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Negli ultimi giorni si sono registrati nuovi scontri tra l’esercito governativo e le forze di opposizione nella provincia sud di Daraa, ma il fronte meridionale non è l’unico a preoccupare Damasco. Idlib, nel nord-ovest, è ancora fuori dal controllo del presidente Bashar al Assad mentre i miliziani di Hayat Tahrir al Sham (Hts) e dell’Esercito libero siriano (FSA) rafforzano le loro posizioni in attesa di un attacco di terra. A dieci anni dallo scoppio della guerra, il Paese è tutt’altro che pacificato nonostante le parole di Assad e del suo alleato Vladimir Putin, che cercano da tempo di spostare l’attenzione sulla ricostruzione e su un futuro post-bellico che tarda ad arrivare.

Il fronte caldo di Daraa

La provincia di Daraa e la sua omonima capitale sono state il cuore delle rivolte scoppiate nel 2011 contro il governo Assad ed una delle zone più difficili da riconquistare per le forze fedeli al presidente. Il governatorato è tornato ufficialmente nelle mani di Damasco nel 2018 grazie anche all’aiuto fornito ad Assad dalla Russia, ma una parte della popolazione continua ad opporsi alle forze governative. L’accordo per il cessate il fuoco prevedeva che tutti i ribelli lasciassero l’area per dirigersi al nord, ma non tutte le fazioni hanno rispettato questa clausola e la loro presenza è motivo di preoccupazione per Damasco.

Di recente sono infatti scoppiati nuovi scontri nel quartiere di Daraa al Balad, definiti dall’organizzazione londinese Syrian Observatory for Human Rights come i più violenti da quando la provincia è finita sotto il controllo del regime. Anche il giornale pro-governativo al Watan ha riportato quanto accaduto a Daraa, parlando però di “un’operazione militare contro gruppi di terroristi che minacciano l’accordo di riconciliazione” siglato nel 2018 e attivi a Daraa al Balad. Contro le forze di opposizione è intervenuta ancora una volta la Quarta divisione, da tempo schierata nella provincia meridionale con il compito di sedare le rivolte e affrontare militarmente i gruppi che mettono in discussione il potere di Damasco. Questa volta però i ribelli sono riusciti a prendere il controllo di alcuni checkpoint militari che regolano l’accesso alla città e di altre aree considerate roccaforti della Quarta divisione. Gli scontri si sono poi estesi anche nel resto della provincia fino a raggiungere la zona di confine con la Giordania e il valico di Nasib, tornato nelle mani dei ribelli per la prima volta dal 2018. L’esercito governativo sta cercando di riprendere il controllo della provincia, ma fintanto che i ribelli rimarranno attivi nella zona di Daraa il governatorato continuerà ad essere teatro di scontri ed un problema per la propaganda governativa.

Lo stallo nel nord

Le notizie che giungono dal fronte di Idlib non sono meno rassicuranti per Damasco. Il gruppo Hayat Tahrir al Sham, che controlla l’enclave settentrionale e ha raccolto l’eredità qaedista di al-Nusra, ha annunciato in un incontro con la stampa di aver arricchito il suo arsenale e di aver rafforzato la propria presenza a Jabal al-Zawiya, a sud di Idlib, per poter rispondere prontamente ad un eventuale attacco delle forze governative. Abu Mohammed al-Golani, comandante di Hts, ha anche svelato di aver stretto un’alleanza con l’Esercito libero siriano filo-turco e con altre fazioni attive nel nord che si oppongono a Damasco. Secondo diversi analisti, però, Hts non rappresenta un reale pericolo per il regime siriano. L’arsenale del gruppo jihadista è ancora modesto, per quanto ci sia stato un effettivo avanzamento a livello tecnologico, e la sproporzione tra le forze in campo non consenta a Hts di lanciare per primo un’offensiva. I miliziani devono anche tenere in conto il volere della Turchia, che preferisce mantenere lo status quo piuttosto che rischiare che le forze a lei fedeli perdano il controllo della provincia settentrionale siriana.

D’altro canto nemmeno Damasco sembra intenzionata a lanciare un’operazione di terra contro Hts nel breve periodo. Di recente si è assistito ad un’intensificazione dei raid aerei contro l’enclave, ma Assad continua a rimandare un’offensiva più ampia anche a causa dell’opposizione della Russia sua alleata.

Lo stallo nel nord e gli scontri nel sud dimostrano quanto ancora instabile sia il Paese nonostante la propaganda di Damasco e la vittoria elettorale di Assad, presidente di uno Stato diviso e martoriato da una guerra ancora in atto.

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