Le ultime ore hanno disperso parte della cortina fumogena che circonda le più recenti fasi della guerra tra Russia e Ucraina. I colpi sempre più frequenti e accurati dei droni ucraini sulle infrastrutture energetiche della Russia e su quelle militari e sui collegamenti della Crimea (l’ultimo un attacco al porto dei traghetti sullo Stretto di Kerch) hanno spinto molti a pensare che le sorti della guerra potessero essere rovesciate. Politici, esperti e giornalisti si sono addirittura lanciati a parlare di un Vladimir Putin in crisi, chiuso nel bunker, minacciato da attentati e colpi di Stato, e di truppe russe sull’orlo dello sbando. È l’abile narrazione zelenskiana che arriva diretta sui nostri giornali, senza filtri o revisioni critiche. Allo stesso modo è arrivata pari pari da noi la versione di Robert Brovdi, comandante dei reparti dei droni ucraini, che a Reuters ha dichiarato che tra un mese l’Ucraina avrà il controllo completo dell’autostrada che collega la Crimea alla Russia e nel prossimo futuro isoleremo la Crimea”. Un po’ come quando i servizi segreti ucraini riescono a uccidere un alto ufficiale russo, ultimo caso il generale Damir Davydov, capo del Dipartimento missili e artiglieria del ministero della Difesa russo, fatto saltare in aria a Balashikha, un sobborgo di Mosca. Subito nella vulgata la vittima diventa un personaggio centrale nell’apparato militare russo (in qualche caso in effetti lo era), senza che alcuno si chieda come mai, se così fosse stato, la vittima viaggiava senza scorta ed era così semplice ammazzarlo.
Che le autorità civili e militari ucraine sostengano il morale della popolazione e delle truppe, e mettano in risalto soprattutto i buoni risultati da loro ottenuti, è più che logico. Il problema è che la realtà sul campo è più complicata di così, come abbiamo appena visto. Ieri notte la Russia ha bombardato la città di Kiev, usando oltre ai droni anche missili Zirkon, seminando incendi e distruzioni e facendo (almeno per il momento) cinque morti. Non è certo il primo bombardamento pesante sulla capitale ucraina, in questi quattro anni e mezzo di guerra ma come quello del 24 maggio (allora quattro morti e il sospetto di un uso di missili Oreshnik) aveva un palese scopo dimostrativo: l’Ucraina può colpire raffinerie e depositi di petrolio in larga parte della Russia ma la Russia può colpire l’Ucraina al cuore, come vuole e quando vuole. Non è un caso se Volodymyr Zelensky. non smette di chiedere agli europei missili Patriot per la difesa aerea. L’incendio scoppiato nella cattedrale della Dormizione del Monastero delle Grotte, poi per fortuna spento, è quasi emblematico della situazione. Da sempre una delle fonti principali della spiritualità ortodossa, il Monastero, fondato nel 1051 dal monaco Antonio sul Monte Berestov tra la Kiev propriamente detta e il fiume Dnepr, è rimasto sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa ucraina (cioè quella che canonicamente risponde al Patriarcato di Mosca) fino al gennaio 2023, quando il governo ucraino l’ha sostituita d’imperio con la Chiesa ortodossa dell’Ucraina (quella autocefala, fondata nel 2018, per dir così nazionalista), diretta dal metropolita Epifanio. Il simbolismo di questo colpo (quasi certamente un incidente provocato da un drone danneggiato o da un missile antiaereo finito fuori rotta) su un patrimonio storico e religioso di enorme importanza e aspramente conteso è piuttosto evidente.
La difesa di Kostiantynivka
Mentre a Kiev succedeva tutto questo, più a Ovest, nella regione di Donetsk, le truppe russe infiltrate nel tessuto urbano di Kostiantynivka riuscivano a consolidare le loro teste di ponte e, per ammissione degli stessi media ucraini, a mettere in grossa difficoltà la difesa della città. La tattica usata dai russi è quella ormai abituale per sfuggire alla copertura aerea fornita alle difesa dai droni: piccole pattuglie di al massimo dieci uomini si infiltrano nella città, trovano un riparo, resistono e poi aiutano un altro gruppo a infiltrarsi, e così via. Serve a ridurre le perdite ma, ovviamente, rallenta le operazioni. Anche i russi esagerano costantemente la portata dei risultati ottenuti. Resta però il fatto che, giorno dopo giorno, la porzione di città controllata dai russi lentamente aumenta e quella difesa dagli ucraini altrettanto lentamente diminuisce. A Kostiantynivka si combatte da un anno, il che rende l’idea della dinamica faticosissima delle operazioni russe. Ma resta il fatto che si combatte sempre più a Ovest, cioè sempre più vicini a realizzare quella che il Cremlino considera la conditio sine qua non per acconciarsi a una trattativa: l’uscita totale degli ucraini dalla regione di Donetsk. E intanto, sul resto del fronte, soprattutto a Nord, ogni giorno i russi occupano un altro villaggio. Poca cosa, pochi chilometri di volta in volta, ma in una sola direzione. E se lo scopo della guerra russa è impadronirsi di un territorio strategico (non solo per la posizione ma anche per i giacimenti minerari, le riserve idriche e i terreni agricoli) come il Donbass, la morale è piuttosto chiara.
Adesso il tema vero è vedere quale delle due guerre di logoramento avrà più fiato per procedere. Quella aerea degli ucraini (e delle intelligence occidentali), che colpisce le infrastrutture energetiche russe e che, con il petrolio che torna sugli 80 dollari a barile in seguito agli accordi Usa-Iran, acquista ulteriore peso specifico, sottraendo risorse finanziarie al bilancio russo della Difesa. O quella terrestre dei russi, che prosegue ineluttabile e obbliga gli ucraini a spendere risorse umane che diventano sempre più scarse, come testimonia la continua richiesta di Zelensky ai Paesi europei di rimandare in patria (cioè al fronte) gli uomini validi (tra i 23 e i 60 anni) che vivono come rifugiati nella Ue. Questo è quanto. Tutti i proclami trionfali, dall’una come dall’altra parte, sono quel che sono: propaganda.