare una crisi già profonda. Una proposta di “pulizia etnica” che purtroppo non stupisce, poiché l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai mostrato un reale interesse per una soluzione equa al conflitto, ma piuttosto ha cercato di promuovere una strategia che favorisse il più possibile Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020, pur prevedendo formalmente la creazione di uno Stato palestinese, delineavano infatti uno scenario in cui questo Stato sarebbe stato subordinato a Israele, privo di autonomia reale.

Migliaia di palestinesi tornano al nord di Gaza

Nel frattempo, una buona notizia c’è. Il Qatar ha annunciato di aver mediato un accordo tra Israele e Hamas che consente ai palestinesi, sfollati con la forza dal nord di Gaza, di tornare nelle loro abitazioni – o in quel che ne rimane – attraverso il Corridoio di Netzarim, controllato da Israele. Secondo i termini dell’accordo, Hamas rilascerà entro venerdì una donna israeliana civile, Arbel Yehoud, e altri due ostaggi. In cambio, Tel Aviv permetterà ai palestinesi di viaggiare verso il nord della Striscia.

Migliaia di palestinesi hanno atteso per giorni l’autorizzazione per attraversare il Corridoio di Netzarim, ma i soldati israeliani hanno continuato nei giorni scorsi bloccarli, provocando accuse di violazione della tregua da parte di Hamas. Domenica scorsa, le tensioni sono esplose quando le truppe israeliane hanno aperto il fuoco su una folla di palestinesi che sperava di tornare al nord, uccidendo almeno due persone e ferendone nove. Ora, con l’annuncio dell’accordo, decine di migliaia di palestinesi sfollati stanno finalmente attraversando il corridoio per tornare ai propri luoghi d’origine nel nord della Striscia di Gaza.

Un uomo intervistato da Al Jazeera mentre tornava alla sua città natale, Beit Hanoun, ha definito il momento “indimenticabile” e “un misto di lutto e gioia”. “Sto tornando a casa sapendo che è stata rasa al suolo. Piango i miei cari che ho perso, ma stiamo dicendo al mondo intero: rimarremo fedeli alla nostra terra, al nostro Paese,” ha detto, parlando dalla strada costiera di al-Rashid.

Le concessioni di Trump a Israele

C’è un altro fattore che rischia di minare l’accordo su tregua e ostaggi mediato da Trump e Qatar. Nei giorni successivi all’entrata in vigore della fragile tregua nella Striscia di Gaza, le forze militari israeliane hanno dato il via a un’importante operazione nella Cisgiordania occupata, mentre alcuni coloni ebrei hanno attaccato due città palestinesi, aumentando il livello di tensione nei territori.

La tregua, che dovrebbe durare almeno sei settimane, prevede il rilascio di decine di ostaggi da parte di Hamas in cambio della liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi, molti dei quali saranno trasferiti in Cisgiordania. Tuttavia, l’operazione di Tel Aviv rischia di compromettere la durata e l’efficacia di questo accordo. A complicare ulteriormente la situazione è l’intervento degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha deciso di annullare le sanzioni imposte dall’amministrazione Biden contro cittadini israeliani accusati di violenze nei territori occupati. E non è l’unica concessione del presidente Usa al governo israeliano di queste ore, poiché la Casa Bianca ha ordinato al Pentagono di revocare il blocco, imposto dall’amministrazione Biden, sulla fornitura di bombe da 2.000 libbre (900kg) a Israele, secondo quanto riportato da Axios citando tre funzionari israeliani.

Morti e tensioni in Cisgiordania

La situazione è precipitata nel weekend quando, durante l’operazione militare israeliana in Cisgiordania, voluta da Netanyanhu per accontentare i “falchi” della destra religiosa del suo governo che non hanno affatto digerito la tregua imposta da Trump, una bambina palestinese di due anni, Laila al-Khatib, è stata uccisa da colpi di arma da fuoco delle forze israeliane nella città occupata di Jenin. Laila è stata colpita alla testa mentre si trovava in casa con la madre incinta, che è rimasta lievemente ferita. La nonna ha raccontato che la famiglia stava cenando quando l’abitazione è stata attaccata.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha descritto l’operazione a Jenin come parte della più ampia lotta di Israele contro l’Iran e i suoi alleati nella regione, affermando che “colpiremo i tentacoli del polpo fino a spezzarli”. I palestinesi vedono queste operazioni e l’espansione degli insediamenti come un modo per rafforzare il controllo israeliano sul territorio, dove 3 milioni di palestinesi vivono sotto un’occupazione militare a tempo indeterminato, mentre l’Autorità Palestinese, sostenuta dall’Occidente, amministra le città.

Tensioni anche in Libano

Domenica 26 gennaio avrebbe dovuto segnare la fine della tregua di 60 giorni tra Israele e Libano, ma il divieto israeliano di ritorno per gli sfollati del sud del Libano è rimasto in vigore. Centinaia di civili libanesi hanno tentato comunque di rientrare nei propri villaggi, provocando una reazione violenta delle truppe israeliane, che hanno aperto il fuoco, causando 22 morti, tra cui donne e un soldato libanese, e 124 feriti.

Successivamente, nella giornata di lunedì 27 gennaio, gli Stati Uniti hanno confermato un accordo tra Israele e Libano per estendere il termine per il ritiro delle truppe israeliane al 18 febbraio, concedendo a Tel Aviv più tempo per completare il ritiro oltre i 60 giorni inizialmente previsti. L’intesa prevede anche l’avvio di negoziati per il ritorno dei prigionieri libanesi catturati dopo il 7 ottobre 2023. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno annunciato 117 milioni di dollari in assistenza per sostenere la stabilità e l’attuazione della tregua tra i due Paesi.

Unrwa fuori da Gaza entro il 30 gennaio

In questo scenario complesso e altrettanto drammatico di costante instabilità, si aggiunge la decisione di Israele ordinare all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) di cessare tutte le sue operazioni a Gerusalemme e di sgomberare le sue sedi entro il 30 gennaio, come riportato in una lettera inviata dall’inviato israeliano al segretario generale dell’ONU, António Guterres. La decisione di Tel Aviv si basa su una controversa legge israeliana che vieta all’Unrwa di operare nei territori palestinesi occupati.

L’agenzia, che fornisce assistenza essenziale a milioni di rifugiati palestinesi, rischia così di vedere compromessa la sua capacità di supportare una popolazione vulnerabile già colpita da una gravissima crisi umanitaria.