La geopolitica della corsa allo spazio
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Nella lingua dei Tuareg, Takuba significa “spada”, e questo è il nome scelto per la nuova operazione congiunta che vedrà anche i nostri soldati impegnati a contrastare nella regione africana del Sahel le cellule dei diversi movimenti jihadisti armati che minacciano al creazione di un nuovo pericoloso “fronte” islamista.

Le informazioni che riguardano questa nuova operazione europea stanno emergendo poco a poco, e la sua entità si può tratteggiare unendo diversi punti. Ci sono le dichiarazioni fatte a margine dell’incontro che sia appena tenuto a Napoli tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il premier italiano, Giuseppe Conte. A questi si aggiungono le informazioni della smobilitazione delle truppe inglesi dall’Afghanistan e il successivo schieramento di un contingente di 250 uomini in Africa, e le richieste insistenti del ministro della Difesa francese Florence Parly. Il ministro già nei mesi scorsi aveva lanciato un appello all’Europa chiedendo aiuto per formare più velocemente gli eserciti africani del Sahel, in modo da consentirgli di fronteggiare più efficacemente e autonomamente questa minaccia – oltre condividere il fardello che attualmente solo la Francia sta portando nel condurre l’Operazione Barkhane: operazione che a causa delle numerose perdite sofferte dall’esercito francese ha suscitato i primi sintomi di una “sindrome afgana” esportata nell’Africa occidentale.

Secondo quanto si può apprendere, questa task force che farà base nel Mali – ma che allargherà il suo orizzonte a tutta la fascia del Sahel – sarà composta da soldati italiani, francesi e inglesi, ma anche svedesi, belgi, estoni e cechi, e rappresenta un impegno importante e indubbiamente delicato per i nostri militari, che, come i britannici, verranno smobilitati dall’Afghanistan nel corso della grande “ritirata” accordata dal Pentagono. I nostri lasceranno un terreno “tutto sommato” sotto controllo per essere inviati in quello che – dopo l’attentato in Niger dello scorso dicembre e quello di gennaio – si prospetta essere un territorio decisamente ostile e soggetto alla minaccia terroristica. A prendervi parte saranno come di consueto membri delle forze speciali, che opereranno fianco a fianco delle forze di sicurezza locali per il contrastare le cellule di gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda e all’Isis che costellano il Sahel e le aree circostanti. In questo modo, cercheranno di reprimere questa escalation di violenze che ha portato alla morte di 4.000 persone sole nell’ultimo anno – tra cui oltre 20 soldati francesi. Anche se è difficile stabilire la matrice dei diversi attacchi, negli anni sono state identificati i numerosi “avversari” che la task force potrebbe trovarsi a fronteggiare: Etat Islamique dans le Grand Sahara attivo in Niger, Al-Qaeda attivo nel Maghreb, Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest, Al-Mourabitoun, Boko Haram e altre sigle minori che rappresentano cellule affiliate all’Isis.

La rivista specializzata Rid, riporta l’informazione secondo cui la missione, almeno nei primi sei mesi, dovrebbe essere “comandata dai francesi“: senza dubbio i più esperti della regione, data la permanenza di contingenti dall’inizio dell’Operazione Serval, precedente a Barkhane, iniziata nel 2013 proprio in Mali e poi estesa agli altri quattro Stati che compongono il G5: Burkina Faso, Niger, Mauritania e Ciad. Attualmente la Francia schiera sul campo 4.500 uomini con appoggio di elicotteri, aerei, droni e mezzi terresti dislocati in otto diverse basi, permanenti e non. A questi si unirebbero almeno tra i 350 operatori delle forze speciali divise tra ogni membro della coalizione, e 3mila soldati dell’Unione Africana di rinforzo. Il comando dell’operazione, passati i primi sei mesi, ruoterà tra i Paesi partecipanti e la durata prevista della missione dovrebbe essere di almeno tre anni. Dunque se si considerata che verrà lanciata ufficialmente nel gennaio 2021, dovrebbe durare almeno fino al 2024. Germania e Spagna hanno già rifiutato formalmente la loro partecipazione.

La missione e il coinvolgimento dell’Italia

Il compito dei nostri soldati, a differenza di altri teatro operativi come quello del Kurdistan iracheno, dell’Afghanistan e del vicino Niger, sarà quello di “accompagnare, assistere e consigliare le forze locali nelle operazioni contro i terroristi”. Una missione di “assistenza militare” e “contro-terrorismo” che verrà svolta in un teatro di indubbia complessità, che viene destriero come “alto rischio”, data l’instabilità e la minaccia jihadista che aleggia lungo tutta la regione del Sahel – Mali compreso – che proprio a causa di una progressivo aggravarsi, ha costretto l’Esercito francese, che non è noto per la sua arrendevolezza date la campagna indocinese, e i numerosi coinvolgimenti nel teatro africano. La minaccia jihadista si sta espandendo, e anche la “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2019”, redatta dagli apparati di intelligence italiani, sembra essersi focalizzata sulla regione sahelo-sahariana quale “potenziale epicentro del jihad globale”. Lo sforzo italiano, secondo le prime indiscrezioni riportate da Rid, dovrebbe prevedere, oltre al sopracitato contingente di forze speciali, lo schieramento di un certo numero di elicotteri dell’esercito, dunque possiamo pensare o agli elicotteri da trasporto tattico Nh-90 per gli spostamenti delle truppe in un teatro che viene più spesso descritto come arido e sterminata, o anche ai “Mangusta”. Gli Aw-129 che potrebbero fungere, come valse per l’Afghanistan, da elicotteri da esplorazione e “scorta”.

Il quadro strategico generale

Negli scorsi mesi Macron ha richiesto diversi incontri con i leader degli Stati che appartengono alla fascia del Sahel per fare un “quadro strategico e operativo” della situazione e impostare un nuovo piano per contrastare una minaccia terroristica in aumento. Secondo il capo dell’Eliseo, che altrimenti si troverebbe costretto da abbandonare le ex-colonie e recidere tutti i rapporti diplomatici ed economici che l’impegno francese in qualche modo onora e rappresenta, bisogna “concentrare immediatamente tutti gli sforzi militari” per frenare l’avanzata di questo nuovo fronte jihadista.

La risposta degli omologhi africani, che hanno a loro disposizione sicuramente meno risorse della potenza francese, è stata quella di “veder proseguire l’impegno militare della Francia nel Sahel”. Consapevoli del fatto che gli Stati Uniti non avrebbero supportato l’alleato della Nato; sfilandosi dal teatro africano e lasciando la Francia a “sbrigarsela da se” in Sahel per concentrarsi nella partita mai terminata in Somalia – dove 7mila soldati americani sono ancora impegnati a combattere signori della guerra e terrorismo. Il Pentagono avrebbe inoltre ventilato la possibilità di smobilitare la sua base di droni nel nord del Niger, lasciando sguarnita d’informazioni d’intelligence un’altra area che interessa il Sahel. Il presidente francese, che appare quanto mai determinato a non lasciare il campo, sembra aver promesso l’ampliamento del impegno militare francese e si è “augurato di riuscire a convincere” Donald Trump nella visione d’insieme che lega “la lotta al terrorismo al teatro libico“: un teatro di grande interesse per l’Italia che però non ha previsto lo stesso dispiegamento di forze e uomini che il Sahel necessita.

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